Skip to main content

Full text of "Delle novelle"

See other formats


Digitized by the Internet Archive 

in 2010 with funding from 

University of Pittsburgh Library System 



http://www.archive.org/details/dellenovelleOOsacc 



ALBERGATI CAPACELLI. 5 

ha di vestirsi , perchè già in quella notte non 
ha voluto spogliarsi , né toccar letto : ma fat- 
tosi giorno , chiude la casa , raccomandasi al 
cielo , e si mette in viaggio con passo ansioso 
e veloce. Non può formarsi risoluzione più 
giusta, più lodevole viaggio, riè più chi 1' intra- 
prende essere meglio accompagnato , poiché 
egli ha seco le benedizioni del cielo , le virtù 
solide che nutre nell' animo , e il filiale amore 
che lo accende. Cammina egli con pie fermo , 
e robusto ; guarda di tempo in tempo le ver- 
deggianti campagne , che costeggiano quella 
strada ; ascolta il canto de' varj augelletti , 
che aggiransi e fermansi sui tolti fronzuti ar- 
bori ,• mai non s' arresta , e trascorre. Se sulla 
strada s'incontra in qualche limpida fonte , vi 
s'accosta , e ristorasi ; se sul terreno s' accorge 
o di alcun' erba odorosa , od' alcun saporito 
frutto lo coglie e ne gusta , ma passa oltre , 
né mai perde il diritto filo del viaggio preso. 
Ei proseguì in questo modo fino al momento , 
in che giunse il sole al meriggio. Allora accre- 
sciutosi di molto il calore, indebolitesi a lui le 
forze, o piuttosto destatasi in lui un po'troppo 
la naturale mollezza , tentò di scoprire un 
cammino meno esposto agli ardenti raggi del 
giorno. Scorse infatti un boschetto, di cui l'on- 
deggiante ombra parea lo invitasse a volgere 



6 NOVELLE. 

verso quella parte i suoi passi , v' entrò , e la 
freschezza ed il verde gli offrirono allettamenti 
si grati , eh' egli non potè ad essi resistere. 

Pure non ricordossi già dell' importante 
viaggio*, ma scoprendo un picciolsentiere in- 
gemmato di vaghi fioretti , il quale appariva 
essere nella direzione stessa del suo cammino 
risolvè di seguir quello ; di unir così il piacere 
colla fatica , e di procacciarsi gli effetti della 
diligenza senza poi adoperarsi troppo per ac- 
quistarli. Viaggiò qualche tempo , e con un 
fervore il quale non rallentavasi mai ; ma con- 
scio a se stesso che quella non era la strada , 
nella quale erasi avviato , esaminar volle se 
correva alcun rischio di troppo scostarsene. 
Poscia risovvenendosi del cocente ardore che 
sull'aperto cammino lo avria molestato, tenne 
il picciol sentier su cui era, né dubitò di potere 
ad ogni momento rinvenire la strada primiera. 
Eaddoppia il passo per riguadagnare ciò che 
i varj giri fuor di mano gli avevano fatto per- 
dere. Una certa per lui ignota inquietezza lo 
rende distratto , ed ogni novello oggetto il 
trattiene. 

Ora lo incanta il mormorio d'un ruscello ,• 
ora se gli appresenta una deliziosa prospettiva; 
ora gli sembra che l' eco rumoreggi al suo 
orecchio suoni e voci ch'ei non intende j uè 



ALBERGATI CAPACELLI. 7 

sa comprendere il misero Meliti , se i moti che 
internamente lo scuotono sieno d'agitazione 
o di piacere. Intanto scorrono 1' ore , svanisce 
il giorno, manca al noslro viaggiatore la luce, 
e per colmo di sua sciagura alzasi un improv* 
viso nembo , che sciogliesi in dirotta pioggia , 
in orrido vento , in infocati lampi , e tutto 
resta egli involto nell' oscurità e nel fragore. 
Allora sì quel giovinetto s' avvide che 1' uomo , 
sovente si scosta dalla verace felicità , e sicu- 
rezza , per le lusinghe d' un piacer breve , per 
{' infingardaggine nell' opere virtuose , e pel 
vile timore di poca , ma gloriosa fatica. In 
mezzo a quesla sua profonda e lagrimevole 
meditazione , l'aria si fe'più nera , ed egli vide 
ed udì scoppiare un fulmine a lui dappresso. 
Decide tosto di usare ogni sforzo per uscire da 
quelle intricate vie , e ritornare sullo smarrito 
cammino. 

Implora con fervide voci l'autore della na- 
tura ; snuda la spada , e con coraggio s'accinge 
a difendersi contro gli assalti delle feroci bel- 
ve , e ad aprirsi col vigore del suo braccio il 
necessario passo all' uscita. Udiva da ogni 
parte gli urli lamentevoli della rabbia e del 
terrore : trovavasi in mezzo all' orror delle 
tenebre e della solitudine ; gì' impetuosi venti 
muggivano per la foresta 5 e l'acque, che prima 



8 NOVELLE. 

scorreano in ruscelli ^ora torbide e gonfie rav- 
volgonsiin torrenti precipitosi. Sbigottissi Me- 
lici, tremò e quasi disperalo di sua salvezza fu 
presso a soccombere alla sventurata situazione, 
quando un debil raggio di luce improvvisa- 
mente il colpì , e rivolto egli a quella parte 
onde usciva , vide l'augusto ritiro d'un ere- 
mita. Quel venerando solitario , ch'ivi abi- 
tava , se gli fé' incontro , e benché vedesse il 
giovine armato di nuda spada , pure cono- 
scendo ancora ch'ei la stringea per timore e per 
difesa , lo chiamò ad accostarsi , ed amorosa- 
mente lo accolse : « E come mai potesti giu- 
» gner fin qua? » dissegli il vecchio : « Sono 
» trent' anni ormai che io ci vivo , né volto 
umano m'apparve ancora. Alche Melid 
» rispose . narrandogli la breve storia del suo 
» fallire. » O figlio , figlio , 1' altro proruppe, 
» non dimenticarti i pericoli,a cui oggi la tua 
» imprudenza t' espose. Sovvengati che la vita 
» dell' uomo è il viaggio d' un giorno solo. Nel 
» bel mattino di giovinezza noi ci alziamo 
ì) pieni di vigore; ci anima la speranza alle fa- 
» tiche,e con pie fermo camminiamo dapprima 
» sulla via di saviezza. Poco dopo il nostro zelo 
» rallentasi ; cerchiamo agevolare gli obblighi 
» nostri e di pervenire alla meta per deliziosi 
s sentieri. h" orrore che avevam per la colpa 



ALBERGATI CAPACELLI. 9 

» c' indebolisce, e ci arrischiamo dappressarci 
» a ciò che avevam risoluto di tener sempre 
» lungi da noi. Il cuore s'ammollisce a grado 
» a gradoj cessiamo di stare avvertiti contro le 
» insidie; senza cautela aggiransi inostri sguar- 
» di entro i giardini dell' ingannevol piacere. 
» Ci accostiamo ad essi con qualche affannosa 
» pure tremando ancora v' entriamo sempre 
» colla fallace lusinga che non perderemo di 
» vista il sentiero della virtù. Tu vedi, giovane, 
» inlanto,ciòchet'avvenne,orappuntolostesso 
» accade ogni giorno anche nel cammino della 
» vita morale. Una parola sconcia , uno sde- 
» gnuzzo,un'ingorda brama,un attopassagiero 
» di resistenza a chi vi dirigge, se si trascurino, 
» enoncorreggansiprestamente,basteran senza 
» dubbio a torcervi dall'orme gloriose di virtù, 
» ed a rendervi bentosto immodesti , iracondi, 
» golosi, ostinati, ed in fine lo scandalo e l'ob- 
» brobrio dei vostri simili. ;> Lo ascoltava Melid 
con intimo compungimene e dolore;struggevasi 
in lagrime ; eragli caduta di mano la spada , 
e stava per cadere al suolo egli ancora abbat- 
tuto ed oppresso dalla confusione , quando il 
vecchio inteneritosi lo prese per la sinistra 
mano gli rimise la spada neh' altra , e il ricon- 
dusse all' abbandonato cammino. « Ritorna 
» intrepido gli disse sull' orme tue prime , 

1.. 



3 NOVELLE. 

» non atterrirti. Eri perduto ; ma il cielo ti 
» vuole avvertito , non disperalo. Felici co- 
» loro , o figlio, che dal tuo esempio impare- 
» ranno quanto importi la costanza nel bene 
)) operare ; e che i disagi , gli stenti , le delizie 
» sono inciampi ed ostacoli , che nel diritto 
» virtuoso viaggio dobbiam valorosamente vin- 
» cere, rompere e calpestare. » 

Nulla potè rispondergli Melid, a cui li sin- 
ghiozzi troncavano la parola. Bensì baciò la 
mano al provvido suo condottiere; e separa - 
ronsi. Oh ! come velocemente compie il suo 
cammino Melid, che più non guardasi attorno, 
ma tutto Tocchio rivolge sul sentiero retto ! 
Arriva finalmente alle portediSerinagar,e tro- 
va il padre che ne usciva. Non prevedute com- 
binazioni aveanlo trattenuto in Serinagar più 
ch'ei credea ; abbracciansi con isvisceratezza 
il padre ed il figlio , questi fattosi forza , gli 
racconta e confessa i proprj errori. « Io ne 
» ringrazio la Provvidenza divina , » esclama 
il padre : « Così P esperienza t'avrà fatto ac- 
» corto , che ogni fallo leggiero può essere fa« 
» tale e rovinoso -, e che la massima delle sven- 
)) ture è il far naufragio in vicinanza del 
» porto. » 



PADOVANI. 11 

GIROLAMO PADOVANI. 

La modestia. 

Il barone di Carolich avea tre figliuoli. Eiii 
dai loro primi anni applicolli agli studj per 
prepararli ad una vita utile ed onorata; ma il 
secondo fra essi nomato Borso non fu mai 
applicabile a nulla. Tutto fuoco, tutt' impeto, 
ardito, testardo, stolido ed inurbano, di quin- 
dici anni non sapea niente e non sapea di 
niente. Suo padre n'era alla disperazione. Che 
farò io , diceva a se stesso , di questa fera sel- 
vaggia ? Nella famiglia un tal uomo ! Egli la 
manderebbe in rovina e vi andrebbe con lei. 
Fuor d' essa chi lo vuole , e a che fare ? Però 
un giorno chiamatolo : Borso, gli disse, è già 
gran tempo che tu se' il mio dolore : quel non 
volerli mai a nulla applicare io non so a che 
debba riuscire. Che farai tu grande e grosso 
come se' ? Io ho deciso , rispose Borso ; voglio 
fare il soldato. Questo deciso ^ e questo voglio 
è veramente più da villano che da soldato , 
e niente da figlio. Pur te lo passo : perchè a 
voler buone grazie da te sarebbe una preten- 
sione. Se vuoi dunque esser soldato , tu lo sarai; 
se no , pensa a quel gener di vita ti piaccia ap» 
plicarli , perchè ti assicuro che la mia casa 



12 KOVELLE. 

per poco tempo ha luogo pei' te. Le mie for- 
tune son tenui , e le ragion di uu cadetto son 
quasi un nulla. Però ti convien cercare un 
qualche luogo onde vivere. Io l'ho già detto , 
ripigliò, voglio esser soldato. Ebbene , torno a 
dirtelo anch'io, che ne sono contento. 

Infatti il barone uomo dabbene, che dei re- 
quisiti di un militar non sapeva che ciò che 
risalta agi' occhj del volgo, cioè un ardimento 
eguale ai pericoli della professione , credè di 
poter far del suo Borso un maresciallo , almen 
mettendovi a conto la temerità di quella testa 
sventala. 

Intanto giunse dalla Germania il giovine 
cavaliere dell' Aquila. Egli era stalo in educa- 
zione in uno di que' collegi che sono seminarj 
della milizia tedesca , onde si trae la miglior 
parte dell' offizialità per le armate. Egli era sul 
fior degli anni , bellissimo della persona, e nelle 
maniere compito ; ma pur le grazie della na- 
tura erano superate da quelle della virtù. Io 
non dico le belle arti , che possedeva a tal 
punto di perfezione che sembravano in lui 
spontaneo dono della natura: ma la modestia di 
quella beli' anima formava uno di quegl' in- 
canti , di cui sola è capace la luce della virtù. 
A vederlo non si scopriva del giovine che la 
più piccola parte. 



PADOVANI. j 3 

Comunque i suoi occhi non s' arrestassero 
in volto ad alcuno , e la sua fronte sembrasse 
la sede della candidezza e del pudore , la sua 
conversazione nondimeno , le sue parole , le 
sue maniere cospiravano tutte al compi- 
mentò di un ritratta , che era il rittratto vivo 
e parlante della modestia , delineata poi sopra 
un fondo che aggiungeva pregio e vaghezza 
alla sua stessa bellezza. 

Egli fu prodotto a private ed a pubbliche 
conversazioni. I timidi riguardi del giovinetto 
per la maggiore età , quel non ragionare mai 
primo in faccia a lei , se non sollecitato dai de- 
siderj e dalle interrogazioni del consesso , con 
un discorso facile , giusto , preciso, senza dotto- 
rismo e senza nemmen legamento di sugge- 
zi one , ma tutto come velato da un' ombra leg- 
giera di amabile timidezza, quell'aria umil,che 
accenna d' amar anzi d' ascoltare che di par- 
lare, di apprendere che d'istruire , e che anima 
il discorso e i racconti degli altri con una ap- 
prova zion meritata , quel rispettare il giudizio 
altrui , e sagrificarvi il proprio abbandonan- 
dolo alla discretezza e al sapere degli altri, con 
una moderazione difficile e delicata; quel non 
rispondere alla contraddizione che con un mo- 
desto sorriso; quei raccoglier la lode col pudor 
proprio del merito , che fa travederne la stima 



l4 NOVELLE. 

nel timore di non meritarla -, in somma quell' 
unione di tutto ciò che piace negli altri , che 
adorna , che acquista il cuore e la stima , che 
si può avere da tutti , e non si ha da nessuno , 
questo sorprese gli estatici Modenesi , e parve 
valere ben più che la franqa stolidità delle gio- 
ventù del paese. ^ 

Il barone aveva con ammirazione osservalo 
questa virtù cattivante, o più tosto questa luce 
soave che abbellisce , che avviva l'altre virtù e 
che ne fa il compimento. Egli era d'accordo , 
che dell'Aquila era un giovin perfetto, ma gli 
restava uno scrupolo. Non sapea concepire co- 
me tali uomini si allevassero in un collegio 
militare , e come un tale allievo potesse riusci- 
re nella milizia. Borso al contrario lo decise per 
un piccolo scimunito privo di quello spirito 
di libertà e d'ardimento , che è la voce del ge- 
nio , e la guida alle grandi imprese. , 

Intanto il barone pensava allo stabilimento 
di Borso. Col giovin dell' Aquila era giunto da 
Vienna un vecchio uffizialeitaliano,rispettabile 
per sapere e valore, autenticato in molte cam- 
pagne tenute conlra le armi francesi servendo 
l'Impero. A lui il barone si volse, e come gliene 
venne il destro , gli fece la proposizione di con- 
dur seco in Germania il suo Borso. Questi è un 
figlio, gli disse , che ha fatto il mio travaglio in 



PADOVANI. l5 

addietro : ma spero che voglia essere in fine la 
mia consolazione , egli ama le armi. 

L'uffiziale lo felicitò, e bramò di conoscerlo, 
assicurandolo che si farebbe un onor di servir- 
lo , dove travedesse nel giovine delle disposi- 
zioni capaci di farne un buon militare. Dopo 
alcun giorno il nostro Achille si presentò. L'uf- 
fìziale gli fece intorno un esame da ingaggia- 
tore 5 ma non vi voleva tanto con uno che va- 
lutava i vizj,come le virtù, e ne faceva parata 
come dell' argomento della sua gloria. Borso 
dunque fu anatomizzato , e fu deciso subito 
che un tal uomo non era capace di nulla , e 
supra tutto nel militare. Ebben che mi dite del 
giovin discepolo,che v'ho esibito per la scuola di 
Marte, dissegli il barone, la prima volta che 
rincontrò : l'ho veduto, rispose _, ma egli non è 
informato delle difficoltà del mestiere, né dei 
pericoli. Manco male ma egli lo sarà ben sul 
fatto. Sima quando lo sarà, io temo che la voca- 
zione non gli manchi. Come? credete voi che la 
sua impazienza lo abbia a tradir nell' oggetto 
delle maggiori sue brame? Sicuramente. Ah bri- 
gadiere Sentite , barone, interruppe V uffi- 

ziale : Io non voglio mettere a conto d'incapa- 
cità nel figlio né la generale ignoranza in cui 
è cresciuto finora , né la insofferenza finora 
mostrata di ogni applicazione. L'impegno ed il 



l6 NOVELLE. 

genio lo convertirà, vai dite , in altr' nomo; e 
s' egli è ignorante, sarà, come tant/ altri quel 
che saprà. Passiamolo, ciocché mi sgomenta dal 
prendere un impegno con lui, è Paria che a voi 
par militare, e a me la più pericolosa qualità 
per un soldato. Perdono, barone, se vi affliggo ; 
ma 1' amicizia , e un affare sì delicato , ob- 
bliga tutta la mia ingenuità a procurarvi un 
disinganno. La modestia è la più necessaria 
delle virtù ad una società militare. L'onore e 
la stima è la prima passione tra l'armi, e la 
molla più forte per le guerriere virtù. Or se il 
vostro Borso con quella sua franchezza inco- 
gnita tra noi,s'intromette a tagliar discorsi,a ri- 
der sul naso alla gente , a contraddire , a deci- 
dere, s Mara tagliare anch'egli la gola in meno 
d' un mese di professione ; perchè infine son 
queste tutte mentite che dansi al merito, e le 
più parlanti espressioni del disprezzo, che mai 
non si soffrono impunemente dai militari. 

Ma brigadiere, soggiunse il barone, voi non 
accordate niente alla sua gioventù? Non v'è 
ancor tempo? No , conchiuse infin l'uffiziale , 
abbiatelo per massima forse troppo tarda per voi: 
chi non si educa a suo tempo , non si educa più. 

11 colloquio finì,, e' 1 povero barone andò 
a testa bassa pensando , e ripensando persuaso 
mezzo sì e mezzo no ? ma in fine senza sapere 



PADOVANI. 1 7 

a qnal partito appigliarsi. Il discorso del 
brigadiere gli pareva bello e buono, mari- 
guardo al suo Borso, non poteva quietarsi di 
non ne sapere che fare. Intanto si tirò avanti 
senza far niente. Egli crebbe, e compì la sua 
figura, e crebber con lui le sue qualità. La 
franchezza nel giovinetto divenne impudenza 
e temerità nell' adulto. 

Finalmente parendogli la sua patria poco 
sensibile al merito, e non offerendogli ima di 
quelle carriere , in cui l'occasione ed il genio 
incorona l'eroe, ottenne una bandiera in un 
regimento tedesco e partì per Vienna. Il vec- 
chio Carolich respirò ma per poco. Borso non 
parve vestir la divisa che per verificare i pro- 
nostici del brigadiere, ei la portò per sei mesi. 
Da prima si contenne alcun poco. La sua gio- 
ventù inoltre, e'l tirocinio nella professione 
dell' armi gli servì di difesa. Ma prestasi fece 
sì nolo come insopportabile a tutto il popol 
militare. In sì breve tempo fu tre volte sfi- 
dato a duello. Il primo fu prevenuto da un 
arreslo ; il secondo , intimatogli con tutti i ri- 
guardi della secretezza 7 lo pubblicò egli per farlo 
abortire e vi riuscì; col terzo questori piego non 
valse. 11 suo colonello stanco di un giovine a 
quel che appariva, vile imprudente sfacciato, 
amò un' occasione di disfarsene, e lasciò cor- 



l8 NOVELLE. 

rere. Giunta Torà per bai tersi , il suo nemico 
fu ad attenderlo al luogo della cornuti con- 
venzione, ma e' non vi andò. Dopo un tal fatlo 
la sua compagnia rifiutò di seguirlo, e l'uffiz- 
zìalità di trattarlo : però ebbe il congedo, e 
tornò a Modena. 

Questa città fu in un momento ripiena delle 
sue prodezze germaniche. Le sparse egli stesso 
in tutte le conversazioni. Nell'invenzione spic- 
cava il maraviglioso . per tutto negletto il ve- 
risimile con militare disprezzo. Tutta la gloria 
modenese fu ecclissata da una storia di sei mesi, 
ma questa storia fu confutata in meno di due. 
Le lettere di Vienna servirono a formarne una 
vera , e l'eroe dell' opera fu ridotto a rappre- 
sentare in commedia. Passò qualche anno cosi, 
in fine se ne stancò. Non potè più tollerare la 
fraude fatta a' suoi gran talenti da un ozio 
inutile. Vi si aggiungevano ancora le angustie 
della famiglia , che morto essendo il vecchio 
barone, gli si facevano sentire un poco più 
bruscamente, che non s'era credulo. Però ado- 
perossi per aver posto fra le truppe di un dei 
sovrani d' Italia : questa carriera non avrà 
grandi speranze, diceva, ma nemmen gran 
pericoli. 

Quindi lasciata Modena e recatosi a corte, 
ottenne d'essere presentato, e di lare al prin- 



PADOVANI. ]9 

cioè 1' oblazione dei suoi servigi. Egli credeva 
che le sue vere avventure tedesche ivi fussero 
nel più grande incognito, e le sue qualità all' 
in contrario potesser rendere la più brillante 
testimonianza al suo merito: ma era al rovescio. 
Il principe volse essere informato e lo fu. AH' in- 
tendere che il valore l'intrepidezza dell'uomo 
era tutta di parole e di volto , e che la sua 
vocazione per l'armi non avea stimwlo miglior 
della fame , risolvette di rifiutarlo. Non di 
meno Borso ottenne di presentarsi. 

La modestia è quella delle virtù che non 
pure dà luce all' altre, ma sparge di un om- 
bra felice le qualità sinistre che per mala 
sorte si hanno. Borso non godè di questo van- 
taggio. Ammesso alla presenza sovrana animò 
il suo spirilo a fare lo sfoggio più grande di 
quanto egli era, e poteva esser capace. Le sue 
stolidezze furon tali e tante che il principe non 
potè a meno di non sorriderne tratto tratto. 
Borso che prese quest'atto per una espressione 
della compiacenza che rendesi alla virtù , 
oh allora sì che brillò. Anzi per non perdere 
un momento di tanto vantaggio si fece inten- 
dere che non era venuto che precisamente per 
ottener 1' onor di servire. Sapete far 1' eser- 
cizio , gli chiese il principe ? oh rispose in 
aria di mezzo compatimento , non se ne parla. 



20 NOVELLE. 

Voglio vedervi ; pigliate la vostra spada : ella vi 
servirà di fucile ed io vi commanderò. L'eser- 
cizio cominciò. Dopo varj movimenti gli fu 
data la marcia , egli marciò. Per sorte si ri- 
trovava colla porta a fronte. Per quanto abbre- 
viasse i passi, vi giunse in breve. Attendeva 
un richiamo, ma non venne. Egli dunque 
passò. Uscito , chiudete, disse il principe ad un 
ciambellano. Egli intanto marciava. Traversò 
tutte le sale in faccia a un popolo di nobiltà e 
cortigiani che gli si schiera ron sul passo per 
goder lo spettacolo , e farlo maggiore : cesi 
giunse alla grande scala. Ivi poiché intese non 
v'esser ritorno, rimessasi la spada al fianco 
marciò fino a casa e di là fino a Modena , 
dove V avventura gli parve sì bella , eh' egli 
stesso la raccontò. 



SOAVE. 

NOVELLA VII. 

Alimele o la Felicità. 

Non ci ha uomo, il qual non ami d' esser 
felice, e che molt' opera non impieghi, e molto 
studio per divenirlo; e non ci ha quasi pur uo- 
mo, il qual non si lagni di non potere mai 



SOAVE. 2 1 

giugnere a quella felicità , che con tanta fatica 
e tanto affanno va ricercando. Ma donde av- 
viene egli mai, che fra tanti , che di continuo 
e sì premurosamente ne vanno in traccia, nin- 
no o quasi niuno mai possa giugnere a rinve- 
nirla ? Sarebbe mai che il più degli uomini 
dietro a false guide si disviassero dal cammin 
retto che a lei couduce/e colà appunto 1' andas- 
sero ricercando, ov'è più difficile il ritrovarla? 
Io ne dubito fortemente, e la seguente novella, 
benché favolosa, pur come spesso di grandi ve- 
rità sotto al velo delle favole si nascondono , 
molto mi inchina a confermarmi in siffatta opi- 
nione. 

Un Pastore d'Arabia per nome Alimek, men- 
tre stavasi un giorno oziosamente guardando la 
sua greggia, e vagando dall' uno all' altro pas- 
colo, vide sotto ad un monte una grotta coper- 
ta all' intorno di piante e di cespugli, e sentissi 
curiosità di entrarvi. Era questa sul primo in- 
gresso tutta orrida e tenebrosa, ma si vedeva sul 
fondo illuminata da un raggio di luce, che scen- 
deva dall' alto. Avanzatosi a quella volta, trovò 
da un canto della caverna una borsa , un anel- 
lo , ed un vecchio papiro. Stese egli tosto alla 
borsa avidamente la mano , ma affatto vuota 
sentendola : Deh ! mal ti sia^disse, che altro non 
hai saputo fuorché lusingarmi senza profitto. 



2 2 NOVELLE. 

Almeno qualche moneta v'avesse dentro , 
ma neppuruna. Or vanne pure, e ti resta in 
tua malora ove finora sei stata : e così dicendo, 
geltolla sdegnosamente per terra. 

Al battere ch'ella fé' sovra un sasso, Alimek 
udì un suono, che parve d'oro. Attonito la rac- 
coglie di nuovo e la trova piena. Cielo! che è 
questo mai? per Macone! qui v' ha un' incan- 
to. Ma checché sia , di quest' oro io mi godrò a 
buon conto. Ciò detto piglia l'anello e il papiro, 
e s'incammina velocemente fuor delia grot- 
ta. All' uscirne : addio, selve , diss' egli, finché 
bo quest' oro, io vo' trastullarmi : Ah! s' io fossi 

alla Mecca Non ebbe campo a finire, che 

già alla Mecca si ritrovò in quel momento. 
Stordito più che mai e confuso , apre con man 
tremante il papiro , e vi legge : la borsa sarà 
piena d'oro qualor tu vorrai; coli' anello sarai 
tostamente dovunque ti sarà in grado. 

Lieto di tale avviso, la curiosità di veder nuo- 
ve terre fu la prima che Alimek sentì nascersi 
in cuore , e che cercò subito di appagare. La 
facilità di trasportarsi da un luogo all' altro 
fece che in poco tempo ei potè correre una 
gran parte del mondo. Trovò a principio di- 
letto grandissimo ad osservare la varietà de'pae- 
si , la differenza dei climi , i prodotti diversi 
della natura, i diversi sforzi dell 1 arte, la di- 



SOAVE. 25 

versiti dei costumi e degli usi delle varie na- 
zioni. Ma dopo alcun tempo questo diletto in- 
cominciò a scemarsi : più inoltra vasi, e più ve- 
deva chela varietà . onde era slato allettato in 
sulle prime, andavasi diminuendo; che l'arte e 
la natura a un dipresso offerivano dappertutto 
gli stessi oggetti -, che gli usi e i costumi degli 
nomini; lutti prodotti dalle medesime passioni, 
non si distinguevano che per picciole differen- 
ze. Cessando il solletico delle novità , cessò pur 
anche la curiosità interamente , e sazio di viag- 
giare egli pensò a riposarsi. \ 

Scelse a tal fine la città di Constantinopoli , 
ove gli parve di poter meglio godere di que' pia- 
ceri,che le sue ricchezze agevolmente potevano 
procurargli, e dove il concorso di tante genti 
diverse potea servire a rinnovargli la memoria 
di ciò che nei suoi viaggi avea in diversi luoghi 
osservalo. Si diede ei quivi pertanto a gustare 
d'ogni maniera di divertimento , a soddisfare 
ogni specie di capriccio, a nuotare nelle deli- 
zie e nei sollazzi. Ma non trascorse gran tem- 
po, che anche di questi si trovò stanco. A forza 
d uso le voluttà più squisite,, gli diventarono 
insipide : più studiavasi di variare, e più incon- 
trava dappertutto la sazietà \ l'animo disoccu- 
pato era oppresso da una noja insoffribile , e 



-' 




NOVELLE. 



questa, dovunque andava , il veniva dapperlut- 
to accompagnando. Una malattia, che gh so- 
pravvenne, e che era effetto de' suo, disord^ 
Lìdi convincerlo che la felicità non e posta m 
una vita molle, effeminala, voluttuosa ; e de- 
terminossi di ricercarla nell' occupazione e 

negl'impieghi. 

La vastità delle sue ricchezze gli procuro fa- 
cilmente de' protettori e degli amici; le cogni- 
zioni,^ avea acquistate ne' suoi v,aggi,ilfecero 
agevolmente riputare abilissimo àgli affari più 
grandi. Ei sali presto di grado in grado alle ca- 
riche pin suolimi -, finché pur giunse alla mas- 
sima di gran visir. Qui gli affaci incominciaro- 
no ad assediarlo da ogni parte : ora gh ordini 
del sovrano, ora i ricorsi dei sudditi non gh 
asciavano un momento di libertà ed! r.poso. 
I capricci dell' effeminato monarca , 1 inquietu- 
dine delle donne del serraglio, le cospirazioni 
e l e cabale degl' invidiosi e degli emoh pur lo 
tenevano continuamente in agitazione e m ti- 
more. Ei cominciò a sentire per pruova , che e 
dignità e gli onori non ad altro riescono final- 
tf r niente che ad un' illustre schiavitù. Sazio d. 

¥■ r*~ questi ancora , pensava già a ritirarsi, quando 
4ÙZ «^arrivata la nuova a Costantinopoli, che la 
Persia disponevasi a mover guerra, mcancato d. 





/faterà 



SOAVE. ' 2$ 

affrettarsi con forte esercito a frenare l'orgoglio 
dei nemici, si sentì pungere dal desiderio della 
gloria , e v' accorse. 

Le prime due battaglie riuscirongh* felicissi- 
me ; sbaragliati i nemici , gli obbligò a ritirarsi 
interamente dal Turchestan , che già avevano 
occupato. Ei fu ricolmo d'elogi e d'onori; il 
nome di Alimek risonava d'applausi per tutto 
l'impero*, il granSultanogiàpreparavasia rice- 
verlo nella capitale colla magnifica pompa del 
più superbo trionfo : quando avanzatosi con 
troppo ardore nel paese nemico, ei cadde im- 
prudentemente in un' agguato non preveduto, 
e non potè liberarsene se non con perdita con- 
siderabile dell' esercito. La scena cangiò allora 
'ad un tratto*, gli elogi mutaronsi in esecrazioni 5 
in luogo del preparato trionfo ei si vide pre- 
sentare nel cordon d'oro la morte. 

Fortunatamente l'anello il trasse fuori di pe- 
ricolo : egli scomparve : e dopo avere trascorse 
varie parti dell' Indie, seco portando sempre 
il disgusto e la inquietudine, si fermò da ultimo 
nella città di Golconda. 

Signoreggiava quivi una principessa di tal 
bellezza, che riputavasi la meraviglia dell' Asia. 
Alimek al primo vederla ne fu colpito, esi sentì 
acceso di un' ardore vivissimo. Cercò subito di 
essere introdotto alla corte , e agevolmente 

2 




26 \ NOVELLE. 

l'ottenne. La magnificenza , con cui presentos- 
si, l'avvenenza, ond' ei pure si distìngueva, le 
sue maniere nobili e leggiadre, i suoi discorsi 
eleganti vivi e variati , le notizie eh' ei produ- 
ceva de' molti paesi , che aveva trascorsi , aN 
trassero l'attenzione di Selima , che tal noraa- 
vasi la Principessa , e gradita trovar le fecero la 
compagnia di Alimek. Egli fu invitato a tratte- 
nersi per qualche tempo in Golconda, invito 
che ben accettò di buon grado; furono a suo 
riguardo apprestale feste, caccie , divertimenti : 
egli dal canto suo negli abiti , nelle gioje , nel 
ricco corteggio andava ognora manifestando 
vie più la sua ricchezza e il suo gusto. Selima 
gli accordò poco a poco la sua intima confi- 
denza; parve eziandio infiammarsi per lui d'a- 
more, giunse pur quasi a fargli sperare la sua 
mano; ebbro insomma di contentezza , Alimek 
già credevasi pervenuto a quella felicità 9 che 
andava da tanto tempo cercando : quando l'in- 
vidia de' cortigiani , che troppo mal sofferiva- 
no di dover servire ad uno straniero , seppe 
ordire contro di lui una sì nera calunnia , e 
con tutti i colori della verità e deli' evidenza 
agli occhi della regina sì ben dipingerla, che ella 
decretò immantinente che si mettesse a morte, 
e al valore del suo anello fu a lui mestieri di ri-> 
correre nuovamente per liberarsi. 



SOAVE. 27 

Di là partito colP animo pien di rammarico 
e di dispetto, che svanite fossero in un punto 
le sue speranze, e riuscita al nulla tutta quella 
felicità , che sognava d'aver trovata alla fine, 
ricercò varie altre parti delP Asia senza sapere 
ove mai arrestarsi • inquieto sempre e sconfor- 
talo e scontento di se medesimo, determinò fi- 
nalmente d'incamminarsi verso alla Cina. Qui 
mentre solo e occupato de' suoi tristi pensieri 
aggira vasi un dì fra romite campagne, udì da 
un lato il rimbombo di lieti suoni e di canti e 
di grida festose, e mosso a curiosità di vedere 
che fosse, colà si volse donde partivano. Giun- 
to ad una casa campestre, ei vide una turba di 
contadini e di contadinelle, che qual sonando 
e qual cantando, e molti insieme intrecciando 
festivi balli , tutti allegramente si sollazzavano. 
Maravigliato al mirare la gioja, che si pura e 
sincera su d'ogni volto manifesta vasi, ei si ac- 
costò ad un vecchio di veneranda canizie , che 
nell' ilare aspetto mostrando tuttora la giocon- 
dità e il vigore d'un corpo e d'un' animo nulla 
abbattuto dagli anni , le loro feste si stava con 
giubbilo riguardando ; e a lui richiese qual la 
cagione si fosse di quello straordinario tripu- 
dio. E' non è punto straordinario per noi disse 
il vecchio : ne' dì consecrati al riposo, dopo 
prestato il debito culto agli Dei, coninnocen- 

2. 



28 NOVELLE. 

te sollazzo così si passano lietamente fra noi 
le ore che uè rimangono. Voi compensate ben 
dolcemente,, disse Alimek, il peso delle fatiche 
e de' travagli che vi convien sostenere, e della 
vita infelice che siete astretti a menare negli 
altri giorni. Il vecchio a lui sorridendo , io ho 
già scorsi, rispose, oltre a settanta anni in que- 
sta vita medesima, e ne ringrazio sommamente 
gli Dei; né saprei dirvi d'averla trovata mai in- 
felice. So che a voi grandi non sembra potersi 
avere felicità, ove grand' oro e grand' argento, 
e ricche e preziose gemme non si veggan ri- 
splendere : ma a noi contadini, allorché, en- 
trando nelle vostre città e ne' vostri palagi , 
udiamo eveggiamo i tumulti e le inquietudini 
che vi regnano , le vostre ricchezze destano 
ben più sovente compassione che invidia. La 
tranquillità non è fatta per voi; l'avarizia,l'am- 
bizione, le gare, le dissensioni ve la rapiscono 
ad ogni tratto; e ove non è tranquillità, felicità 
non ha luogo. Noi siamo di voi men ricchi ; 
l'oro e l'argento appena da noi si conoscono : 
ma ciò che per mezzo di questi voi comperate, 
la nostra greggia e le nostre terre il ci fornisco- 
no abbastanza, e noi siamo contenti. Sorpreso 
Alimek alle parole del vecchio, e desideroso di 
pur sapere, come ei potesse tra la povertà e le 
fatiche godere di quella felicità, che in mezzo 



SOAVE. 29 

agli agi e all' opulenza ei non avea potuto tro- 
var ancora, prese deliberazione d'in ter tenersi 
alquanto con lui, dilettandosi pur frattanto di 
rimirare quelli che coi loro innocenti trastulli 
seguivano a sollazzarsi. Ben, disse, è strano 
per me, che uomini, siccome voi, astretti a 
vivere di continuo tra le fatiche e gli stenti, pos- 
san mai dirsi felici. ♦ — 11 lavoro, rispose il vec- 
chio , a chi è avvezzo da lungo uso ad un' ozio * f 
perpetuo può sembrar forse gravissima pena ; 
ma a noi non è che un sollievo. Io non ho mai 
passate ore si triste, come quando per indispo- 
sizione mi son veduto costretto a cessare da 
miei usati esercizj, e a rimanermi senza far 
nulla. Il tempo m'andava allora d'una lentezza 
insoffribile, e mille anni pareami ogni momen- 
to. Allor che io sono occupato a' miei lavori, io 
mi trovo al fine della giornata senza pur quasi 
avvedermene, né sento mai un' istante il peso 
gravissimo della noja, che ho provato sì intol- 
lerabile ogni qual volta io sono stato sforzalo 
a rimanermi ozioso , e che qualora io entro 
nella città, panni vedere sì spesso dipinta sul 
volto degli uomini sfaccendati. — Ma il peso 
continuo della fatica , disse Alimek, che vi con- 
viene soffrire, è ben ancora più grave e più in- 
tollerabile. — 11 peso della fatica, rispose il vec- 
chio, è grave per uno schiavo , che costretto a 
soffrirla suo malgrado forzatamente e senza pò 



Mb 



t\ 



30 NOVELLE. 

tere pur riposarsi , quando il bisogno lo chie- 
de./ Ma tale non è fra noi : ove sia stanco , io 
mi riposo tranquillamente quant' è mestieri, 
per quindi riprendere il mio lavoro con mag- 
gior lena : io non soffro pur mai che altri fa- 
tichi oltre al dovere, o alle sue forze. La fatica 
allora non è più un peso, ma un piacevole eser- 
cizio : ella ci occupa e ci distoglie da ogni tris- 
to e nojoso pensiero : il corpo ne acquista più 
sanità e robustezza, e va essente dai mali, a cui 
gli uomini scioperati sono soggetti così sovente; 
il cibo ed il sonno dopo di quella ci son dolcis- 
simi,* e nel tempo medesimo ch'ella dura, il 
pensiero dei frutti clie hanno a derivarcene, 
è per noi un diletto continuo, che voi ricchi e 
« "* grandi non conoscete. Ogni solco, eh' io fo nel 
mio campo, mi richiama alla mente il lieto 
giorno della raccolta , e questo pensiero me ne 
fornisce tutto il piacere innanzi tratto. — Ma 
il frutto, che da sì lunghe fatiche voi racco- 
gliete, disse Alimek, alla fine è ben piccola co- 
sa, se a quello si paragoni, che i ricchi godono 
senza fatica, né stento alcuno. — Quand' io mi 
traggo pienamente la sete, rispose il vecchio, a 
questo picciol ruscello,che qui accanto ci scorre 
che importa a me che ali ri beasi tutto THoang? 
Il mio campo e la greggia mi dan quanto 
basta a soddisfare ai miei desiderj e a farmi 
contento : che deggio io chieder di più ? La fé- 



t/b* 



SOAVE. 3l 

licita non è posta nell' aver molto, ma nel sa- 
pere tranquillamente godere di ciò che ne dà 
P industria o la fortuna, e sapere appagarsene? 
Voi, che nuotate nel!' abbondanza, voi siete re- 
almente di me più poveri , perchè sempre più 
lungi si stendonole vostre brame. Pochi bisogni 
impone a noi la natura ; e questi son facili a 
soddisfare. Mille altri, eh' io non conosco o 
non curo, a voi ne forma continuamente il ca- 
priccio , e il non poter appagarli vi è poi ca- 
gione perpetua di amarezze e d'inquietudini. 
Tre cose ( e voi potete ben prestar fede a un 
vecchio, a cui è stata maestra una lunga espe- 
rienza , e che nel corso dei giorni suoi ha ve- 
duto sovente non meno il moto e il bisbiglio 
delle città, che la quiete e il silenzio delle cam- 
pagne ) , tre cose alla felicità si richieggono e 
non più ; ma queste son tutte e tre indispensa-, 
bili, io voglio dire tranquillità, occupazione, 
e contentezza. Sappiate l'animo serbar tran- 
quillo, tenendo lungi le nimistà, le discordie, 
frenando le passioni inquiete, vincendo o sop- 
portando con fermezza i mali indispensa- 
bili all' umana condizione, sappiate fuggir 
la noja col fuggir l'ozio , colf utilmente 
occuparvi; sappiate goder saggiamente dei be- 
ni o pocbi o molti che il ciel vi comparte 3 e 
contentarvene : e voi sarete felice. I 



oA 



f 



**«i* 



r. 



32 NOVELLE. 

Stupì Alimek al trovar tanto senno in un 
uomo di villa; e l'ultima parte del suo ragio- 
^namento gli si stampò più di tutto profonda- 
mente nelP animo. Preso da lui commiato , 
andò fra se ripetendo ciò che aveva da lui 
udito; e più in suo cuore vi ripensava, più 
Vere pareangli le sue sentenze.Clie veramente, 
dicea fra se medesimo, quella felicità, ch'io 
son ito finora cercando con tanto studio^ al- 
herghi fra le campagne ov'io son nato : e ch'io 
da lor partendo non abbia fatto, che andar 
pur sempre da lei più lontano? Ah! ben fu- 
nesto allora si avrebbe a dire il segreto ch'io 
ho trovato là nella grotta, e di cui tenevami sì 
to! ma se pur ben vi ripenso, che 
pósscTio dirne altrimenti?] Qual prò finora da 
tal segreto mi ho io raccolto? Stanco e an- 
nojato da infiniti viaggi, da cui altro non ho 
appreso fuorché la trista cognizione della mal- 
vagità degli uomini dappertutto uniforme e 
delle lorostavaganze pazzamente variate; nau- 
seato da insulsi piaceri, che mai un istante di 
vera soddisfazione non mi han prodotto, e mi 
hanno in vece condotto al margine della 
tomba; oppresso per una vana ambizione da 
un tumulto di brighe, d'inquietudini , di dis- 
gusti, che ho veduti pur finalmente ricom- 
pensati con un capestro,* iniquamente tradito 




SOAVE. 53 

da una donna , che simulava d'amarmi e che 
tanto avea lusingalo le mie speranze, io vo 
ora aggirandomi senza saper il dove , fatto 
oggimai odioso e insopportabile a me stesso. 
Quanto era meglio il restarmi nelle native 
campagne, e nella mia primiera semplicità! 
Il cibo, ch'io là gustava , era meno artifizioso : 
ma l'appetito che mai non mancava, quanto 
rendevalo saporito! Le vesti erano semplici; 
ma quan to%ieglio mi riparavano dalle intem- 
perie^elle stagioni, che quelle cui mi ha 
prescritte dappoi il capriccio volubile della 
moda ! Era povera la mia capanna , ma 
quanto dolci in essa io dormiva i lunghi sonni , 
lontano da ogni inquietudine , da ogni mo- 
lesto pensiero! La guardia del gregge, o la 
coltura del campo mi occupava fra la gior- 
nata; ma quanto era da preferire siffatta occu- 
pazione all' ozio compagno inseparabile della 
noja , che tante voJte mi ha oppresso! Ah ben 
ragione ha il venerabile vecchio , che il ciel 
mi ha fatto incontrare per tornii d'inganno : 
egli è la voce di un Dio propizio, che mi ri- 
chiama sul buon sentiero, ond' io ho traviato, 
e convien seguitarlo. ~^T* > - ' " 

Passata tutta la nolte^fra questi pensieri, ar^^^— *• 
primo spuntar dell' alba ei si leva subitamente 
e al buon vecchio tornando, il prega a voler 

2-.. 







54 NOVELLE. 

consentire che seco viva per l'avvenire, e inco- 
minci pur finalmente a gustare con lui di 
quella felicità , che cercata per ogni parte fino 
a quel tempo l'avea sempre fuggilo. Il vecchio 
con un piacevol sorriso : io godo, a lui disse, 
che la simplicilà e l'innocenza del viver nostro 
assai più felice vi paja, che forse jeri non vi 
sembrava : ma questa vita né or sarebbe per 
voi, né la felicità alberga solo fra le campagne. 
In mezzo ancora al tumulto del4^tf feà in 
mezzo ancora all'opulenza voi potete trovarla, 
qualor vogliate. Basta che la tranquillità dello 
spirito serbar sappiate ognor costante; che 
sappiate esser pago dei vostri beni, frenando i 
soverchi desideri, insaziabili sempre di lor na- 
tura; e lungi dall'ozio e dalla scioperatezza 
sappiate in alcuna cosa onestamente e saggia- / 
mente occuparvi : altro di più non si chiede 

Tutto potrei , ben lo veggio, rispose Alimek, 
ma troppa fatica mi costerebbe il cercarmi 
per me medesimo una vita per esser felice, che 
voi già pronta- mi prensentate. Dall' altro 
canto il viver campestre non è si nuovo per 
me che io non possa agevolmente accomodar- 
mi vi. E qui si fece a narrargli qual fosse Tori- 
gin sua, come avesse trovato là nella grotta la 
fatai borsa e l'anello, quali vicende gli fossero 
poscia intervenute. Indi al buon vecchio e 



SOAVE. 35 

l'uno e l'altro porgendo : A voi, disse, io ne 
fo dono, sol che vi piaccia ch'io più quindin- 
nanzi da voi non abbia a partirmi. 11 saggio 
vecchio ciò udendo : Poiché vi aggrada , ris- 
pose, accetto il vostro dono, ma non per 
usarne, che il ciel mi guardi da così tristo 
pensiero ; sol per serbarvelo , quando pure 
giungesse un tempo , che stanco della fruga- 
lità e semplicità della vita agreste amaste di 
ripigliarlo. Comunque savio sia il consiglio che 
avete preso, ei parmi tuttavia un po' subito e 
precipitato, e ad un tardo pentimento potrebbe 
un giorno condurvi. Voi farete,, finché v' è a 
grado , l'esperimento di ciò che si usa fra noi , 
ove questo vi piaccia, il restare sarà in poter 
vostro*, ma quando venga a dispiacervi , io non 
vo' che per alcuno vi sia disdetto il riprendere 
vostri doni e partirne. 

Lietissimo fu Alimeli dell' amorevole acco- 
glimento, e della saggia deliberazione del vec- 
chio: e deposti incontanente i vani pensieri che 
in mille guise fino a quel punto Paveano trava- 
gliato, nella tranquillità, nella parsimonia, 
nella occupazione incorniciò a sentire quel 
piacer puro e quella piena soddisfazione deli' 
animo, che dapprima non conosceva. Tras- 
corso alcun tempo, lungi dal pentirsi della 
presa risoluzione , trovandosi anzi di lei più 



56 KOVELLE. 

pagoognigiorno,pensòa coronare interamente 
la sua felicità, e fissarla per modo, che più non 
avesse a fuggirgli. Avea il buon vecchio una fi- 
glia in cui la bellezza eil candor dei costumi si da- 
vano scambievolmente risallo , e gareggiavano 
inconcertoa renderla più amabile e più adorna. 

Alimek , quando parvegli di aver dato 
siffatto saggio di sé medesimo, che il padre 
dubitar non dovesse di accordargliela in is- 
posa, a lui ne fece instantemente P inchiesta : 
ma troppo questi per lungo uso conoscendo 
l' incostanza dell' uman cuore, e troppo ancor 
diffidando della fermezza di Alimek , volle che 
assai più a lungo continuasse V incominciato 
esperimento. 

Alla fine sì certe pruove in lui vide di un 
animo pienamente contento del nuovo stato 
che aveva assunto, e interamente lontano dall' 
aver più pensiero di dipartirsene , che differir 
più non volle ad appagarci suoi voti: e Alimek 
giunto pur finalmente a quel colmo di felicità , 
chele ricchezze, i piaceri, gli onori non avean 
saputo mai procacciargli , volle che la borsa e 
l'anello fossero sepolti in parte, ove non più 
trovati da verun altro, più non potessero, 
siccome a lui, destare il funesto pensiero di 
rendersi infelice col ricercare la felicità ove 
meno può ritrovarsi. 






SOAVE. 57 

NOVELLA Vili. 

Sydney e Palty. 

i 
Sidney Bidulph d'illustre e ricca famiglia 

dell' Inghilterra per ubbidire alla madre il 
partito di lord Falkland, signore ricchissimo, 
da cui era adorata, e eh' ella amava; e unitasi 
in invece a Mr. Arnold, che dopo averla trat- 
tala nella maniera più barbara, e aver perduti 
parte perla sua scostumatezza, e parte per una 
lite sciagurata quasi tulli i suoi beni, morendo 
infelicemente la lasciò vedova con due figlie; 
ebbe poscia il dolore di perdere anche la ma- 
dre, ch'era il suo solo sostegno; e interamente 
abbandonata da un ricco fratello, insultata 
iniquamente da una cognata orgogliosa ed 
avara, costretta si vide a ricovrarsi entro una 
povera casa in due piccole camerette ad ultimo 
piano , ed ivi passare oscuramente i suoi giorni 
quasi nelF ultima mendicità. Per colmo di 
disavventura le due piccole figlie, che amava 
teneramente, furono quivi sorprese da un va- 
juolo di maligna natura, che dopo aver tenuta 
1' afflitta madre in un' angustia acerbissima 
per più giorni , prese finalmente un aspetto 
migliore , ma la costrinse frattanto a consu- 
mare in soccorrerle tulio quel poco , che 



38 NOVELLE. 

ancora le rimaneva. Più d' un mese le conve- 
niva per anco aspettare innanzi di riscuotere 
quella tenue pensione, frutto di un avanzo 
della sua dote, che per la crudeltà del fratello 
era divenuta la sua unica sussistenza. Le figlie 
intanto incominciavano a risanarsi; ma la de- 
bolezza in cui erano, esigeva un nutrimento 
migliore, ed ella più non poteva oggimai pro- 
curarne loro di alcuna sorta. A questi estremi 
la misera non trovò altro partito, che di spo- 
gliarsi interamente dei pochi abbigliamenti , 
che le restavano e convertirli in denaro. 

Commise pertanto a Palty sua fedel came- 
riera , che dopo averla accompagnata cos- 
tantemente in tutte le sue felici e sciagurate 
vicende, non volle pure negli ultimi mali da 
lei staccarsi , di trovare a quelli per qualche 
modo lo spaccio, onde poter provvedere a se 
medesima e alle sue figlie. La giovane affec- 
tuosa guardandola con aria di compassione ben 
mostrava quanta pena nell' animo ne risen- 
tisse. Voi non siete , le disse con voce dubbia e 
smarrita, non siete per anche, madama a sì 
dure estremità. — Io lo sono •, Patty;quel 
ch'io aveva, e ben sai se era scarso, è già del 
tutto consunto. Dall'altra parte io non ho più 
mestieri di questi vani ornamenti, e patir non 
posso di vedere le mie povere figlie mancar di 



soave. 5g 

quello che loro è necessario a pienamente 
ristabilirsi. — Non ne mancheranno pure , 
madama , sol che vogliate permettermi di 
provvedervi. — Io conosco , mia cara Patty, il 
tuo buon e u ore 5 ma come puoi iu essere in 
grado di .sovvenirle! — Voi sapete che io ho 
qualche destrezza ai donneschi lavori. La nos- 
tra albergalrice in sì fatte opere è sempre 
molto affaccendata; io le ho offerto i miei ser- 
vigi , e di un lavoro che le ho fatto in questi 
ultimi giorni ho già avuto trenta scellini. — 
Come! trenta scellini ! s'io non ti ho quasi ve- 
duta mai occupata in altro che a meco dividere 
l'assistenza alle mie figlie ! — Io suppliva nella 
notte a quello che non poteva fra il giorno, e 
l'assiduità mi ha fatto compiere assai più che io 
medesima non isperava dapprima. Or se vi 
aggrada, madama, io seguirò a far lo stesso, 
e il mio lavoro potrà bastare, io spero, senza 
che abbiate a spogliarvi pur di quel poco che 
avete ancora. 

Sidney piangendo di tenerezza e di gratitu- 
dine : mia cara Patty, le mie lagrime , disse , 
abbastanza ti danno a conoscere quanto io sia 
sensibile alla bontà del tuo cuore ; ma a Dio 
non piaccia ch'io voglia ritenere il fruito della 
tua industria e delle tue fatiche Quello che tu 
puoi guadagnarti,, debb' esser tuo 5 mai io non 



40 NOVELLE. 

soffrirò che tu abbia a spenderlo per mio 
riguardo. 

L'amorosa giovane fra la confusione e la 
pena : io vi prego, disse, a perdonarmi, .se 
ho forse ardito soverchiamente, ma io ho già 
impiegata a questo fine una parte del denaro 
che ho riscosso. Io ho creduto che le vostre 
bambine adesso convalescenti avesser uopo di 
qualche ristoro per rinforzarsi; e voi stessa, 
madama , dopo le fatiche e le inquietudini 3 che 
la loro malattia vi ha cagionate, parmi che 
avreste pur bisogno di un tal soccorso; io ho 
dunque comprato alcune bagattelle, che a ciò 
ho creduto più convenevoli : deh non abbiatelo 
in mala parte. 

Ah mia cara Patty , rispose Sidney, strin- 
gendole amorosamente la mano, e fortemente 
piangendo, io non posso già certo averlo a mal- 
grado, io ne sono anzi penetrata profonda- 
mente : accetto il tuo dono, ma sia l'ultimo; 
io ne sarei troppo altamente commossa. Or 
che le figlie mi lasciano tempo, mi applicherò 
io slessa al lavoro , anziché spogliarmi di cosa 
alcuna, giacché pur veggo che ciò ti dà gran 
pena. 

Fu lieta oltremodo la giovane, chela sua 
rispettabil padrona non isdegnasseilsuo picco] 
presente : e Sidney nelle estreme angustie per 



SOAVE. 4l 

questa guisa da una povera fanle si vide offerto 
spontaneamente quel sussidio, che da un ricco 
fratello iniquamente venivate ricusato. 

Ma né questi andò impunito della sua bar- 
barie, né alla bontà ed amorevolezza di quella 
mancò la debita ricompensa. Inqual maniera 
ciò avvenisse, nella seguente Novella sarà ma- 
nifestato. 

NOVELLA IX. 

L'iniqua fortuna non era sazia ancora di 
tormentare la paziente Sidney. Appena le figlie 
incominciarono a rinvigorirsi , ella medesima 
fu assalita da una crudel malattia, prodotta 
dalle afflizioni che avea sofferte, e dai disagi a 
cui l'infermità delle figlie l' avea costretta; 
malattia , che facendosi di giorno in giorno più 
grave, la mise in pericolo della vita e la tenne 
per lunga pezza inchiodata in un letto.^ In 
questo tempo ella si vide obbligata pur suo 
malgrado a dover usar dei soccorsi della fedele 
Patly , che troppo avventurala si riputava 
di poter sì bene impiegarli. Alla fine il male 
pur cominciò a rallentarsi , ed ella ebbe frat- 
tanto eziandio un trimestre della sua tenue 
pensione, di cui volle tosto, che una parte si 
occupasse a rimborsare Patty di quello che 
avea speso per lei, serbando al mantenimento 
di se e di sua famiglia il restante. 



i 






42 NOVELLE. 

Non era anche del tutlo ristabilita , quando 
un vecchio poveramente vestito alla casa di lei 
presentandosi , domandò di parlarle. Fattolo 
introdurre ed accoltolo cortesemente, ella chie- 
segli qual cagione colà il guidasse. 11 vecchio 
attentamente guardandola incominciò a sospi- 
rare, e poscia in aria timida, e sommessa : vi 
sovverrebbe, disse egli, mai di aver avuto un 
parente, nominato Warner, che passò all' In- 
die orientali, or sono circa a trent' anni? — Me 
ne sovviene , risposegli dolcemente Sidney. 
— Ah voi mirate ora quest' infelice , soggiunse 
il vecchio. Io aveva fatto colà qualche tenue 
fortuna ; il desiderio di rivedere la patria mi 
trasse a caricare sopra una nave tutti i miei be- 
ni, e a partire per l'Inghilterra. Noi fummo 
assaliti presso alla Brettagna da un armatore 
francese, che superiore di forze dopo un fiero 
combattimento ci vinse, e ci spogliò di ogni 
cosa. Rilasciato nel porlo di Brest, io mi sono 
strascinato alla meglio perfino a Londra. Qui 
giunto jer 1' altro, ho chiesto subito di lord Bi- 
dulph vostro padre, e mio zio, perocché ben 
sapete che mia madre gli era sorella. Uden- 
do eh' ei più non vivea, ho cercato di presen- 
tarmi a Milord vostro fratello, ma ei mi ha ri- 
cevuto con isdegno, e rimandato senza soccor- 
so. Or veniva per supplicarne ahnen voi: ma 
dalle angustie in cui vi miro, ben m' avveggo 



SOAVE. 43 

eh' io non debbo sperarne : più non mi resta , 
che soffrire in pace la mia sciagura e morire. 

Sidney più volle avea udito parlare di 
M. Warner, e attentamente osservandolo ben 
riconobbe in esso i lineamenti della madre, di 
cui presenle all' animo avea tuttora il ritratto. 
All' intendere la sciagura di lui, ella ne fu vi- 
vamente commossa. Mio cugino, gli disse, Id- 
dio sa quanto mi duole di non poter sovvenire 
alla vostra disgrazia, com' io vorrei, ma avrò 
mai almeno il piacere di soccorrervi come pos- 
so : noi divideremo insieme la mensa frugale, 
che a me serve e alle mie figlie : la nostra al- 
bergatile ha pur una camera, che io farò ce- 
dermi , ed ella sarà per voi. Se questo danaro 
frattanto può bastare alle spese, che avrete do- 
vuto fare in questi giorni, io ve l'offro; se di 
più vi bisogna , non avete che ad avvisarmene; 
il cielo è pietoso, e provvedere a tutti insieme 
per qualche modo. In così dire gli porse cinque 
scellini. 

Il vecchio nell' alto di stender la mano pro- 
ruppe in un dolce pianto di tenerezza e in una 
viva esclamazione. Ah il cielo disse, il cielo ben 
dee provvedere a tanta virtù, e troppo felice io 
sono, che voglia valersi del mezzo mio per com- 
pensarla. Mia cara cugina ! io accetto il .vostro 
presente , il terrò per eterna memoria del vo- 
stro cuor generoso; ma questa carta incornili- 



44 NOVELLE. 

ciate voi pur ad accettare in ricambio; e così 
dicendo le offerse un biglietto di banco di due 
mila lire sterline. Sidney al vederlo rimase 
attonita _, e quasi sognasse, più non sapea né 
dove fosse, né che si dire. Warner la mano 
stringendole affettuosamente : mia cara cugina, 
ripigliò, perdonate alla sorpresa che io ho vo- 
luto farvi : io non sono sì povero qual mi son 
finto ; sotto questi cenci voi mirate un dei più 
ricchi uomini dell'Inghilterra. Partilo per l'In- 
die con tutta l'eredità di mio padre, io mi son 
dato quivi al commercio, e il cielo 1' ha pros- 
perato di modo, che vi ho guadagnato somme 
immense. Rimasto colà senza moglie già da sei 
anni, e perduto ultimamente pur 1' unico fi- 
glio che aveva , io mi sono deliberalo di ritor- 
nare alla patria, e fra voi e vostro fratello divi- 
dere le mie sostanze. Io ho voluto però innanzi 
discoprir l'animo de' miei eredi, e travestilo 
qual mi vedete ho cominciato a presentarmi a 
lord Bidulph io non oso più onorarlo col no- 
me di vostro fratello ; ei non merita più questo 
s titolo. Con qual orgoglio il crudele, e con qual 
barbarie mi ha discacciato! Ben prevedendo, 
die qualora in un arnese si povero io mi fossi 
all' anticamera dichiarato col mio nome, io 
non sarei stato ammesso, mi feci annunziar so- 
lamente come uno, eh' era giunto recentemen- 
te dall' Indie, e avea a parlargli a nome di 



SOAVE. 45 

M. Warner. Per questo mezzo fui introdotto. 
Egli era sdrajato su di un sofà , e avea accanto 
Miladi sua moglie, che stava per ozio trastul- 
landosi con un cagnolino. A.I mio entrare inco- 
minciarono essi a misurarmi da capo a piedi, 
e a sogghignare fra loro. Io chinandomi osse- 
quiosamente: avreste per mia ventura, dissi a 
milord, qualche rimembranza dell' infelice che 
osa di presentar visi ? — Io no certamente, ris- 
pose egli con un viso amaro sprezzante. Io non 
so d' avervi mai veduto. — Voi avete dunque 
soggiuns' io, dimeni icato interamente il misero 
vostro cugino Odoardo Warner. A questo nome 
egli guardò miladi con atto fra la sorpresa, e lo 
scherno ; mi fissò gli occhi addosso nuovamen- 
te, mi venne tutto considerando; poi finalmen- 
te : io so bene, rispose di aver avuto un parente 
di questo nome ; ma è si gran tempo eh' egli è 
partito di.qui, eh' io certo più non saprei rico- 
noscerlo. — Io ben appieno vi riconosco, gli 
replicai : voi avevate già dodici anni quando io 
partii : quante volte io vi ho tenuto fra le mie 
braccia ! da quel tempo io debb' essere ben can- 
giato; le fatiche, il clima, 1' elàdebbono ave- 
re alterati i miei lineamenti : pur qualche tratto 
ne dovrebbe essere ancor rimasto; il tuon della 
voce — Or bene non giova, diss' egli impa- 
ziente, il disputarsi a lungo sull' identità della 



46 NOVELLE, 
vostra persona ; che avete voi ora a comandar- 
mi? A.h il povero , rispos'io , ubbidisce e non 

comanda. Quindi mi feci ad esporgli la mia 
supposta disavventura a un di presso nei ter- 
mini, die ho usati con voij Miladi guardando- 
mi alcuna volta con aria d'insulto, seguiva a 
trastullarsi col suo cane, milord agitavasi in- 
quieto, e allor che giunsi allo spoglio che di 
noi fece l'armatore francese non volle più altro 
udire. Levandosi con dispetto, si mosse come 
per uscire di camera, quindi volgendosi incol- 
lerito : ve' bel garzone! diss' egli che s'introdu- 
ce in mia casa sotto pretesto di avere a darmi 
novella di un mio parente, e poi si scopre per 
questo parente medesimo, che viene a chieder- 
mi la limosina. «Bella sorpresa per fede mia! io 
C/j^ /a vi chieggo perdono, risposi , se io non mi sono 
a dirittura annunziato per quel eh' era : con 
questo arnese ho creduto che non convenisse 
di farmi conoscere ai vostri domestici. — Or 
bene qualunque sia, replicò dispettoso, io non 
posso nulla per voi : che pretendereste voi che 
facessi ? — lo non ho pensiero, gli dissi, di es- 
servi a carico. Io sono stato allevato nel com- 
mercio, ho buon carattere, ho esperienza di 
ciò che appartiene alla mercatura : conto di 
pormi al servizio di qualche negoziante, da cui 
' spero di essere accettato ; ma intanto io muojo 



SOAVE. 4j 

di fame : qualche piccol soccorso per qualche 
giorno è quel solo che vi domando. Ei pose la 
mano in tasca per trarne qualche moneta. Mi- 
ladi vedendolo : e che volete voi, disse, pigliarvi 
pensiero di tutti questi cenciosi; datene a uno, 
ne verrà n cento ; e la porta sarà sempre asse- 
diata da siffatti importuni : dite che torni alle 
sue Indie , o vada allrove a provvedersi. — Voi 
ben potete immaginare, mia cara cugina, qual 
bile mi mosse un discorso cosi insultante ed 
inumano ; pur feci forza a me medesimo , e mi 
contenni^, Sperava di vedere in vostro fratello, 
che ben m' avea riconosciuto , una minor cru- 
deltà ; ma ei pure pentito della disposizione, 
in cui sembrava di essere per darmi qualche 
sussidio : egli è vero, disse, io mi lasciava vin- 
cere da una pietà importuna; andate, qui non 
v'ha nulla per voi; e in ciò voltandomi brus- i 
camente le spalle , mi obbligò a partire.jlo fre- ^*HUajl 
mea di sdegno , ma pure volli dissimulare, as- 
pettando miglior tempo a farli pentire amen- 
due. Chiesi tosto conto di voi, e qui entrando 
io confesso, che l'ira più fieramente mi si rac- 
cese^ Coni' è egli possibile che un signore al- 
loggiato superbamente in un sontuoso pa- 
lazzo lasci così languite una sorella, come voi 
siete , imprigionata in un vile abituro , sic- 
com' è questo eh' io veggo J Non avrebb' egli a 
vergognarsene per se medesimo! 



/ 



48 NOVELLE. / 

Mio fratello, rispose Sidney , avrebbe voluto 
vedermi unita ad un suo amico, a cui pure 
m' avea promessa : mia madre s'oppose ; io cre- 
detti di doverla ubbidire •, da quel tempo ei 
cominciò a scemar quell'amore che mi portava 
dapprima. Il marito, che per consiglio di mia 
madre io scelsi in appresso _, era da lui mal ve- 
duto , e non gli parve pure conveniente al suo 
grado. Indispettito via più ei non volle mai più 
mirarmi. Mio marito fu sciagurato ; un' ingius- 
ta sentenza gli tolse tutto; e poco dopo morì. 
Questo però non valse a riconciliarmi il fratel- 
lo ; ei dice eh' io ho meritata la mia disgrazia , 
eh' io i' ho voluta, eh' io deggìo soffrirla, e 
ostinato ad essa mi abbandona. Anima vile e 
spieiata ! esclamò Warner : più non mi fa ma- 
raviglia eli egli abbia scacciato sì villanamente 
un cugino; quand' egli giunge a trattare una 
sorella rispettabile qual siete voi , in un modo 
sì barbaro. Ma egli pagherà il fio della sua inu- 
manità : io voglio che senta tutto il prezzo di 
ciò, che questa gli ha fatto perdere ; voJ eh' ei si 
j roda e si strugga d' invidia e di dispetto J^ntte 
le mie ricnezze nn d ora sono per voi , e a pat- 
to , che a lui non debba toccarne mai pur la 
minima parte. Sidney, che comunque trattata 
iniquamente, pur non avea mai cessato di nu- 
trire per lui quella tenerezza , che la virtù sa 
ispirare ad un' anima superiore, cercò di rimo- 



J*L. 



SOAVE. 5l 

stravaganza. Fatto in mezzo alla piazza pian- 
tare un palo, e sopra postovi un cappello, 
ordinò sotto pena di morte, che chiunque colà 
passasse, dovesse innanzi ad esso chinarsi e così ^fc 
riverirlo come se fosse la sua persona medesima. 
Era in que' contorni un' uomo di ruvide ma 
schiette e franche maniere, chiamalo Gu- 
glielmo Teli. Venuto questi per suoi affari 
in Altorff, capitò sulla piazza , osservò il palo; 
il cappello che era vi soprapposto, il tenne un 
momento fra il riso e lo stupore; ma-non sa- 
pendo quel che si fosse, e poco curioso d' in- 
formarsene, trascuratamente e ridendo vi passò 
innanzi. L'irreverenza commessa al palo , e 
V infrazione del severo editto fu tosto recata all' 
orecchio del Governatore, il quale furioso diede 
ordine che il reo fosse immantinente arrestalo^_ >. \ 
Condotto che gli fu innanzi, ei l'accolse col 
truce .aspetto d'un uom crudele, che per bas- 
sezza di animo estremamente geloso della sua 
autorità , orribilmente inferocisce , quando la 
crede d'altrui derisa. Guatandolo fieramente, 
e fuoco spirando dagli occhi torbidi e dal viso 
infiammato : così ribaldo, gli disse , così ri- 
spetti i miei decreti? Tu osar di beffarmi? li? 
audacemente insultare al mio potere? Or ben 
lutto -il peso ne sentirai, scellerato, e tristo 
esempio sarai altrui , che la mia dignità impu- 

3. 



■ 



- 

52 NOVELLE, 

nemente non è oltraggiata. Attonito a questa 
invettiva, ma non poro -sgomentato, siccome 
quello che di niun delitto non era conscio a sé 
stesso, Guglielmo Teli domandò francamente di 
che venisse accusato. Inteso che n'ebbe il moli-» 
yo,gli parve sì strano,che non potè a men di sor- 
riderne. Rispose in prima, che niuna notizia ei 
non avea dell' editto; quindi con rustica libertà 
pur aggiunse che non avrebbe sognato mai, che 
ad un palo s'avesse a dar il buon giorno, e che il 
passarvi dinanzi senza far di berretta avesse ad 
essere un primenlese. Salì sulP ultime furie a 
quest' aria d irrisione il giudice inviperito : e la 
ragionevolezza della risposta umiliandolo vie 
più, lo rendette più smanioso. Comandò, che 
strascinato egli fosse nella prigione più te- 
tra , e quivi carico di catene attendesse la sua 
vendetta. 

Inquieto e fremente , mille maniere di nuovi 
supplizj egli anduva nell' animo ravvolgendo 
per isfogare con un' esempio vie più strepi- 
toso la sua rabbia. Mentre incerto ondeggiava, 
uno, che mosso a compassione osò pure ado- 
prarsi per ammansarlo, e ottenere alla rusti- 
chezza del misero Teli il perdono , gli suggeiì 
non volendo una specie tutta nuova e più orri- 
bile di vendetta. Fra l'altre cose che di lui 
disse, ei venne pure esaltando la singolare des-? 



SOAVE. 53 

trezza^ che questi avea nel tirar d'arco , e la 
certezza onde sempre colpiva nel segno : e 
aggiunse, che troppo mal gli sapea . che un 
uom sì prode avesse miseramente a perire. Or 
bene , rispose il giudice dispietato , noi ne ve- 
dremo la prova ; e sia salvo , se accerta il 
colpo, ma niuno il trarrà dalla morte, s'ei va 
fallito. 

Avea Guglielmo un figlio unico di circa dieci 
anni , cui amava teneramente. Or parve al 
tiranno di non poter meglio saziare il suo 
furore, che esponendo l'infelice padre a certo 
pericolo di averlo a trafiggere di propria mano. 
Ordinò adunque , che fosse tosto a lui condotto 
il fanciullo , che in mezzo alla piazza un 
pomo s' avesse a porgli sul capo , e che il 
padre , per esser salvo , alla fissata distanza que- 
sto pomo avesse a eolpire con una freccia. Gelò 
d'orrore il misero padre a si barbara condizio- 
ne; mille supplizj s'offerì pronto a patire piut- 
tosto, che avventurarsi ai crudele esperimento. 
Invano si adoperaronpur molli inorriditi all' 
iniquo patto , di trarre il giudice a consentire^ 
che altrove fosse fissato il bersaglio ; troppo 
il feroce si compiaceva della sua barbara in- 
venzione. Ei pressò il paziente o ad accettare 
senza più il cimento , o a vedersi immanti- 
nente strascinalo alsupplizio.Tn quelle angustie 



54 NOVELLE. 

terribili mille pensieri s'offersero al miserò in 
un momento. Fremeva da un canto all' imma- 
gine dell' atroce pericolo , e veder già pareva- 
gli il tenero pargoletto trafitto da lui mede- 
simo nuotar nel sangue e agitarsi negli estremi 
palpiti della morte : dall'altro, l'immagine non 
raen tormentosa delle calamitagli cui morendo 
il lasciava , lo riempiva d'orrore e di ambascia. 
Combattuto così e confuso , quasi una voce 
improvvisa sentì in cuore } che il trasse dalL' 
incertezza. Tuo figlio è perduto, dicea _, se più 
ricusi; alla tua morte ei non può sopravvi- 
vere; ei pure dovrà ben presto morire e di do- 
lore, e di miseria , accettando, tu puoi sal- 
varlo ; il cielo è giusto ei non vorrà abbando- 
nare la sua innocenza e la tua. A questo pen- 
siero ei si desta, e rivolto al giudice fiera- 
mente : Or ben, gli dice, crudele, tu sarai 
pago alla fine, accetto l'orribil pruova; qua 
l'arco e gli strali. j , 
fi ^_ Discende il- giudice nella piazza dai suoi 
Satelliti accompagnato-, il misero figlio, trat- 
tovi in mezzo, al palo iniquo si lega , e il fatai 
pomo glie posto in capo; a un canto della 
piazza è condotto il misero padre , a cui di- 
pinte si veggon sul volto le più crudeli agi- 
tazioni : una folla immensa di genie empie 
d'intorno ogni spazio. 11 truce Grissler in 



SOAVE. 55 

mezzo all' armi t r epud iar già si Tede di una 
gioia maligna : un fremito d'orrore e di sorde 
imprecazioni si ode i nvece nel popolo da ogni 
parte : il tenero figlio trema , e sciogliesi in 
pianto : più trema il padre infelice, e un or- 
rendo palpito gli batte il cuore. Pur si riscuote 
alla fine e si fa animo; alza gli occhi e le mani 
al cielo : Tu, Dio pietoso, esclama, tu Dio 
giusto, tu reggi il colpo. Ciò detto con mano 
ferma impugna l'arco ^incocca il dardo : un 
grido sorge per tutta la piazza, un muto si- 
lenzio subito gli succede. Teli prende con 
fermo volto la mira, trae la corda, il dardo 
parte. De' circostanti altri abbassano il guardo, 
o lo chiudono inorridito; ad altri l'anima corre 
impaziente sugli occhi per veder l'esito. Ei fu 
qual tutti lo desideravano : il dardo vola fi- 
schiando , colpisce il pomo di netto, e il fan- 
ciullo appena sentesi dalle piume lambir la 
chioma. Un grido festoso d'applauso, un bat- 
timento fragoroso di mani si leva tosto per 
ogni canto, il popolo n'è tutto ebbro di gioia; 
il solo giudice, nella sua crudele aspettazione 

deluso} freme di rabbia. i- ,. 

Sciaguratamente però nel girar gli occhi wrCi. 
sovra di Teli, ei mira cader a questo un altro 
dardo che seco aveva recato, e lieto della sco- 
perta , medita incontanente altro mezzo di 



56 NOVELLE. 

vendicarsi. Fattolo a se chiamare, e fingendo 
per meglio ingannarlo maniere dolci e cortesi , 
ei cominciò a laudare la maestria, di cui avea 
dato sì bella prova, ad applaudirlo del colpo 
sì ben riuscito, a dichiarar se medesimo appien 
soddisfatto e lui interamente assoluto da ogni 
pena. Quindi gli chiese piacevolmente, perchè 
óue dardi avesse recato, non avendo a fare 
che un solo tratto. Io non soglio , rispose Teli, 
andar mai fornito d'un dardo solo. No, amico, 
replicò il Governatore con artificioso sorriso', 
tu vuoicelarmi il motivo, ma io lo veggo abbas- 
tanza : or che lutto è finito , che giova il na- 
sconderlo? A me serbato era l'altro dardo: 
confessalo pur francamente io avrò cara la tua 
schiettezza , e anticipatamente già li perdono. 
Eassicuralo per questo modo : Poiché vi piace, 
rispose Teli, ch'io parli liberamente, già non 
dirò che espresso animo io avessi di usarne 
contro di voi; ma se la rea fortuna avesse pure 
voluto, che io mi vedessi per cagion vostra 
l'unico figlio cader trafitto dinanzi, io non so 
certamente quello che avreste potuto aspet- 
tarvi dalla disperazione d'un padre. — fio non J^ 
mi son dunque ingannato, riprese il giudice 
furibondo, deposta la rea maschera che aveva 
assunto, e tornando all' usata ferocia : Or bene 
adunque, io ben saprò, traditore, in un fondo 



SOAVE. &7 

di torre tener racchiusa la tua tracotanza , e 
dalle tue insidie assicurarmi : sia di nuovo inca- 
tenato costui e ricondotto alle carceri. A questo 
tratto di malignità e di perfidia tutta nuova, 
sdegnati fremono i circostanti ; più freme il 
misero Teli , ed implora soccorso; ma niuno 
ardisce di opporsi alla forza dell' armi ; e lo 
sciagurato è costretto a cedere e ad ubbidire. 

Sul lago,che incominciando presso ad Altorff 
si stende fino a Lucerna da cui prende il no- 
me , è un antico castello chiamato kussnacbt. 
In questo il feroce Grissler pensò di confinarlo , 
siccome in luogo, onde era impossibile trovar 
lo scampo ; e fatta perciò allestire prontamente 
„ una nave, vel fece porre scortato da guardie; 
e per meglio assicurarsi dell' eseguimento del- 
la rea sentenza, egli stesso pur volle accompa- 
gnarlo. Giunti che furono in mezzo al lago, 
ecco dietro ad un monte levarsi all'improvviso 
un gruppo di dense nubi , che spinte da vento 
furioso, in poco tempo ricoprono tutto il cielo : 
i tuoni mugghiano orribilmente , scoppiano 1 
fulmini, la furia del vento solleva l'onde a scom- 
piglio, e la barca agitata è vicina al naufragio-^- 
Tentano invano i remiganti di opporsi all'im- cH>LA^/ 
peto della tempesta, ella crescerla morte già 
sembra inevitabile. In sì terribil frangente uno 
di essi rivolto al governatore : noi siamo lutti 

3.. 



n. 



58 NOVELLE, 

perduti, gli dice, se a Teli non date la libertà 
di soccorrerci ; la sua forza è la sola, che possa 
trarci a salvamento. Attenuto dal pericolo^ non 
esitò il governatore a permettere eh' ei fosse 
sciolto. L/uom forte presi due remi, incominciò 
a contrastare coli' onde a tutt a len a, e ajutato 
dagli altri, a cui il suo esempio rinnovò il corag- 
gio, dal mezzo del lago riugcla trarre la barca vi- 
cina al lido. Era quivi uno scoglio, che alquanto 
sporgeva innanzi , e che i flutti agitati copri- 
vano alternatamente. Allorché questo si vide 
presso, Guglielmo Teli prontamente gettati i re- 
mi, d'un salto vi balza sopra, e si salva, gli altri 
non furon prontidel pari, e dal furore della lem- 
pesta in mezzo all' onde la barca fu risospinta. 
£_JE non è d'nopo già il dire se urlasse terribil- 
mentedi rabbia e di spavento il deluso Grissler 
al vedersi in novello pericolo , e nuovamente 
costretto ad errare in balia dei flutti. Guglielmo 
intanto, corso velocemente a riprendere le sue 
armi , tornò a mirare dall' alto il successo 
dell' agiiato naviglio. Dopo essere stalo per lun- 
go tempo qua e là balzato dalP onde, chetato 
* il vento, arrivò questo pur finalmente a pren- 
der terra. Il governatore fremente di sdegno e 
più che mai anelante alla vendetta, uscito ap- 
pena di barca si affrettò a ritornare ad Altorff 
per dar ordine, che Teli da ogni parte fosse 



LODOLl. 69 

cercato subitamente. Questi frattanto sopra al 
sentier montuoso ch'egli dovea tenere, s'asco- 
se in parte, ove potesse vederlo senza esser da 
lui scoperto, Allorché fu vicino: se negli abis- 
si pur anche s'andasse egli a profundare, s'udì 
gridar furibondo,io saprò ben cavarnelo, niuno 
potrà rapirlo alle mie mani; e una morte la 
più crudele dee saziare la mia vendetta. Irrita- 
to Guglielmo alla protesta feroce : Ah barbaro ! 
esclamò dall' agguato ove stavasi : or bene, tu 
muori primo frattanto, e vibratogli un dardo 
in mezzo al cuore il lasciò senza vita. Cadde 
così l'inumano, terribile esempio alle anime 
dispietate, e nel luogo ove cadde, siccome pur 
sullo scoglio ove Teli a vea trovato lo scampo, 
due cappelle furono innalzate, che a perpetua 
memoria tuttora si conservano. /_ 



CABLO LODOLI. 

NOVELLA. I. 

// vecchio ballerino. 



Giorgio Puff, celebre ballerino del teatro 
dell' opera in Londra , divenendo vecchio sos- 
tener non potea l'idea di dover cedere il primo 
posto ad un altro ; eppure la mancanza delle 



/" 



60 NOVELLE. 

forze gli faceva sentire che assai presto il fatto 
ne lo avrebbe convinto. 

Nella di lui conseguente tristezza meditava 
talvolta, se variando mestiere, avesse potuto 
rendersi di vantaggio celebre in qualche altra 
arte , con cui rilevar se stesso ; ma poi uomo 
qual era di maturo ingegno, sentiva ancora es- 
ser quasi impossibile che divenuto vecchio, 
gli fosse dato dalla sorte di brillar in un' altra 
professione del tutto diversa, non giungendosi 
mai all' apice del sublime, se non condotti dal 
genio, che scoppia appunto nel primo bollore, 
ed a forza d'un lungo, e non intermesso eser- 
cizio si sviluppa e germoglia. 

Quel generoso animo però non si smar- 
rì per intiero, riflettendo che vi potrebV esse- 
re una qualche parte della ginnastica, non an- 
cor per intiero sviluppata , la quale perfezio- 
nandosi da lui, forse potrebbegli e mantener la 
fama di grande originale, e preservargli insie- 
me la continuazione duna decente e comoda 
sussistenza. Qualunque esser potesse , dipen- 
dendo però sempre dall'equilibrio e dalle grazie 
del corpo, non che dall' espressione ad essa abi- 
tuale di certi primi segni della natura, si lusin- 
gava assai di poter penetrare con minor difficol- 
tà degli altri nei per anche non tocchi , e mi- 
steriosi rigiri. 



^ 




LODOLT. Si 

Mentre tali , ed altre simili cose ruminava 
per mente , a caso vide un signore , che sdruc- 
ciolando ebbe la malasorte di frangersi la tibia. 
In quel momento, quasi di lampo a guisa, il suo 
perspicace intelletto non mancò di travedere 
che si sarebbe potuto inventar l'arte di soste- 
nersi in piedi, quando l'umana macchina im- 
provvisamente uscisse d'equilibrio. 

Pensò dunque di rendersi l'autore di que- 
st'arte nuova , riflettendo che dopo accurati 
esami poteva risi stabilir dei principi , e dietro 
questi a forza di dar lezioni pratiche, fatta che 
ne avess' egli stesso grand' esperienza assuefare 
il corpo a reggersi anche con facilità in equili- 
brio in ogni singolare sbilancio. 

Preparò in conseguenza inclinati pavimen- 
ti , e di varie materie contesti : taluni poi coprì 
di polvere, altri inumidì con acqua e con gras- 
sumi di varia specie, già persuaso d'avere sco- 
perte quelle leggi, colle quali la stessa natura o 
difendeva , o salvava gli uomini da cadute mi- 
cidiali. 

Dopo le osservazioni teoriche cominciò poi 
con alcuni a lui più affezionati ed agili scolari 
nel ballo a cimentar esperienze, ed avanzan- 
dosi a poco a poco in questo suo nuovo stu- 
dio giunse a segno di credere d'essere in istato 
di eriger in breve., e con fortuna la sua scuola. 






62 NOVELLE. 

Per dare però un maggior credito alla singolare 
sua impresa, volle prevenire il pubblico col dar 
fuori l'istoria di tutte le fatali stramazzate, che 
succedettero nella gran Brettagna dal tempo 
della regina Elisabetta fino a suoi dì, facendo 
chiaramente conoscere, che se il duca di Pique- 
vorth, che si ruppe il capo , avesse saputo con 
quella pieghevolezza del corpo che non si con- 
trae che colla pratica , inchinarsi all' improv- 
viso verso un quarto di tramontana per greco, 
sarebbesi salvato; e che milord Perporre, che 
caduto nel Tamigi erasi annegato , viverebbe 
forse, se avesse potuto piegarsi per un altro 
quarto di vento, dietro le infallibili regole del- 
la semplicissima sua bussola, che a nuovi alun- 
ni suoi avrebbe fatta subito conoscere. 

Tali preparazioni e promesse produssero nel 
curioso popolo inglese un buon effetto; ed in 
fatti appena aperta la di lui scuola videsi di su- 
bito frequentata, e ne trasse poi somme lodi 
per aver insegnato a precanzionar la gioventù 
dai pericoli futuri , e non infrequenti. 

Se i genitori ben riflettessero su quel lasciare 
esposti ai perigliosi aspetti del piacere i loro 
figliuoli, sì dell' uno che dell' altro sesso, ancora 
inesperti per non far loro quasi praticamente 
conoscere i mali, che ne derivano così nel fisico 
che nel morale, da quante debolezze, da quanti 



LODOLI. 55 

passi falsi, da quanti in somma per essi fatali 
sdrucciolamenti non li difenderebbero! 

NOVELLA II. 

// dottore e V asino. 

Un Sanmarinista, professor di legge, nato 
dottore per privilegio della famiglia Malvasia , 
mentre portavasi fuori di città per prender in 
esame un caso criminale, trovò al passaggio di 
bassa acquetta due che in istrana guisa conten- 
devan tra loro. 

Aveva Tizio portato sulle spalle Sempronio 
nell' andarsene in là , ma questi poi nel ritor- 
no non intendeva di portarne il compagno. In- 
tesa la causa del dibattimento, frammisesi il 
dottore, e dopo di aver rilevata la parità di 
condizione fra essi , e scorgendoli altresì di .._ 
forze pur eguali, procurò colle dolci di persua- 
dere il già portato a portare. 

Essendo non ostante Sempronio dopo un con- 
trasto non lieve ancor ostinato nel suo rifiuto j 
credette quel giureconsulto, giacché le ragio- 
ni più semplici e più dimostrative non aveva- 
no prodotto alcun buon effetto, di adoprar con 
colui la forza magica delle parole oscure, di- 
cendogli : senti , hai sì gran torto che il gran- 



64 NOVELLE. 

de Ugon Grozio ti scalza, il baron di Puffen- 
dorff ti pone il compagno sulle spalle , ed il 
Cumberland ti dà _uiT.ealcTcfsolenn£,perispin- 
gerti nel guado... A sì tremende voci non ebbe 
più colui che replicare, e si prese Tizio sulle 
spalle , mentre il dottore di se contento prose- 
guì il suo cammino. 

Disbrigati i suoi affari , ed iudietro tornan- 
dosi, giunto che fu all' acquetta, il suo soma- 
rello, che certamente era della discendenza di 
quelli che conservarono dai tempi ne' quali tut- 
te le bestie parlavano, un simil privilegio, ar- 
restossi. Che hai? disse il padrone. Se vuoi bere, 
bevi pure : no*, non ne ho bisogno, l'asino ri- 
spose: dunque continua il tuo viaggio. E perchè 
lo volete , senza riflettere che deve interrom- 
perlo quegli che vi portò in questa stessa acqua, 
nella quale voi medesimo avete deciso, che il 
portato prima dovesse portare poi? Ora scen- 
dete dunque dal mio dorso , e compiacervi 
dopo tanti anni di portar me alfine la prima 
volta. 

Tutt'altra pretesa sarebbesi immaginato d'in - 
tendere quel grave uomo , che ridendo da pri- 
ma ne fu poi costretto per l'ostinazione del so- 
maro a far uso del bastone. Venuti a più riscal- 
date paròle poco giovando che il padrone gri- 
dasse sulla differenza , che v'era Ira un dottore 



LODOLI. 65 

ed un asino, ardito questi gli rispose esservi 
stati nella sua antichissima razza dei dottori in 
gran numero , e forse più di lui famosi , e cose 
simili ; ma nel perdere il tempo , inoltrandosi 
la sera , e non amando il dottore di doversi res- 
tar soletto sulla strada in una maggior oscuri- 
tà , si risolse a prendere un partito. Guarda se A^^^ 
altri lo scorge, ed alfine raccapricciato in se 
slesso si risolve di levarsi le calze, e nel mette- 
re i piedi in acqua, vien qua, di sdegno pieno 
disse, dammi le tue zampe d'avanti; perdi' io 
mi ti adatti meglio che possa. Rizzatosi l'asino, 
e nel sì fare divenendo più lungo del padrone , 
non fu possibile che portarlo potesse a quel mo- 
do. Prova il buon uomo a metterselo di traver- 
so in maniera che le coste non gii rientrassero 
in corpo, ma nemmen questo gli riusci : poi 
legatigli tutti quattro i piedi insieme lo mette 
a traverso il collo, come agnellino, ma però in 
vano. Finalmente prendendogli le zampe di- 
nanzi , voltandolo per fianco, e facendogli al- 
zare le gambe di dietro porgendole pel dinanzi 
gli riuscì di far quattro passi nell'acqua, ma 
poi il peso di dietro li fece cadere supini tutti 
due. 
Pur troppo è vero! sino a che l'uomo sta sopra 
v l'asino, trova usi bene el' uno e l'altro 5 laddove 
se l'asino vuole star sopra l'uomo , sta male l'a- 



66 NOVELLE. 

sino e peggio l'uomo : e però poco vi vuole ad 
intendere, chesein una famiglia sia per coman- 
dare il più sciocco, tanto ne soffrono i dipen- 
denti, quanto lo stesso direttore, che oppresso 
viene assai spesso dall'imbarazzo non meno che 
dal troppo peso. 

NOVELLA III. 

Chiomponia , o risola de' Monchi. 



-JJ- 



l Lslj Comodo negoziante olandese, mirando a far- 
si ricco oltre a quanto era, credette di conver- 
tir ogni suo avere in preziose merci , ed egli 
stesso colla propria famiglia trasportarsi nei- 
V Indie; ma fuor delle battute vie da furiosa 
procella per più giorni bersagliato ogni per- 
sona e cosa nel naufragio indi succeduto mise- 
ramente perdette, né altro salvar potè fuor che 
una picciola cassettina che sotto il suo brac- 
cio aveva sempre tenacemente tenuta stretta, e 
nella quale molte gioje di vario colore, e di va- 
ria grossezza e prezzo, legate in altrettante 
anella contenevansi. 

Sapendo per gran fortuna nuotare, alfine sal- 
vo si rese sopra ima spiaggia d'isola non cono- 
sciuta. Rimesso dopo qualche giorno per la cor- 
tese opera di chi lo albergò e pianti i cari figli 



LODOLI. 67 

e la dolce consorte , incominciava ad istruirsi 
de' costumi del paese, e seppe, che tutte le cose 
all'uso della vita pagar doveansicon certe mo- 
nete grosse, delle quali non avea idea alcuna, né 
rispetto alla figura, e tanto meno del valor loro. 

Pensò dunque che altro espediente non v'era 
per lui , finché si fosse trattenuto colà , fuori di 
quello di cominciare a vendere alcune delle 
preservate suepreziose anella.Si volsepertanto 
a quel valetto della locanda _, in cui gli sembrava 
di potersi più confidare, e tratta fuori la sua 
preziosa e scintillante merce, gli chiese, come , 
dove, quando, e quanto poteva ritrarne? Colui 
da meraviglia per qualche tempo ammutolito, 
ricercogli poi in qual terra veramente egli cre- 
desse di ritrovarsi? _^_ cft<.sa^^. 

Lasciale , continuò, eli' io meglio esamini la 
vostra zampa, che ben mi pareva essere divisa 
in più parti lunghette, morbide, e facilmente 
flessibili. Non è al certo simile alle nostre quasi 
di corno di lattante vitella formate, e d'un 
pezzo solo. Le vostre all' incontro sembrano 
tessute di teneri arbusti e pieghevoli nel loro 
termine, e confare perciò si possono natural- 
mente ad ornamenti di simil genere. 

Allora interrompendolo il disgraziato nego- 
ziante, esclamò : ah come vivrò mai, se non 
ho che anella in un paese, dove non vi sono 



63 NOVELLE. 

dita , ne usar in conseguenza si potrebbero ! 
Tal ben crudo destino è riserbato a quelli, 
che , provveduti di squisito senso, e di sapienza 
non ordinaria , trovan nel bel mezzo agi' im- 
periti, agli stupidi, od ai prevenuti. 

NOVELLA IV. 

Democrito ed un suo scolaro. 



J> 



1 Se avesse Democrito, o no buone ragioni 
per sinceramente ridersi di tutto, non si è per 
anche deciso dall' unanime consenso di tutti i 
filosofi , né forse mai si deciderà : ma pensasse 
egli bene, o male, certo è che, se la felicità 
della vita nostra consiste nello star bene con sé 
medesimo, sembra , che sia sialo uno degli uo- 
mini, che meglio , e più lietamente la trapas- 
sasse. Trovasi però, in un passo d'antico scrit- 
tore ultimamente scoperto fra' codici del car- 
dinal Bessarione, motivo di dubitare che di 
tutto non ridesse sempre , mentre non poteva 
essere indifferente al riso di certo sofista, come 
rilevasi , il quale osava di trattarlo da pazzo. In 
oltre si rileva che uno de' più degni scolari 
suoi , non potendosi dar pace , che un tan- 
to maestro cadesse in così fatta debolez- 
za, deliberasse nelP animo di attendere l'oc- 



LODOLI. $9 

casione di colpirnelo , né però con offesa. 
Presentossi anche pronta, mentre da Demo- 
crito incaricato il discepolo stesso di prender 
la misura della giusta profondità del suo 
pozzo , credette quel giovane , dopo averlo 
ubbidito, di dirgli con sembiante proprio dì 
uom dabbene, eccovi la misura richiesta , che 
però non poiei prendere se non dall' allò al 
basso con un peso attaccato a questa fune, ma 
che non potei av.ere dal basso all'alto per man- 
canza di scale.... per questa.... ah ah, lo 
sguajato! interrompendolo con forti risa, ri- 
prese Democrito allora: ma non è dessa la dis- 
tanza medesima tanto si se prenda dall' allo al 
basso, quanto da questo a quello? Ah, ah, il n 

poco accorto! oh quanto da rider mi fai....! ^ (/Ìt< 

Dato comodo sfogo al di lui riso , replicò il di- 
scepolo con modestia : Così veramente sembre- 
rebbe, ch'esser dovesse, e così pure ne avrei 
credulo io medesimo , se voi, voi stesso non me 
ne aveste fatto dubitare, quando più volte 
osservai nei modi vostri il dispetto da voi stesso 
lanciato contro il sofista Teagene,quando se la 
ride di voi ; ma non v'è tra voi e lui la mede- 
sima perfetta distanza , che tra lui e voi? E per 
che dunque volete poter impunemente rider di 
esso e de' suoi simili , pretendendo poi, "che 
egli non possa fare lo stesso sopra di voi? 



70 \ NOVELLE. 

Appena Democrito polè riflettere un mo- 
mento a questa industriosa, quanto amichevole 
domanda, e ravvisando tosto che aveva ia- 
sione, abbracciandolo gli disse: sì, ti rendo 
adesso le maggiori grazie eh' io posso , scla- 
mando ad un tratto : rida purTeagene di me 
quanto più gli piace, eh' egli ha l'istessissimo 
diritto, il quale ho io, di ridermi di lui, come 
di tanti altri. 

Se dietro i principi di questa intellettuale 
giustizia non ci ostinassimo a voler aver ragione 
di tutto, e sopra tutti , diminuirebbesi il nostro 
orgoglio e più tranquilli saremmo allora sopra 
di ciò, che attraversa è contrasta i nostri pia- 
ceri e le noe tre late pretese. 



LIjIGI sanvitale. 

NOVELLA I. 

Polllone ordina 3 die si metta nel vivajo delle 
V lamprede uno schiavo, perchè ruppe un va- 
so di cristallo. Ma ne lo libera il commen- 
sale di lui Augusto, che a correggimene del 
lamico vi fa in vece gettare i cristalli. 

A y/^-'Colui che dalla culla si avvezza a tutte ap- 
j P*6 ar le M»e:brame, e vivere agiatamente in 



S INVITALE. 7 5 

Galeno di ritorno da Roma a Pergamo sua 
patria aveva per compagno di viaggio un Cre- 
tese , uomo del miglior cuore , probo quan- 
ta altri mai, affezionalissimo agli amici. Gran 
disgrazia, che in mezzo a sì belle qualità e^li 
fosse così impetuoso e feroce,, che colto da sì 
malnata passione desse negli eccessi i più enor- 
mi ! Tra via domandò questi alcuna cosa degli 
equipaggi a due suoi schiavi. Essi nulla rispo- 
sero, questo bastò per accenderlo di sdegno; e 
senza replicar parola dato di piglio ad un ba- 
stone, tante ne die loro sul viso e sul capo , che 
lasciolli intrisi nelpropio sangue. Ammorzato 
quel primo bollore , tenero di cuore com'era, 
ebbe tosto a pentirsi d'aver fatto di coloro co.sì > 
barbaro goveinoi Preso pertanto per nianowWv^- 
Galeno lo ritirò nei luogo più appartato delia 
casa ; e , per quanto hai di più caro , diss' egli , 
priegoti di danni con questo scudiscio tante 
vergate, che piova a me pure il sangue, sicco- 
me a coloro che maltrattai. A tal richiesta non 
potè il medico contenere la risa; ma quanto 
più rideva, altrettanto si ostinava l'altro nel 
suo proposito. Vedendo ili fine esser vano ogni 
discorso, gillasegli a piedi, e lo scongiura dì 
co! al grazia in ammenda di tanto fallo. Non 
valendo a Galeno- le rimostranze, né volendo 
mipoco esercitar coli' amico sì crudo ufficio, 



J 4 NOVELLE, 

mostrogli di volere accondiscendere alla sua 
brama, a condizione però che desse fede di por- 
gere prima orecchio alle sue parole senza in- 
terromperlo, né contraddirlo. Promise il Cre- 
tese, e Galeno ripigliò: no, non è quesla la 
maniera di guarir dal tuo male. Né le percos- 
se, né le sole ragioni sono acconcie a sradicare 
la forza del temperamento, che ha preso piede 
in noi. Il nostro studio dee consistere nel co- 
minciare a raffrenarci nelle cose di minor con- 
to, per metterci a poco a poco in istato di su- 
perarci nelle maggiori. Per ora tu devi cercare 
di fuggire gì' incontri pericolosi , e quando 
t'accorgi che la collera vuol coglierti, abban- 
dona tosto il discorso, o l'affare che hai per 
mano, sinché s'estingua del tutto l'incendio, 
che stava per iscoppiare. -—4*- 
. O II Cretese guardando sempre il suolo per ros- 
Ls ""tffre, si stava ad ascoltar l'ammaestramento 
dell' amico, che tanto lo commosse e persuase , 
che volle castigare se slesso d'una maniera men 
dura e più efficace. Chiama a se gli schiavi. Es- 
si compaiono aspersi ancora di sangue, aventi 
il visodi più lividure e ferite pesto e malconcio. 
Impallidì il Cretese allo scoprire nel lor vol- 
to la sua crudeltà. Riavutosi però dal turbamen- 
to, che la vista del suo delitto gli aveva cagio- 
nato , sbandite una volta ogui timore, lor disse ; 



SAN VITALE. 70 

voi non esperimenterete più mai la mia fierez- 
za. Sì, da questo momento vi rendo la libertà. 
Deh possa il mio ravvedimento meritarmi da 
voi il perdono I che dite, signore? Dislesi per 
lerra acian dogli i piedi risposero gli schiavi. 
Se voi ne togliete le catene , noi vi addiman- 
diamo per grazia d'annoverarci ancora fra vos- 
tri servi. Noi saremo al colmo della gioia d'a- 
vere un padrone v amoroso, e insieme magnani- 
mo , e che seppe ad un tratto correggere il solo 
difetto , che offuscava tante e sì rare virtù. Voi 
resterete dunque meco, interruppe il Cretese, 
finché vi aggradi, in qualità di servinoli già, 
ma d'amici: e quando vi cada in pensiero di 
lasciarmi, io destino un talento a ciascuno di 
voi , affinchè con meno di disagio possa ritor- 
narsene alla patria. Essi però non si partirono 
mai dal suo fianco ; anzi il più giovane de' due, 
che più dell' altro valeva in ingegno, gli servì 
da quel punto di consigliere } e d'amico. Mer- 
cè di cui, e della buona indole, che aveva sorti- 
ta col nascere, non cadde più in simili trascor- 
si, e fu l'esempio de' cittadini di Creta. 



4. 



7 6 NOVELLE. 

NOVELLA III. 

Temistocle invidioso della gloria d'Aristide 
lo fa cacciar dalla patria. Questi non si 
vendica, sebbene il potesse , del rivale e 
d'Atene; anzi coli' autorità sua, sforzati 
i cittadini a misurarsi con Serse , libera dal 
servaggio la Grecia. 

'Jjc^Hf La vendetta avvilisce; un generoso perdono 
v _^/ innalza l'uomo alla Divinità. 

Temistocle, cui non lasciarono aver posa i 
trofei di Milziade , era divorato dalla brama di 
soprastare ad ogni altro. Pertanto covava nel 
suo cuore un odio implacabile contro Aristide, 
il solo fra gli Ateniesi che potesse pareggiarlo 
nell' ingegno e nel valore. Crebbe però un tal 
odio a dismisura, allor quando ottenne questi 
da suoi concittadini il soprannome di giusto , 
il qual litol d'onore lo distingueva dallo slesso 
Temistocle , e da' Greci tutti. Alla fine non po- 
tendo egli più sopportate la vista di tanto ri- 
vale, prevalendosi della volubilità del popolo, 
lo fece scacciar dalla patria. Lo seppe Aristide, 
né se ne dolse, e in partendo lece voli per quel- 
la città medesima , che il dannava all' esilio 
coli' ostracismo. 

Non andò guari, che mosse Serse verso la 



SAN VITALE. 7? 

Grecia con poderoso esercito e di terra e di mare. 
Superò le Termopili ed Artemisio, e rendutosi 
padrone della region Dorica, e della Focide, 
recava per ogni dove gì' incendi e le mine. 
Queste impensate vittorie fecero agli Ateniesi 
desiderare il ritorno d'Aristide, né potè oppor- 
visi Temistocle per non innasprire vie maggior- 
mente gli animi già di troppo irritati. 

Dopo siffatte perdite gli alleati pressoché 
tutti distaccaronsi dagli Ateniesi, trovando mi- 
glior consiglio a difendere il Peloponneso. Te- 
mistocle veggendo di giorno in giorno andar 
peggio gli affari , meditava un piano per la sal- 
vezza della Grecia. Voleva che gli Ateniesi ab- 
bandonassero la città , e che n'andassero a Sa- 
lamina per far fronte sulle navi all' armata 
nemica , sostenendo eh' era più decoroso il vi- 
ver liberi sulle triremi , che schiavi in Atene. ^ ~j4£//U, 
Non ci voleva meno del credito, eh' ei godeva" 
presso i popolari dell'Attica, per determinarli a 
sìduropasso. Dopo lunghi parlari e dibattimenti 
finalmente convennero di trasferire a Salamina 
l'Attica libertà. Prima di partire però decreta- 
rono che i vecchi , le donne , e i giovani non 
atti a portar le armi, si ritirassero a Trezene. 
Bello e miserevole fu il vedere in tale distacco 
il turbamento di questi ultimi, e la fermezza 
de' primi. Questi parevano guerrieri ch'andai- 



J& NOVELLE. 

sero con pie sicuro alla vittoria, sembravan 

quelli vittime destinate al sacrifizio. 

Intanto videsi ricoperto dell' armate navali 
di Serse il seno saromico , e i lidi dell' Attica ri- 
suonarono di barbaresche grida. Già le navi 
s appressavano al porto Falero, non molto dis- 
giunto da Salamina , chi può ridire la coster- 
nazione degli Ateniesi quando appresero sì 
triste nuove? Mormoravano del capitano per 
averli costretti ad abbandonar la città, le mo- 
gli, i padri , i figliuoli _, onde senza scampo in- 
contrar le catene, che cercavano di schivar 
nella patria.' Pochi alleati, che rimanevano, 
risolsero di partire per V istmo di Corinto al 
venir della notte. Aristide avrebbe potuto pre- 
valersi della disposizione del popolo a tumul- 
tuare , per vendicarsi ad un tempo degl' ingra- 
ti concittadini, e dell' ambizioso rivale. La 
vendetta non ascolla né le voci della patria , 
né i vincoli di parentela, ed arriva talvolta 
chi è occupato da sì nera passione a desiderare 
del male a se stesso, purché Perniila lo soffra 
^cV<^ : ^ ma ggiore. Quale dunque più acconcia cireons- 
tanza per rovinare gì' interessi di Temistocle 
poteva presentarsi ad Aristide? Volevano par- 
tir gli alleati, ei doveva segretamente dar ma- 
no a questa risoluzione , doveva esagerare i 
mali, e l'inconsideratezza del capitano ; allora 



SÀNtÌTÀLÈ. fg 

sì che gli Ateniesi non si sarebbono più conte- 
nuli. Intimiditi, abbandonati, pieni di sdegno 
e di mal talento centra il lor duce $ la dispera^ 
zione e il rancore gli avrebbe portati a qualche 
violento partito-.v Ma sì bassi affetti non accò- 
glieva il generoso cuore d'Aristide. Egli diede 
l'esempio di qtial maniera l'uomo virtuoso deb- 
basi vendicare de* torti ricevuti. Àndossene al- 
la capitana per abboccarsi con Temistocle. 
Espose ch'eran cinti da Serse, che Atene cor- 
reva gran rischio in quali' affare di rimanere 
distrutta dallo smisurato numero de' nemici. 
Maravigliato Temistocle di ritrovar nel rivale 
tanta virtn , svelògli il piano eh 3 ei meditava 
d'eseguire. Tu vedi , diss' egli, eh' essendo noi 
tanto inferiori di forze ? non ci resta altro scam- 
po che nella ristrettezza del luogo, ove le du- 
gento nostre triremi equivagliano bene alle in- 
numerevoli navi di Serse. Tu conosci Sicino 
quel prigioniere Persiano, di cui mi posso fida- 
re interamente.E bene; io 1' ho spedito a Serse. 
Ei deve dirgli che il duce dell' armala Ateniese 
se gli da per vinto , e che in pegno di sua fe- 
deltà lo rende certo, che i Greci sopraffatti dal- 
lo spavento son pronti a fuggile; eh' ei deve 
sorprenderli , e portar l'ultimo colpo alla Gre- 
cia avvilita. Aliamene comandante della mari- 
na cUill' Asia ebbe ordine subito d'avanzarsi > 



So NOVELLE. 

com'egli ha fatto,con lutle le navi per tagliar- 
ci la ritirala. Esse anziché giovargli devono 
impedire alle truppe d'eseguir fedelmente i 
cenni di chi le regge. Priegoti dunque, mio ca- 
ro Aristide, per la patria che tanto ami, di per- 
suadere i capitani delle milizie, e i comandanti 
delle triremi a combattere valorosamente, si- 
curo che da questo punto dipende la liberazio- 
ne, o il servaggio della Grecia. Pieno d'ardo- 
re passa Aristide di tririme in trireme : colie 
ragioni e coli' autorità sforza tutti a pugnare, 
ed Atene riporta su Serse una delle più segna- 
late vittorie, y. 

NOVELLA IV. 

Platone accorso in Olimpia nella ricorrenza 
de' giuochi , non si scuopre a' suoi ospiti 
per quello che era. Tardi se ne avveggono, 
e dolgonsi di loro inespertezza. 

Grande stoltezza di quelli che sanno, l'inor- 
goglire di lor dottrina ! 

Mentre tutta la Grecia accorreva da ogni 
parte ad Olimpia per essere spettatrice de' fa- 
mosi giuochi, ne' quali il valore, la destrezza, 
l'ingegno premiavasi, vi si recò pure lo scola- 
J ro di Socrate. /Lungi dal suo cuore il vano de- 
./2-k^ìo di rinomanza, non cercò già egli d'essere in 



SANVITALE. 8l 

quel? incontrò conosciuto di persona da molli, 
e mercarne i dovuti onori: che anzi andossene 
ad umile casetta, ove fu accolto colla maggiore 
ospitalità. Sconosciuto dagli albergatori , nep- 
pure egli sapeva chi essi fossero. Dimandato 
del nome disse che chiamavasi Platone. Senza 
però scoprirsi per quel filosofo eh' egli era. Usò 
con esso loro delle più dolci maniere, ornò le 
sue parole d'una cotal venustà mista di sapien- 
za , di guisa che gli ospiti oltremodo lodavansi 
della fortuna che avesse loro mandato un tal 
uomo. Quanto più si trattarono, tanto piùser- 
raronsi i nodi della loro amistà. Terminate 
però le feste venne pur anco a cessar l'allegrez- 
za in quella famiglia; avvegna che volle di co- 
là partire il saggio amico;- Accompagnatolo 
lungo tratto di cammino, distaccaronsi alfi- 
ne dal filosofo con gli occhi molli di pianto 
promettendogli di recarsi ad Atene per riveder- 
lo. Non erano ancora scorsi tre mesi, che più 
non softerendo d'indugiare, andarono a ritro- 
varlo. Il filosofo li ricevè con espansione di 
cuore. Date quindi le prime ore alP amicizia, 
disse l'un d' essi : di grazia danne a conoscere 
lo scolaro di Socrate , quello che ha teco co- 
mune il nome , e di cui la fama ha menato per 



a sua %y.) 



Ogni aove lauiu mm uic. i v?umti i^ «■"« "«** ^^ 
scuola, a lui presentaci, enoVi invidiarci che ai- 

4.. - 



3~2 ROTELLE. 

eun frutlo traiamo conversando con esso Fu*. 
Alla loro inchiesta sorridendo Platone si ma- 
nifestò per quello che ricercavano ,. ed oh ! di 
qua! sorpresa non li riempiè così impensata 
risposta. Beati si reputarono per aver ricovera- 
to sì valent' uomo 5 ma nello stesso mentre do- 
levansi della loro inesperlezza r non avendolo 
sapulo conoscere, sebben tant' indìzi avesse lor 
dato col facondo ragionare, e colle gia.vi mas- 
sime, di cui asperso aveva il suo discorso. Non 
per tanto confortaronsi tosto, e doppio fu il 
piaceie che poscia prosarono durante il lo* 
soggiorno in Atene. 



J& 



LUIGI BRAM1ERI. 

Il Buon Diavolo* 

Un gentiluomo Bretone aveva per moglie 
una donna , in cui la bellezza più luminosa, le 
grazie più seducenti erano congiunte colla 
maggiore saviezza , collo spirito più coltivato 
e con un ottimo carattere, ma quanto la na- 
tura era stata liberale colf amabile sua compa- 
gna , altrettanto era con esso lui stata avara la 
fortuna! Cosicché egli, il suo mediocrissimo pa- 
<jirimonio lasciando alla saggia consorte in? 



ÉÉ'AMÌElif. SS' 

governo, si affidò al mare, ilei commercio 
riponendo la speranza di un fausto avvenire; 
e per molti anni tranquillo si stette lontano 
dalla patria, dalla moglie, della cui fede illi- 
bata conosceva ben egli quanto conto tener 
doveva. 

Difalli la condotta della dama nell' assenza 
di lui fn quale da onesta moglie e da vegliante 
madre di famiglia puossi aspettare. Perocché 
molto in riputazione crebbe coli' onore il 
nome di lei pianto più stimata universalmente 
quanto che giovane , bella ed ornata molto 
nelle frequenti occasioni, che troppo fornisce 
anche la men corrotta società , non permise 
giammai a se stessa nessuna di quelle azioni, 
le quali , sebbene in se medesme innocenti, 
pur lasciano cadere qualche sospetto sulla virtù 
troppo facile ad essere, come specchio d'alito, 
ad ogni minima ombra appannata ; questa 
■virtù però sì giustamente scrupulosa non era 
né feroce, né severa a segno da vietarle il 
piacevole intrattenimento dell' onesto e civil 
eonversareJCosicchè , senza mai perdere di v**S(L+^_ 
vista nessuno dei suoi doveri la bella gentil- 
donna non rade volte presso le amiche , e i 
geniali crocchi interveniva e tal volta nella 
fetessa sua oasa ne radunava con quella scelta 



Z 



o± NOVELLE. 

]■ rudente ed accorta che le inspirava il suo 
discernimento. 

Era il carnovale. Il desiderio de sollazzarsi 
alquanto, e di rendere nel tempo stesso agli 
amici suoi quegli ufficj, chele si erano usali, le 
mosse il pensiero di dare in sua casa una pic- 
cola festa di balio , con giuoco e cena. La di- 
ligente economia colla quale i beni del marito 
amministrati avea , le permetteva senza alcun 
danno sirnil lautezza. Già tutto è pronto quello 
che può al diletto ed al decoro d'una poco 
numerosa ma nobil festa convenire, già lefaci , 
e i doppieri fanno alla notte il* più vivo con- 
trasterà molti stronfienti con lieto suono risve- 
gliano il genio e l'agilità di snelli danzatori ; già 
leggiadre coppie d'ornati giovani aambii sessi, 
par te scoperti, par te mascherati, intrecciano ben 
ordinati balli, in ogni regolato moto obbedienti 
al dolce impero dell' orchestra armoniosa, «s^,/ 
Jf^ a\& gentildonna liberale di sì nobil diverti- 
mento , che nell' assenza dello sposo non si 
credea lecito di prendere parte alla danza ? 
Sta vasi in una delle stanze contigue alla sala , 
fra scelti amici , inlenta a moderato giuoco , in 
cui più la gloria di vincere metteva impegno , 
che non la vile ed affannosa avidità di guada- 
gno. Quand' ecco un assai pulita maschera in 



BRAMIERI. 35 

abito di procuratore con parecchie carte di 
processi sotto il braccio, s'accosta al tavo- 
liere, e dopo i primi civili uffizi, offre une 
sfida di giuoco alla signora della festa, che 
Faccetta generosamente. Si fanno cinque o sei 
colpi, dei quali ciascuno valeva uri discreto 
prezzo, e la fortuna parve sempre ostinarsi 
contro lo sfida tore rendendo di tutti vincitrice 
]a dama. Ma poiché alcun degli spettatori sfi- 
darono anch'essi il mascherato procuratore, 
questi guadagnò a tutti senza intermissione 
tutto il denaro. Egli non perdeva mai che 
colia padrona di casa, cosicché i circostanti 
comminciarono a sospettare che sotto quella 
maschera si nascondesse un segreto splendido 
amante di lei. 

Nel comunicarsi a vicenda queste loro con- 
getture non poterono usar tanta precauzione, 
che l'avveduta maschera , impegnata più ch'al- 
ti i mai a spiare destramente i loro discorsi, 
non ne comprendesse ben presto il soggetto : e 
per confermarli vie maggiormente nella fal- 
lace loro induzione, volto a parecchi, che di 
questo a bassa voce s'intrattenevano disse : — {-> j) 

— Io sono il Dio della ricchezza. — E trasse ^ViAJ^ 
dalle tasche molte borse di lucenti doppie pie- 
nissime,e quindi allagen tildonna, continuosco- 
po delia sua officiosità propose una strana sfida 



Si ÉOfEttÉì 

m questi termini. — Io giuoco tutto quest'ore? 
contro quanto voi possedete. A tale smisurata 
proposta raccapricciò la dama , e si ricusò. 
Egli allora passò dalla sfida alle offerte, pre- 
gandola cogli atti della più ingenua cordialità 
ad accettare in dono quella immensa somma. 
Se per offerta sì liberale non seppe ella dispen- 
sarsi da giusti ringraziamenti, seppe con gentil 
maniera quella ricusare, siccome la sfida. 

Intanto così straordinario avvenimento sve- 
gliò- la curiosità , le eiarle di molli ed una- 
piacevole varietà d'opinioni. Una buona vec- 
ehierella immaginò e conchiuse , con tutta 
serietà, che non era codesto altri che il diavolo 
mascherato.-La intese un bell'umore, e si piac- 
que con varj argomenti dì- confermarla in sì, 
bel parere.- Invigorita da ciò la fantastica vec- 
chia piìunon si tacque-, finché non ebbe disse- 
minata la sua sentenza, che pur fu da molti 
troppo creduli e deboli abbracciata , pe' quali 
eosì un pensiero chimerico si volse in irrefi a- 
ga bile certezza. — L 

Lo scherzoso procuratore che avea piacevol- 
mente secondate le prime congetture dalla 
compagnia formate sopra di lui, diedesi con 
pari disinvoltura a secondare questa strava- 
ganza, parlando dapprima molle e varie Un- 
gile, nelle quali era yersatissimo , e poi di- 



FKAMIERI. fij 

cendo. — Io sono uscito dall' inferno per 
venire ad impadronirmi d' una dama, che mi 
si è da gran tempo donala , e non partirò di 
qui che ad ogni patto io non l'abbia in poter 
mio. 

Questo discorso combinato co' fatti prece- 
denti fece cadere lurtli i sospettici timori sulla* 
signora del luogo. Que' pusillanimi, cui la 
paura esaltala aveva la fantasia erano in grande 
affanno per lei, e già trattavano gravemente 
di ricorrere a'più efficaci mezzi onde scacciare 
sì terribil nemico. Molli ondeggiavano nella 
incertezza , e non sapendo determinarsi ad 
alcuna opinione, passavano alternamente dalle 
risa ^allo spavento. Le persone sensate, parte 
sempre la più piccola d'ogni adunanza , 
aspettavano tranquillamente lo scioglimento 
di sì gradevol commedia. La bella gentildonna* 
eia tra queste, e godeva di più del comico 
spavento che molti animi empieva in favor suo.. 

Intanto il lepido procuratore , che della 
saggezza della consorte si era per sì bel modo 
assicurato , ed ornai trastullatosi abbastanza si 
disponeva allo sviluppo, rese a' cireonstanti 
esattamente il denaro, che a ciascuno aveva< 
guadagnato , soggiungendo ! Imparate ad arri- 
schiare il vostro contro il diavolo, che fa gua- 
dagnare ognora che il voglia.-— Cosi egli evo?- 



88 NOVELLE, 

tinuando la favola, copriva di scherzo un atto 
di probità indespensabile ; imperochè giuo- 
cando con essi erasi valuto di quel vile talento, 
e di quella colpevol destrezza, che determina 
sempre a prò di che le maneggia la fortuna 
delle carte. Egli si era abbassato a servarsene, 
perchè allora giovava protnoverc l'innocente 
e piacevole inganno altrui : ma sarebbesi alta- 
mente vergognato di scoprirsi, farsi Conoscere, 
senz' aver prima soddisfatto al dov-r d'onest' 
uomo. 

Al fine in mezzo alla maggiore agitazione 
di tutte le menti, egli si trasse la maschera , 
e fu tosto in lui ravvisato il marito della gen- 
tildonna. La quale nel riconoscerlo mise un 
forte grido di gioja , e si precipitò tra le sue 
braccia : Egli rendendole i più teneri am- 
plessi: — Io torno, le disse, prosperato dal 
commercio , e vien meco la opulenza , felice 
compagna dei miei viaggi : essa mi sarebbe 
men grata , se io non potesse dividerla teco , 
mia cara sposa. — Poi rivolto agli astanti , che 
in denso circolo gli si erano affollati d' intor- 
no, protendendo i più lontani curiosamente il 
collo , e la testa fra le altrui spaile : Non è 
egli vero disse loro , che io sono venuto ad 
impadronirmi di una dama , che a gran tem- 
po mi si era donata ? — Gli scherzi urbani > 



ERAMIERl. 89 

e i motti più graziosi durarono lungamente, 
Il fortunato gentiluomo godè sì bene delle 
acquisiate ricchezze , seppe sì nobilmente 
farne parte agli amici , fu sì amato e stima- 
to , che il nome di buon Diavolo gli rimase, e 
divenne un rispettato proverbio. 

Il Ricco Indiano. 

Dopo aver passati treni' anni nelle Indie, 
il sig. Billon , ritornò in Europa con un 
immensa fortuna. Nel ritorno che fece alla 
città ov' era nato , la prima sua cura fu di 
andare a trovare un mercante con cui era 
stato in corrispondenza. Recatosi alla di lui 
casa, dopo varj colloquj , così gli prese a par- 
lare . — Io non ho verun figlio ; non ho avu- 
to fratelli ne sorelle , e non devo avere che 
dei parenti assai lontani ; io V arbitro sono d'ar- 
ricchire chi a me più piacerà , ed ho risolto 
di divider le mie ricchezze con quello di miei 
parenti che sembrerammi più degno di pos- 
sederle : soccorretemi , vi prego , a discoprir- 
melo. — Io non ho giammai conosciuto la 
vostra famiglia , rispose il mercante , ma so 
l^ensì che avete due cugine stabilite in questa 
città ; sono esse sorelle, tutte e due hanno della 
fortuna ; ma differente n è il loro carattere. 



gó KOVELLE, 

La primogenite , eh' è madama Dorvilliers , 
alcuno quasi mai non la vede, è mal alloggia- 
ta , servita non è che da un solo domestico , 
ed altro piacere non ha che d' ammassare , 
e riscontrare i suoi tesori. La baronessa di Se- 
ranges, all' opposto, non ha piacere più gran- 
de che di dispensare il suo , ama ella il fusto 
e la magnificenza , ma questi frivoli piaceri 
punto non la impediscono ad essere caritate- 
vole : tutte le settimane , a un giorno desti- 
nato , una dozzina di poveri reeansi alla sua 
porta, ed ella fa loro dispensare delle limo- 
sine. — 11 ritratto di quest' trltima, disse l'In- 
diano , benché abbia i suoi difetti , non mi 
dispiace poi tanto ; ma rapporto a madama 
di Dorvilliers , non ho alcuna voglia di ve- 
derla, tanto a me sono odiosi gli avari. All' in- 
domani recossi da madama di Seranges , che 
mille cortesie gli fece , e che amabilissima la 
trovò. 

L' unica serva di madama Dorvilliers , era 
sorella del domestico che serviva il mercante, 
amico del signor Billon. Era presente questo 
domestico allorché l' Indiano dichiaro, eh' egli 
punto non si muoverebbe per vedere questa 
sua avara cugina. Andò egli tosto a trovar sua 
sorella , e tutto ciò cheavea inte.so le raccontò: 
« Eccola padrona vostra ben punita della- sua 



■BRAMIERI. 91 

avarizia , diss' egli alla sirocchia ; il signor 
Billon può disporre dellesue immense ricchezze 
e cerio sono che nulla le dà , imperciocché ella 
non ne sa far buon uso. » Madama Dorvilliers 
ognor diffidente , avendo inteso che qualch 7 
uno era entralo in sua casa si era levata al 
primo rumore , e camminando sulla punta 
dei piedi, avvicinossi in modo da non esser ve- 
duta , ed in questo colloquio nulla dissero che 
da esi-a inteso non fosse. Grande fu il suo stu- 
pore nell' udir questa slrana novella. Quel 
tesoro che avea ammassato con tanta cura , e 
che sì caro le era , nulla sembravale in con- 
fronto di quelle immense ricchezze che suo 
cugino avea seco portate. « Come potrò io fare r 
diss* ella, per guadagnar la sua stima ? Lo so 
bene; fa d y uopo che divenga generosa, imper- 
ciocché non accorda la sua amicizia che a co- 
loro , che fanno del bene, ma potrò discendere 
a privarmi di quel poco che mi resta ? Questa 
cosa sarebbe ben dura. Nullaostante io non 
Irovo aldo mezzo che questo. » Dopo avere 
alquanto pensalo a qual partito dovea appi- 
gliarsi , madama Dorvilliers, prende la risolu- 
zione di andare a trovar madama di Seian- 
ges colla speranza de riscontrarsi col ricco 
Indiano. In effetto , ella lo trovò appresso sua 
sorella , procurò di conciliarsi la di lui ainki- 



9 2 NOVELLE. 

zia, con istudiate adulazioni, e con un tuono 
il più dolce gli fece alcune questioni , perché 
non era stato ancora a visitarla. — Senza dub- 
bio, signore, soggiunse ella , voi ignoravate che 
vi restasse ancora una cugina oltre madama 
di Seranges. — Lo sapeva benissimo , rispose 
V Indiano, che madama Dorvilliers era mia 
consanguinea , ma sapeva ancora che altri- 
menti ella pensa di me. Voi amate , si dice , 
d' amassare ricchezze 5 per me io non le amo 
che per esserne liberale. — Egli è vero, re- 
plicò madama Dorvilliers , che sono stata avi- 
dissima dopo la morte di mio marito ; vengo 
tacciata d'avarizia;ma vedete quanto sono scel- 
lerati gli uomini : se ho vissuto con tanta eco- 
nomia , se sono pervenuta a radunare nei 
miei scrigni una somma considerabile , è 
stato ciò per mettermi in stato di fondare un 
nuovo ospitale in questa città. Domani mattina 
io mi porterò appresso uno dei nostri magistrati 
affin di prendere seco lui le misure sopra questo 
soggetto. Io gli deposito cinquecento duca- 
ti j questo è una parte dt Ila somma che des- 
tino alla compra del terreno sopra cui voglio 
far edificare questa casa. 11 signor Billon molto 
sorpreso riguardò fissamente madama Dor- 
villiers : è ciò vero? diss' egli.... Quanto sono 
ingiusti gli uomini. Voi che vi credeva la più 



BRAMIERI. 93 

avara delle donne , avete avuta P anima sì no- 
bile di privarvi di tutte le dolcezze della vita , 
per acconsentir a comparire avara , e ciò af- 
fine di mettervi in istato di consolare gli 
afflitti. In verità io vi rispetto al presente 
quanto fino ad ora vi dispregiai; andiamo, 
mia generosa cugina , voglio esser a parte 
ancor' io d' un' opera così generosa : Dimani 
mattina verrò a prendervi , e insieme ci por- 
teremo al magistrato. Madama Dorvilliers 
ritornò a casa , piena di gioja , credendosi si- 
curissima di aver acquistato la stima del ricco 
Indiano. Egli mantenne la parola e all' in- 
domani si rese appresso di lui con una somma 
considerabilissima , che fu rimessa nelle mani 
del magistrato , unitamente ai cinquecento 
ducati della vedova. 

Io sono stato ingannato intorno al carat- 
tere di questa donna , dicea il signor Billon 
al suo amico mercante. Qual anima generosa ! 
Le limosine di madama deSeranges nulla son 
in comparazione di ciò eli' ella fece.... sì io la 
preferisco a sua sorella , e questa è quella che 
voglio arricchire. Un vecchio domestico del 
padre di queste due dame è qui attualmente , 
disse il mercante. Egli è venuto per informarsi 
ove voi alloggiale , e chiede istantemente 
de trattenersi seco voi. Fatelo venire al più 



g4 NOVELLE, 

presto, disse il signor Billon : senza dubbio egli 
ha bisogno di me. Se fece entrar il povero 
Bertrand , che questo era il suo nome ; che 
posso io far per voi, mio caro amico , gli disse 
l'Indiano? ahimè, signore, io sono un infelice, 
e voi si dice che siale buono ; ecco ciò che mi ha 
condotto a voi. Io sono stato vent'anni conti- 
nui al servizio di vostro zio.Dopo la sua morte, 
mi sono maritato , feci un piccolo commercio 
ma un incendio m' ha consumato, tre anni 
sono, quasi tutte le mie mercanzie. Questa 
disgrazia mi pose fuori di stato di alimentare 
e d'allevare la mia famiglia. Io vengo a pre- 
garvi di porgermi i mezzi per fare appren- 
dere un mestiere a mio figlio E perchè 

non avete fatto voi ricorso a madama Dorvil- 
liers, e a madama di Seranges. 

« Io lo feci , signore, ma in vano, madama 
Dorvilliers m'ha rifiutato i soccorsi; l'altra a 
dir vero, m' ha offerto una leggera assistenza, 
ma a condizione però che andassi a prenderla 
unitamente agli altri poveri a' quali dà ella 
la lemosina nel giorno da lei destinato , ma 
se non ama ella nasconder i suoi benefìzi , 
amo ben io tener nascosta la mia miseria , e 
ben dura cosa sembrommi andare a mendicare 
il mio pane alla porta d'una casa , che per 
vent' anni continui fedelmente servii. A sì duro 



BRAMIERT. g5 

passo ho preferito rimanermi nella mia mise- 
ria. — E cosa è divenuto dei vostri figliuoli ? 

« Mia figlia ha la felicità d'essere allevata da 
una vostra cugina chiamata Sofia; questa gene- 
rosa pei sona , povera ella medesima, trova 
nulla ostante ancora il mezzo di far del bene. » 

Che dite voi? Ho io una cugina povera e ge- 
nerosa ed io non la conosco ! Chi adunque é 
ella ? — Questa è la sorella delle dame Dorvil- 
liers e di Seranges, la terza figlia di vostro zio. 
•— Come è ciò possibile, le di lei sorelle non 
me ne hanno parlato : dove dimora ella , e 
donde viene la sua povertà? 

« Dopo la morte di suo padre , confidò la 
più gran parte dei suoi beni ad un mercante, 
che per essere sfortunato andò al precipizio. 
Vedendo ella che non aveva facoltà bastanti 
per vivere in città , si ritirò in campagna ap- 
presso una delle sue amiche, moglie di un mi- 
nistro di villaggio. Là ella mena una vita la 
più rispetabile, impiega una parte del suo 
tempo a fare degli abiti per i poveri e dar delle 
istruzioni a due o tre fanciulle. Co' suoi dis- 
corsi, col suo esempio le ammaestra ad esser do- 
cili, buone, operose, e sofferenti. Se v'è qualche 
ammalato nel villaggio , va ella tosto a fargli 
visita , e la sua presenza lo consola e gli fa dei 
bene. » 



96 NOVELLE. 

Ecco la persona eh' io cercava, disse il signore 
Billon*, mio caro Bertrand domani io raon-, 
telò in vettura e partirò pel villaggio di Sofia 5 
voi verrete con me. Non abbiate più inquie- 
tudine per i votri figli , io m'incarico di farli 
allevare; voi siete troppo vecchio per servire. 
Andate a domandar congedo al vostro padrone, 
io voglio che tranquillamente passiate il resto 
dei vostri giorni. 

Io impiegherolli a benedir voi e madami- 
gella Sofia. 11 giorno seguente il signor Billon, 
giunto al villaggio, chiede di parlare al mi- 
nistro, e gli fa alcune questioni sulla condutta 
di sua cugina. Ah signore, gli rispose il ministro, 
Sofia è un angelo; qualunque altra persona si 
sarebbe data in braccio alla più crudele affli- 
zione , perdendo i suoi beni; ma vedetela, una 
dolce gajezza brilla sulla sua faccia ; questa 
disgrazia non ha punto scemato la sua bontà e 
questa bontà è che felice la rende. — Io vi prego, 
signore, disse f Indiano, annunziarle che un 
parente che non ha ancora veduto, è impazien- 
tissimo di conoscerla. Sofia sbigottita di tanta 
premura , ricevette il signor Billon colla sua 
gentilezza, e colle grazie sue ordinarie. Dopo 
avere ragionato qualche tempo seco lui, le disse 
l'Indiano : Io sono incantato di voi, mia cara 
cugina, voi mi piacete mille volte più senza 



UR AMI ERI. 97 

ornamenti , cogli abili vostri di tela che la ba- 
ronessa di Seranges con tutta la magnificenza 
sua; benché povera, mi sembrate all'aria d'esser 
cento, volte più contenta che madama Dorvil— 
liers con tutte le sue ricchezze. Ma come è ciò 
che queste dame non mi hanno parlato di voi? 
Siete forse in discordia? Non sanno esse forse 
dove siate? 

Ho troppo interesse per le mie sorelle, rispose 
Sofia, per non aver trascurato di conservare 
una corrispondenza con esse, egli è tre giorni 
eh' io scrissi all' una e all' altra. — Oh cuori 
malvaggi, esclamò ilsignoreBillon.io non posso» 
perdonar ad esse questa indifferenza per una 
sorella così amabile. — Perdonate loro, ve ne 
prego, disse Sofia, questo è un errore che 
esse in seguilo ripareranno. — No, non è 
questo un errore, disse l'Indiano , sanno esse 
benissimo nel fondo del loro cuore quanto 
migliore di esse voi siate ; e per tal motivo non 
volevano che io vi conoscessi, sopra tutto vole- 
vano profittar sole delle ricchezze che dall' 
Indie io avea riportate. Ma s'ingannarono nel 
loro progetto : non voglio lasciar la mia for- 
tuna certamenle a madama di Seranges; im- 
perciocché non fa del bene che per vanità , 
affine di passare per caritatevole ; né voglio 
arricchire madama Dorvilliers , perchè non fa 

5 



qft NOVELLE. 

del bene òhe per interesse. La prova n'è che 
tulle e due rifiutarono di soccorrere secreta- 
menle un vecchio domestico del padre loro. 
Dopo che intesi questa circostanza , non sono 
più grato a madama Dorvilliers dell' ospi- 
tale che voleva far edificare, ed io suppongo 
che non ha formato questo disegno che per 
tirar a se la mia fortuna. 

Per voi mia cara Sofia, voi fai e del bene per- 
ch'è pregevole e grata cosa il farlo; perciò risol- 
vo dichiararvi mia sola erede,ed al presente po- 
trete disporre di tutto ciò eh' è in poter mio. Io 
lo so, voi non avete bisogno d' esser ricca per 
esser felice, ma molti saranno felici se voi pos- 
sederete delle ricchezze. 

La Beneficenza Delicata. 

La beneficenza è la virtù la più cara all'urna- 
nilà. Per essa si stringono più tenaci, e più 
dolci divengono i legami di società. Ma se non 
è accompagnata dalla delicatezza , e dal ne- 
cessario riguardo di non lasciar sentire il peso 
del beneficio a chilo riceve , questa virtù perde 
gran parte di sua dolcezza e splendore. 

11 celebre Thomson , letterato e poeta in- 
glese di tanto grido , non godette se non tardi 
assai , di quegli agi , che certo dovuti erano 



BRAMIERI. §9 

al suo sommo valore. Cosi la fortuna si prende 
spesso il barbaro piacere di ricusare i suoi 
doni a chi li merita di vantaggio. Nel tempo che 
le sue opere correvano con fama e plauso , non 
dirò tutta l'Inghilterra, ma tutla la colta Eu- 
ropa , e le due Indie ; nel tempo in cui si ar- 
ricchivano stampatori e libraj , e che il suo 
poema delle Stagioni recentemente pubblicato, 
era il desiderio d' ogni sorta di lettori, egli ve- 
deasi ridotto alle più dure estremità ; costretto 
per sussistere con decenza , e attendere con 
comodo ai diletti suoi studj,di contrarre parec- 
chi debili, era continuamente perseguito dagli 
avari creditori , che l'oro unicamente e nulla 
il suo raro ingegno prezzando, si compiaceva- 
no di umiliarlo, di opprimerlo. Uno di questi 
all' epoca appunto della pubblicazione delle 
Stagioni lo fece arrestare e condurre alla pri- 
gione dei debitori impotenti _, sperando che il 
poeta avido di libertà delegherebbe lo stampa- 
tore a soddisfarlo , ma questi ingordo quanto 
altri suoi , avea concluso colP autore un me- 
diocrissimo prezzo dell' aureo manoscritto , 
e la pìccola somma ritrattane era già spesa , 
quando Thomson fu imprigionato. Dovea egli 
pertanto languire miseramente in carcere ; 
finché per uscirne qualche mezzo , a trovarsi 
assai difficile , si offerisse. La prigione d'uomo 

5. 



100 v NOVELLE. 

sì grande non poteva rimanere ignota. Molti 
mostrarono eolle paròle d'esserne affiliti , ma 
il loro cuore inoperoso reslava e tranquillo. 
I ricchi e i possenti che non sanno d'ordinario 
usar bene del potere e della ricchezza _, si ri- 
stringevano a compatire colui, che avean tante 
volte ammirato , ma ni uno gli stendeva la 
mano soccorrevole. La generosità , la benefi- 
cenza e tutte le virtù , che onorano V uman 
genere , albergar potrebbero in tutti gli animi 
umani egualmente , ma pochi e rari sono 
quelli , che accoglierle sappiano e nutrirle. 

11 signor Quin , comico di professione ; che 
coltivando l'ingegno ed il cuore ad un tempo 
erasi fatto illustre, e chiaro , e ben degno del 
nome d' uomo, intese appena la prigionia di 
Thomson , che si sentì commosso dal nobil 
desiderio di rendersi utile ad un letterato sì 
grande , e lo punse insieme vergogna delia sua 
nazione, che non si moveva adajulare chi lauto 
le accresceva di gloria. Recossi egli pertanto al 
giudice, e ne ottenne agevolmente licenza di 
visitare l' inclito prigioniero , e di trattenersi 
con lui. Fu sorpreso Thomson dalla visita 
d' una persona sconosciuta : ma il comico 
gentile si palesò bentosto e fu accolto , sic- 
come meritava un uomo che nella sua pro- 
lusione si distingueva sopra moltissimi. Luu- 






BHAMIERI. 101 

gamente s intrallenero in piacevoli discorsi. 
L'urbano poeta parlava a Quia di teatro, delia 
difficile arte declamatoria , e della più difficile 
ancora di comporre una tragedia , ed una 
commedia , che insieme congiunga colla verità 
e col decoro V utile e il dilettevole. Quin non 
rifiniva di parlare con entusiasmo del poema 
delle Stagioni e siccome ne avea mandati a me- 
moria i tratti più vivaci, li recitava con forza , 
e dolcezza tale che parevano più eloquenti , 
e più belli all' autore medesimo. Essendosi il 
comico per tal guisa nobilmente insinuato 
all' animo di lui ^ gli chiese licenza di pranzar 
seco , e di far accrescere per ciò di qualche 
piatto il suo pranzo , al che di buon grado 
quegli condiscese. 

Quando furono alle frutta , e che gli animi 
avea Jor rallegrati una generosa bottiglia , il 
comico sì fece a dire. — Ora è tempo signor 
Thomson, se mei permettete, di parlare d'affa- 
ri, e avendo l'altro con una inclinazione di capo 
annunziato di consentire , così continuò : voi 

siete da più mesi mio creditore Io vi de^gio 

dugento zecchini, e sono venuto a soddisfare 
il debito mio. *L Allora il poeta di alto animo, • 
e sempre conscio, anche in mezzo alla sua stret- 
ta situazione , di ciò che gli conveniva , a grave 
e corrucciata serietà si compose, e si dolse, che 



102 NOVELLE. 

parlare sì strano fosse tenuto con esso lui, il 
quale per debiti in quelle miserie giaceva, e gli 
si minacciasse in mezzo ad una ostentala urba- 
nità la beffa e l'insulto. — Tolga Dio , ripigliò 
l'altro vivacemente, che io sia così vile ed ab- 
bietto agli occhi vostri ed a me stesso da poter 
essere sospettato di sì perfida intenzione: de- 
gnate udirmi, signore, senza interrompermi, e 
rendetemi ragione... Eccovi un vigliettodi ban- 
co per la somma accennata : io vi ripeto fran- 
camente che ve ne sono debitore, e ve ne spie- 
go il come, sperando che non Sdegnerete ac- 
cettarla. Io sono piuttosto ricco e ho di molto 
passata sulla ordinaria vital carriera concessa 
agli uomini la metà del corso. Ho per ciò det- 
tato il mio testamento, e non avendo io più 
vivo alcuno di miei consanguinei ed affini , 
ho rivolto il pensiere a rimeritare con piccoli 
legati coloro ai quali o per servigi o per pia- 
ceri mi professo obbligato. Quanto piacete 9 
quante delizie non mi hanno procurato le vo- 
stre opere, e singolarmente il poema delle Sta- 
gioni , se io l'abbia letto e gustato, per quanto 
lice a' miei poveri talenti, voi già vel sapete :se 
io abbia per esso passati dei momenti felici e He- 
tissimi mei sapeva io medesimo , e però sentii 
quanto vi dovessi di riconoscenza. Dettai allora 
pertanto il legato che or vi presento, Né voi la 

n 



BUAMIEKI. 100 

avreste prima della mia morie riscosso, se non 
mi fosse pervenuto a notizia il presente vo- 
stro stato. Amen on reca alcun pregiudizio il pri- 
varmi di questo denaro; benché spero mi resti 
ancora qualch' anno di vita. A voi non può 
essere adesso che di sommo vantaggio. Siccome 
non vi sareste, credo^ vergognato di accettarlo 
dopo il fin de' miei giorni, abbiale vi prego la 
bontà di riceverlo da me stesso; lasciatemi la 
rara compiacenza di adempire io medesimo 
una parte del mio testamento, e riconoscete 
che io pago veramente un debilo,perehè lapic- 
cola eredità mia lo contrasse con voi dal pun- 
to, in cui io dettai le ultime mie disposizioni , 
le quali sono fermissimo di non cangiar giam- 
mai. 

Bello era il vedere durante il discorso del ge- 
neroso comico, sul volto del poeta dipingersi i 
molti affelli di ammirazione, di gioja , di rico- 
noscenza , ond'era animato. Thomson si gettò 
nelle braccia di Quin , non cessava di ringra- 
ziarlo; e spesso esclamava : « Ed io debbo tanto 
» ad un ignoto ! Oh vergogna di tutti i sedi- 
» centi amici miei ! oh vergogna di tanti gran- 
» di superbi, che non mi dierono mai un pran- 
» zo senza farmi sentire die io ne riceveva un 
» onore, una grazia ; mentre quest' uomo pri- 
» vatissimo , ma più di essi nobile e virtuoso y 



1 04 NOVELLE. 

)> spinge lasua delicata generosità taril' olire dà 
» volere che nel sommo suo benefizio nuli' al- 
» tro io non ravvisi che un debito soddis- 
» fallo! » 

NOVELLA ORIENTALE. 

L'Oppressore punito. 

Zuta Zarak , così detto perchè seco por- 
tava sempre lo staffile , in eredità possedeva 
una terra di dieci leghe d' estensione; padrone 
d'infiniti tesori, egli avea tulto ciò che poteva 
desiderare il suo cuore. Il castello, ih cui fis- 
sato avea la sua dimora , era fabbricato su 
d' un alla rupe , e la torre fa Ita vi costruire 
da suoi antenati perdevasi nelle nubi. Collo- 
cato in mezzo alle sue possessioni , ei ne scor- 
geva in un girar di ciglio la metà. Non pas- 
sava un giorno in cui non salisse la torre ? 
d' onde compiacevasi nel contemplare i suoi 
schiavi e le sue mandre. Egli avea l'occhio 
intento principalmente su' servi , e quando 
affaticati dal lavoro riposavano un solo istan- 
te , ei dava nelle furie , né vermi ritegno 
arrestar poteva il suo furore; cinquanta ba- 
stonate distribuite da una furiosa mano erano 
il solito castigo del fallo , ed egli stesso si com- 
piaceva ad infliggerlo. Qua] mostro disuma- 



BRAMIERI. 3 05 

nato f Ma Iddio è giusto , né lascia impunito 
il delitto. Zuta Zarak che in mezzo alle ric- 
chezze passava isuoi giorni, che possedeva dieci 
leghe di terreno , e degli uomini che lo ri- 
conoscevano per padrone , senza eh* egli lo 
compensasse, col mostrarsi loro qual padre. 
Zuta Zarak tutto ad un tratto perdette per di- 
vina disposizione la vista. Ciò nonostante egli 
andava ancora sulla sommità della torre , tor- 
mentato per la sua cecità, più ancora per non 
poter più divertirsi col flagellare i suoi schia- 
vi. Per lo spazio di venti anni la gioja non 
potè aprirsi un adito al cuore. Le sorgenti 
di ogni piacere erano chiuse per esso lui e 
non ne distillavano se non rarissime gocce. 
In tutto il tempo che visse, se una simile esis- 
tenza merita il nome di vita ei non conobbe 
nò la sanità , né la pace. Ei beveva in nappo 
d'oro il frutto dei sudori che grondavano dalla 
fronte degl' infelici suoi servi , ma si sentiva 
lacerar le viscere da cocentissimi dolori. Né la 
sua abitazione, né la torre si sentivano mai 
rimbombare di sacri canti che i di lui pietosi 
ed innocenti schiavi faceano continuamente 
salire verso te , o Creatore ! Ei non godeva 
nemmeno le dolcezze del sonno , che veniva 
ad alleviare dalle fatiche lo schiavo, solo in 
tempo di notte non soggetto a' di lui tiran- 

5„ 



SoG NOVELLE. 

nici sguardi. Eterno Dio ! Tu sei giusto, lo 
manifesterò a tutto il crealo; poiché Zuta 
Zarak trovandosi solo un giorno nel più allo 
luogo della torre, fu a-lP improvviso colpito 
da un fulmine , e in un precipitato a' piò 
de 7 suoi schiavi. Questi si ragunano in folla ? 
lo circondano , e compiangendolo drizzano al 
cielo questa preghiera : Ah 1 giusto Dio , 
possa tuo fulmine aver colpito in huon pun- 
to Zuta Zarak , ed aver reso miglior la di 
lui anima ! Tale fu il loro voto. O uomini ! 
quanto è meglio in questo mondo 1* essere 
uno schiavo simile a questi , piuttosto che es- 
ser padrone d' immense ricchezze , coli' ani- 
ma d' un Zuta Zarak. O uomini I se V anima 
vostra è ricca in virtù » se godete d' una per- 
fetta salute , non invidiate la sorte di alcun 
Zuta Zarak che fu un mostro crudele fra gli 
uomini. 



ROBUSTIANO GIRONI. 

L'intolleranza delia domestica soggezione. 

Ó&tty Quanlonon vivono mai ingannati que'gio- 
vani , che il freno della paterna soggezione 
sdegnando a nuli' altro più anelano, che all y 
istante , in cui disciolti da ogni vincolo deli* 



altrui tutela , vivere potranno di sé stessi in 
balìa , ed a seconda delle proprie inclinazioni ! 
Non si accorgono gli incauti che per l'uomo 
non ci è più soave e più tranquilla età di 
quella , che sicura dolcissima scorre da pietose 
mani e prudenti guidata. Ottenuto che ab- 
biano l'intento loro, da' domestici affari op^ 
pressi, o ben tosto annojati da que' piaceri 
medesimi , nei quali di ritrovare credeano 
la vera felicità, e sovente ancora in un mare * 
dinon preveduti affanni ondeggiando riguar- 
dano con occhio d' invidia il tempo della pas- 
sata giovinezza , ed indarno sospirano gli anni 
della prima educazione , che alfine trascorse- 
ro , né più sono per ritornale. Possa la se- 
guente novella servir loro d' esempio , e pro- 
fondamente nel loro animo questa verità im- 
primere , che pei giovani non fu mai peri- 
colo maggiore di quello di vivere a sé stessi ab- 
bandonati ! 

Avvenne già in Torino che Costanza Lan- ^f(t . 
dolfì , ricchissima dama e d'illustre schiatta, es- 
sendo vedova rimasta nel fiore degli anni, ante- 
pose 1' educazione di due suoi figliuoli alle più 
vistose nozze che le venivano proposte. Tutte 
le sue cure quindi rivolse a formare 1' animo 
de' suoi cari e teneri alunni } e nella loro edu- 
cazione ogni sua felicità ripose. Essa medesi- 



1 o8 NOVELLE, 

nia con amorosa sollicitudine nei primi anni 
coltivar volle il lor cuore , ed istruire la mente 
loro negli elementi dell' umano sapere. Cre- 
scevano essi cari al cielo ed agli uomini , e da 
sì felice principio sembrava potersi presagire, 
che felicissimo .siato pur sarebbe F esito di loro 
educazione. Costanza alla propria istruzione 
aggiunse, col crescere die facevano i figliuoli 
in età , quella ancora de' precettori i più saggi 
e i più valenti in ogni genere di scienze e di 
arti liberali; sì che nulla ommise dì tutto ciò 
che un giorno renderli potesse utili a sé stessi 
ed alla pallia , e veramente felici. 

Gismondo, che tale nomavasi il maggiore 
de' figliuoli di Costanza , alle materne solleci- 
tudini ottimamente corrispondeva, e quanto 
più veniva negli anni crescendo , più grande 
ancora sentiva nel suo seno destarsi F amore 
e la gratitudine per la madre sua , e riguar- 
dava con dispiacere gli anni che ormai si av- 
vicinavano di sua emancipazione dalla ma- 
terna tutela. Roberto , il minor figliuolo, seb- 
bene per F ingegno suo avesse il fratello nelle 
scienze e nelle arti , dominato era nondimeno 
da un certo orgoglio , per cui talvolta sde- 
gnava i vincoli , come che soavi , della domes- 
. tica educazione^X)uesta soia era forse la mac- 
Jlij chia , che traspariva fra i moltissimi pregi y 



GIRONI. I09 

de' quali adorno era 1' animo di Roberto. Ad 
ogni piccola correzione si scuoteva quasi sde- 
gnoso puledro , che morde il freno. Incostante 
ne' giovanili trastulli , incostante dimostravasi 
ancora ne' germi delle prime passioni. Sovente 
per iscusare sé stesso 1' esempio additava di 
altri giovinetti , che più liberi apparivano nella 
loro educazione: sovente ancora punto da una 
certa invidia alla madre sua diceva : Quel gio- 
vinetto è pur desso di ricca e nobile famiglia , 
e me non oltrepassa negli anni , eppure scorre 
da solo per la città senza chi io accompagni , 
frequenta i luoghi pubblici, né ci ha festa alcuna 
o pubblico divertimento , cui non intervenga. 
Al che la madre saggiamente rispondeva : 
Guardati figliuol mio dall' essere sì facile nell ? 
addurre F esempio altrui, ed abbi piuttosto 
invidia di que' giovinetti, che di te più virtuosi 
a nient' altro anelano che a seguire la volontà 
de' loro parenti. Non vedi tu stesso quanti di 
que' giovinetti , dei quali tu invidii la sorte , 
si rendono nelle civili società ridicoli, appun- 
to perchè introdottivi furono innanzi tempo? 
Non odi tu stesso più di alcuni d' essi narrare 
che già sulla via del vizio , e della propria ro- 
vina impressehanno sciaguratamente le orme? — J— 
Ah veloce pur troppo scorrerà il tempo di tua ^* 
educazione ? siccome rapida scorre e più nor» 



110 NOVELLE. 

ritorna l'aurora di un bel giorno! A queste pa- 
role non sapeva Roberto che rispondere , e 
chiamandosi convinto , un bacio imprimeva 
sulla destra dell'amorosa madie. Ma trascorse 
appena alcune ore , egli ritornava al primiero 
costume ; ed i saggi avvisi della madre face- 
vano neli' animo di lui queli' impressione , 
che far suole in arido terreno la pioggia di 
passeggiera nube» 

Giunse finalmente l'età , in cui Gismondo 
da ogni tutela disciolto entrò nel libero posse- 
dimento di sua fortuna , ed a presentarsi co- 
minciò sul teatro del gran mondo. Egli non- 
dimeno , quantunque arbitro di sé stesso di- 
venuto fosse , non mai da' consiglj della ma- 
dre sua dipartirsi volle , e da lei pur ricorreva 
nella scelta degli amici e delle piacevoli e ge- 
niali società. Né guari andò che slimolato an- 
cora dalle materne istanze fece scelta di saggia 
ed avvenente compagna , alla quale si avvinse 
coi sagri nodi di un ben augurato imeneo. 
Il cielo benedisse questa sì bella unione , e di 
leggiadra prole la rese feconda Jj^rat tanto af- 
fretlavasi pure il tempo dell' emancipazione 
di Roberto , e questi oltra modo lieto già nel 
cuor suo andava fabbricandosi mille sistemi 
di novella vita, e la troppa docilità del fra- 
tello rampognando, il quale, siccome a lui 



GIRONI, III 

sembrava , di sua libertà , e de' beni suoi no» 
sapeva appieno godere. Roberto di fatto non 
appena Fu dalla materna tutela disciolto , che 
scosso ogni freno , si rivolse tutto ad appa- 
gare le sue passioni.v Ricco di beni di fortuna 9 
avvenente di persona ? e coli' animo culto in 
ogni genere di dottrine , non sì tosto apparve 
nel gran mondo , che tutti attrasse gli sguardi 
de' suoi concittadini. Ma per sua sciagura in- 
cauto e leggiero si lasciò ben tosto da' falsi 
amici circondare , i quali col seducente lin- 
guaggio dell' adulazione in breve tempo gli 
soggiogarono e lo spirito e il cuore. Indarno 
Costanza con dolci ammonizioni di ricondurlo 
sforzavasi sul buon sentiero : e non era ascol- 
tata e dopo breve vittoria , l'animo di Roberto 
era di nuovo dalla voce de' perversi amici sog- 
giogato. Che più^Per togliersi ancora a quest r i/( 
ombra di materna soggezione , e quasi per 
riportare un pieno trionfo di que' rimorsi , 
che pure gli si destavano nel cuore all'aspetto 
della madre e del fratello , divisa che ebbe con 
Gismondo la paterna eredità , d' abbandonare 
s' avvisò la patria , e di ricercare più capriccio- 
sa vita sotto più libero cielo. L'imprudente 
risoluzione di Roberto colpì a guisa di fulmine 
l'amoroso cuore di Costanza. Che non tentò 
la misera donna per dissuadernelo 5 quante 



ì 1 2 NOVELLE, 

lagrime non Terso; quante preghiere non fece 
e al figliuolo suo e al cielo ? Tutto indarno 
però. Egli non si lasciò vincere nemmeno dalla 
lusinghevole offerta di un illustre e felice ma- 
trimonio. L' amore di una mal intesa libertà , 
e le istanze de' perfidi amici pienamente trion- 
farono. 

Roberto abbandonò adunque la patria , 
e in varie lettere di cambio ogni suo avere 
raccolto , colla sola compagnia di due amici ; 
ai quali erasi più strettamente legato , s'avviò 
a Roma. Quivi si trattenne per ben due anni , 
nel qual tempo non lasciò di dare talvolta di 
sé notizie e alla madre e al germano. Anzi la 
madre, mercè delle sue conoscenze tralasciato 
non avea procurargli F amicizia di illustri fa- 
miglie e di prudenti e cospicue persone , le 
quali potessero col consiglio e coli' autori (à 
richiamarlo alla virtù ed al buon costume. 
Imperocché l' infelice madre sempre lusingata 
erasi, che il suo Roberto si sarebbe finalmente 
scosso , e dal funesto suo inganno sveglian- 
dosi , fra le materne braccia sarebbe ritorna- 
to. Ma quale fu il suo dolore allorché recata le 
venne la notizia che Roberto era da Roma 
partilo , né si sapeva per quale luogo diretto 
-avesse il suo cammino ! Inutili furono le sol- 
lecitudini della misera , ed inutili ancora U 



GIRONI. 1*3 

più assidue diligenze de' suoi amici per averne 
novella. Laonde col cuore trafitto da'più acer- 
bi affanni ornai disperava di potere un gior- 
no raccogliere al suo seno il traviato Roberto. 
Nelle angoscie delsuo spirito non altro sollievo 
trovava che ne' cari suoi nipoti, ne' figliuoli 
cioè di Gismondo , i quali simili ai genitori 
crescevano leggiadri e virtuosi. Adessi pertanto 
tutte le sue cure e tutto l'affetto suo rivolse. 

Erasi frattanto in Torino formata una so- 
cietà di piissime dorme , il cui soggetto era 
quello di soccorrere i poveri , e di assistere 
agli ammalati negli ospitali. Costanza ben vo- 
lentieri si ascrisse a questa sì caritatevole unio- 
ne , e fra le altre donne si distingueva nel dif- 
fondere generose somme del suo privato erano 
ai bisognosi ed agli infermi. Ogni mattina da 
una sola donzella accompagnat,a visitare solea 
le varie stanze dell' ospitale , e con carità vera- 
mente cristiana a quello co' suoi consiglj e colla 
dolcezza di sue parole porgeva conforto anche 
fra gli aneliti della morte , a questo recava prov- 
vido soccorso di vesti e di danari. Accadde che 
passando essa un giorno dinanzi ad un letto 
si sentì fortemente commovere dal sospiro di 
un ammalato, che in esso giaceva. Si sofferma 
all'istante , ed» udendo replicare il sospiro, si 
accosta sollecita al letto, ed , oh cielo , vi .rav- 



11 4 NOVELLE. 

visa il suo Roberto , che sollevando le braccia 
languenti , e tutto di lagrime grondante vor-* 
rebbe pure abbracciarla. Figliuol mio , gridò 
Costanza , ti ritrovo alfine , ma ohimè , in 
quale stato io mai ti riveggo! Roberto volea 
pur rispondere ; ma la sorpresa e la debolezza 
del petto gì' impediscono di sfogare i suoi affet- 
ti. Costanza fattolo tosto raccogliere, volle che 
con le più amorose cautele alla propria casa 
fosse trasportato. Quivi l'arte de' più rinomati 
medici , e più ancora le pietose sollecitudini 
della madre richiamarono dopo alcuni giorni 
in Roberto le smarrite forze ih guisa , che far 
potè il racconto della luttuosa serie di sue scia- 
gure. Egli volle intorno del letto testimoni di 
sue parole i figliuoli di Gismondo , e quindi 
dopo d'avere impresso un bacio sulla destra 
della madre, così si fece a favellare. J4UJ ir vL ? 

Giunto appena a Roma coi due perfidi 
amici della cui malvagità, ahi, troppo tardi 
mi accorsi, non vi fu piacere , o mal cos- 
tume, al quale io intieramente non mi sia ab- 
bandonato. Per togliermi d'intorno tutto ciò 
eh' essermi potea d'impaccio nella stolta mia 
carriera, ai due amici affidai l'economia d'ogni 
mia fortuna, trattone alcune carte di cambio, 
che sempre volli meco ritenere? Solleciti per- 
sino nel prevedere ogni mio desiderio, non vi 



GIRONI. Il5 

fu cappriccio, in cui non sapessero pienamente 
soddisfarmi. Nulla dirò degli splendidi conviti, 
nulla delle grandi società , nulla finalmente de* 
giuochi d'ogni sorte che nel mio appartamento 
si tenevano. Solo aggiungerò, che coi più 
grandi personaggi di quella città osai gareg- 
giare in ogni genere di magnificenza. Anno- 
jato però dai saggi avvisi, che per le provvide 
cure di mia madre dati mi venivano da rag- 
guardevoli persone, determinai di abbando- 
nare Roma, e quindi colla scorta dei due 
amici, e col numeroso corredo di cocchj e di 
servi giunsi a Napoli. Colà presi ad abitare in 
una magnifica casa splendidamente addobbata , 
cui vidi bentosto riempirsi di una folla di per- 
sone, che dal mio labbro pendere .pareano, 
«che vantavansi pure d'illustre schiatta , e di 
cospicue ricchezze. Fra le mie folli passioni 
-però un incauto amore specialmente dominò 
nel mio cuore. Allettato dai vezzi di una scal- 
tra femmina, non vi fu somma di danaro, 
che a riguardo di lei prodigamente io non 
gettassi. Spinto talvolta dalla gelosìa , sovente 
invaghito di me slesso, ed orgoglioso di voler 
essere solo nel possedimento dell' affetto di lei, 
mille perigliosi impegni ebbi a sostenere, ed 
osai persino di cimentarmi in duello. Buon per 
me che la savia vigilanza de' Magistrati impedì 



1 1 6 NOVELLE, 

una disfida, che forse tolta ral avrebbe la vita! 
Tale fu la foggia di vivere, alla quale io lutto 
mi era e stoltamente abbandonato. Ma i con- 
tinui disordini, le agitazioni dello spirilo, il 
nessun sistema di ben regolata vita affievoli- 
rono a poco a poco la mia salute in guisa che 
da una lunga e lentissima febbre estenuato, 
mi fu forza d J abbandonarmi al letto. Dieci 
giorni appena scorsi erano, da che in tale 
stato io mi trovava, quando i due amici ai 
quali, siccome dissi, abbandonata aveva la 
mia domestica economia, mi esposero eh' essi 
ormai consunto aveano tutto il denaro da me 
loro affidato in quel mese, e che le circostanze 
della mia infermila un pronto sussidio vole- 
vano , sussidio tanto più necessario , quanto 
che io ordinato avea che in quello stato ancora 
di mia perduta sanità nulla a me né alle solite 
mie brigate mancasse delle usata magnificenza^""* 
Che però io porgo loro im man tenente la 
chiave dello scrigno , perchè ne traggano ciò 
che all' uopo abbisognar potesse. Ma quale fa 
la mia confusione, quale il mio dolore , allor- 
ché nel giorno vegnente mi venne riferito, che 
i due perfidi ascesi sopra di una nave fatto 
aveano vela verso l'Inghilterra? Così debole 
come io era, balzo dal letto, e recatomi allo 
scrigno, più non vi trovo alcun danaro, e 



GIRONI. 117 

nemmeno due cedole di ben venti mila franchi 
per ciascuna , che io riposte avea in uno de' 
più segreti nascondigli. Allora tutio mi si aprì 
dinanzi occhi l'abisso, in cui gettato mi era. 
Non altro scampo mi si presentò che quello 
di ricorrere alle persone, alle quali io pro- 
fuso avea parte di mie fortune ; ma tutte 
adducendo varie scuse nella disperata mia si- 
tuazione mi abbandonarono. Per colmo di 
sciagura mi venne altresì intimato essere io 
debitore di tutta la pigione dell'ampia casa, 
per soddisfare il qual debito appena le doviziose 
suppellettili bastar potevano. Una sola anima 
pietosa io ritrovai finalmente in uno de' me- 
dici , che nella mia infermità mi assistevano. 
A lui feci il racconto di lutti i miei travia- 
menti. Egli mi compianse, mi confortò, ed alla 
sua casa fattomi trasportare continuò ad assis- 
termi col più generoso zelo. Ah , possa il cielo 
^scompensarlo di tanta umanità ! Dopo alcune 
settimane io mi sentii alquanto rinvigorito; e 
quindi anche dal buon medico incoraggiato 
determinai d' abbandonare un paese per me sì 
funesto, e di fare ritorno alla patria, come 
meglio il potessi.l'Lo slesso buon medico mi 
somministrò il danaro , che al viaggio bastar 
mi potesse, e dopo le più affettuose espressioni 
di gratitudine presi da lui congedo. 11 mio 



11 8 NOVELLE. 

viaggio fu bastevolmenle felice sino a Bologna; 
ma colà sorpreso fui da febbre violenta, che 
per più giorni mi costrinse al letto; e colà 
fui quindi costretto a consumare una parte del 
prestatomi soccorso. Non appena riavutomi , 
continuai il viaggio; ma per mancanza di da- 
naro , il più delle volte a piedi , od in assai inco- 
mode vetture, talché giunsi finalmente alla 
patria nel più deplorabile slato e di miseria e 
di salute. In siffatta circostanza come mai pre- 
senlarmi alla madre ed al fratello? Presi per- 
tanto la risoluzione di ricercare un ricovero 
nell'ospitale, dove voi o amorosissima madre, 
mi avete ritrovato! 

Il racconto di Roberto destòla più viva com- 
mozione in tutti gli astanti. Costanza più che 
mai sollecita non tralasciò alcun mezzo con cui 
ricondurlo alla primiera salute. Per consolarlo 
<jli lasciava pur travedere, che co' privati suoi 
beni avrebb' ella alle passate di lui sciagure 
provveduto. Ma la salute di Roberto veniva 
meno ogni giorno, ed inutili riuscivano le 
cure de' medici i più valenti. Dopo alcuni mesi 
egli cessò di vivere. Felice tuttavia, poiché il 
cielo eli ha concesso di morire fra le braccia 
di una saggia ed amorosa madre! 



GOZZI. lig 

CONTE GASPARO GOZZI. 

Che il figliuolo suo voglia sollazzarsi non è 
maraviglia , ciò è cosa dair età sua, e mi con- 
solo ciie gli spassi da lui richiesti con ardenza 
non sono né giuoco, né altro che possa offen- 
dere la sua riputazione. Ne sono alquanti ritar- 
dati gli studj , ma siamo in tempo. Per venire 
a capo della sua intenzione del fai lo imparare, 
ella non potrebbe far meglio che dargli quanti 
passatempi mai può in furia e in fretta, e pro- 
curare di fargliene venire a noja. Dio la guardi 
che le venisse mai desiderio d'opporvisi con la 
forza; ne farebbe un puledro che non ubbidi- 
rebbe, mai più alla mano. Legga questa novel- 
letta, e prenda la norma da essa. 

Un Piovan qui di Venezia andò neh' estate 
passata a visitare un altro Piovano amico suo 
sulla Brenta alquanto fra terra , e statosi quivi 
con esso due dì, gli disse la sera che la seguen- 
te mattina dovea per li fatti suoi ritornare a 
Venezia. L'amico lo pregò che non si partisse 
<ia lui*, egli dicea che non potea arrestarsi; e 
dopo alquante ceremonie, comesi fa , disse il 
Piovano albergatore : or bene, poiché avete 
così deliberato , va'elevi d'un mio cavallo che 
saia al servigio vostro; e voltosi al suo famiglio 



120 * ROVELLE, 

gli disse : dà la biada al morello , e fa che do- 
mattina sia sellato prima del levar del sole. E 
voi , voltosi al Piovano , andatevi con Dio, 
raccomandate il cavai mio all' oste di Fasina 
che lo conosce, eh' io lo manderò a prendere 
insili fresco della sera. Toccansi i due Piovani 
la mano, si baciano in fronte, vanno alelto, 
buona notte. La mattina per tempissimo levasi 
il viaggiatore che a pena spuntava l'alba, trova 
il cavallo abbeverato e colla sella , mette il pie- 
de nella staffa , monta , dà il beveraggio al fa- 
Ti^aniglio, e viaJNon avea appena fatto mezzo 
'miglio d'un trottone chelofacea cavalcare sbi- 
lancialo or di qua or di là , tanto la bestia an- 
dava per dispetto, che tutto ad un tratto il ca- 
vallaccio s'arresta duro come uà pilastro, né per 
iscuotere la briglia, né per minacce di voce, 
uè per battiture si movea punto, sicché parea 
murato. Se non elio dopo un lungo affanno in- 
cominciò a camminare come i gamberi. Il ca- 
valcatore si dispera, e il bestione indietro. Lo 
ferma, l'accarezza-, tutto è peggio, e quando 
si movea, andava pel verso della coda. Spun- 
tava quasi il sole, e il religioso non sapea più 
che farsi. Quando egli vede passare colà due 
villani con due paja di buoi aggiogali, che an- 
davano coli' erpice per erpicare un campo se- 
minato. Smonta dalla maladetta bestia, e gli 



GOZZI. 121 

chiama a se, e dice: fratelli miei, questo ani- 
malaccio è restìo, e a mio dispetto vuole anda- 
re indietro; io ho intenzione d'appagarlo. Voi 
n' avrete da me quattro lire, se farete a mio J ? *. 
modo-, e disse quel che voleafldue villani spie- isTht>c*s 
cano i quattro buoi dall' erpice , e tra la cavez- 
za eh' era dietro alla sella, e altre funicelle e 
vinchi ritorti fanno un ordigno, a guisa di pet- 
torale, e postolo al petto del cavallo, con due 
capi lunghi di qua e di là, attaccano questi a* 
buoi per tiramelo all' indietro a forza, che per 
le quattro lire 1' avrebbero tirato alP inferno. 
Uno di loro piglia in mano il freno, e con un 
bastone lo minaccia da fronte, l'altro con vn 
pungolo stimola i buoi, e tirano. Il cavallaccio 
fa due o tre passi indietro quasi a stento pri- 
ma ; ma poi sentendo che dovea rinculare a suo • 
dispetto, comincia a curvare le ginocchia, e ad 
appuntar Y unghie sui terreno per andare 
avanti, ma tardi 3 perchè quattro buoi poteano 
più di lui, e lo traevano di cuore come una car- 
retta. Sbuffa , suda , si scuote. Le voci infernali 
del villano , e il vigore de' buoi non gli lascia- 
no aver flato, finalmente dopo avernelo così 
tratto per un buon pezzo di via , eh' era tutto 
spumoso , e con due occhi vermigli , che parea- 
no fuoco , il Piovano ringrazia i due uomini, 
dà le quattro lire ? fa levar via gli ordigni, e 

6 



\ 



122 NOVELLE. 

sale di nuovo. Il cavallo, parendogli un bel che 
Tesser fuori di quell' impaccio, comincia a cor- 
rere soave , che parca Brigliadoro , tanto che 
a pena il cavalcatore potè a poco a poco ridur- 
nelo al galoppo, poi al trotto , e finalmente ad 
un buon passo che lo condusse a Fusina; don- 
de scrisse al suo amico, che gli avea guarito 
il cavallo del restìo, assecondando le sue voglie. . 



La Borbottona. 



yiUfi^ 



Furono già non è mollo tempo due giovani, 
maschio e femmina, i quali s'amavano affettuo- 
samente, e parea loro di non poter vivere l'u- 
no senza l'altro. Di che patteggiando onesta- 
mente divennero marito e moglie. Ne' primi 
giorni ogni cosa fu pace e amore : ma come si 
fa che gli uomini e le donne tengono sempre 
nascosta qualche cosellina quando sono inna- 
morati , che si manifesta poi con la pratica del 
matrimonio, il quale fa conoscere le magagne 
dall' una parte e dall' altra, avvenne che la 
donna, la quale bellissima era, si scoperse di 
lai condizione che d'ogui leggiera coselta bor- 
bottava sempre, e avea ima lingua serpentina 
che toccava le midolle. Amavala il marito con 
tutto l'animo; ma dal lato suo essendo piuttos- 
to collerico, ora si divoiava dentro, e talora 



GOZZI. 1 2 3 

gli uscivano di bocca cose che gli dispiacea d'a- 
verle dette. Per liberarsi in parte dell' affanno 
incominciò a darsi al bere , e uscito di casa 
con le compagnie degli amici, n'andava qua 
e colà , e assaggiando varie qualità di vini, ri- 
tornava la sera a casa con due occhia cci , che 
parea una civetla, ea pena polea favellare. Im- 
magini ognuno la grata accoglienza che gli Ia- 
cea la moglie; la quale non si tosto sentiva la 
chiave voltarsi nella serratura , che andata in 
capo della scala col gozzo di villanie ripieno, 
lasciava andare un' ondata d'ingiurie che lo ~ 
coprivano d*a capo a' piedi. Egli mezzo assor- J (v<_a 
dalo, e strano pel vino che avea in testa, le di- 
ceva altrettanto con una favella mezza mozza, 
e poi si metteva a dormire. Finalmente andò 
tanto innanzi la faccenda, che poco si vedeano ^^^ 

più , perchè il marito stava da se solo anche la 
notte, 'e talvolta anche più non veniva a casa, 
ma dormiva alla taverncL-La donna disperala 
di quest' ultima vendetta , ahdò ad una buona 
femmina che facea professione di bacchettona, 
e le chiese consiglio. Questa, per abbreviarla, 
le diede una ceri' ampolla d' acqua limpidissi- 
ma , eh' ella dicea d'avere avuta da un pelle- 
grino veuuto d'oltremare, di grandissima virtù, 
e le disse che quando il marito suo venisse a ca- 
sa , se n' empiesse incontanente la bocca , e si 

6. 



•# 



124 NOVELLE. 

guardasse molto bene dall'inghiottirla o spular- 
la fuori , ma la tenesse ben salda ; e tale spe- 
rienza facesse più volte, e poi le rendesse conto 
della riuscita. La donna presa l'ampolla, e rin- 
graziatala cordialmente , se n'andò a casa sua , 
e attendeva il marito per far prova della mira- 
bile acqua che a lei era stata data. Ed ecco che 
il marito picchia , ed ella empiutasi la bocca 
va ad aprire. Sale il marito , mezzo timoroso 
dell' usata canzone, e si maraviglia di trovarla 
cheta com' olio ; dice due parole , ed ella nien- 
te. Il marito le domanda che è? ed ella gli fa 
y , atti cortesi e buon occhio, e zittoiìl marito si 
rallegra ; ella dice fra se : ecco l'effetto dell' ac- 
qua ; e si consola. La pace fu fatta. Durò Facqua 
più di , e sempre vi fu un' armonia che parea- 
no due colombe. Il marito non usciva più di 
casa, tutto era consolazione. Ma venuta meno 
Pacqua dell'ampolla, eccoti di nuovo in Scampò 
la zuffa. La donna ricorre alla bacchettona di 
nuovo : e quella dice : oimè, rotto è il vaso, do- 
ve tenea l'acqua ! Che s' ha a fare? risponde l'al- 
tra. Tenete, risponde la bacchettona, la bocca 
come se voi aveste l'acqua dentro, e vedrete che 
vi riuscirà a quel medesimo. Non so se la novel- 
la sia al proposito.; ma fate sperieuza. Ogni 
sorte d'acqua credo che vaglia, e sentite che 
anche senza acqua si può fare il segreto. 



GOZZT. ' 1^5 

11 Tesoro. 

Val più un' oncia di voglia in corpo di mille 
libbre di senno e di ragioni. Quante volte si so- 
no veduti truffatori andare intorno, e chi con 
un artifizio, chi con un altro trarrei danari 
fuor delle mani al prossimo? Costoro hanno 
tra l'allre una lusinga ,che ti mettono in ispe- 
ranza d'utilità o di piacere : se questa t'entra 
nelle viscere, ti spogli in camicia per dar quanto 
hai a così fatti promettitori. Ne' passati dì nella 
contrada diSan Trovasosene vide questo nuo- 
vo esempio. Andò una donna co' capelli arruffati 
e con un' aria di Sibilla camminando per que' 
luoghi, e veduta una femmina sull'uscio, che for- 
se l'avea appostata avante per gittar l'amo, lesi 
fece all' orecchio, e spalancando gli occhi come 
se la fosse stata invasata : io ti saluto, le disse, o 
fortunatissima donnajpdi pazzia, diceva l'al- 
tra : io fortunata che ho sì e sì ! e stringevasi 
nelle spalle rammentando 'ulti i suoi guai. Non 
vi lagnate, no, diceva rastutaccia, che voi 
avete in casa di che rimediare ad ogni malan- 
no. Sorella mia , voi non lo sapete ; ma negli 
antichi tempi fu qui in casa vostra nascosto un 
tesoro, ed io so dove giace. Tesori di stracci , 
diceva l'altra > io so dove ne sono in casa mia, 



126 NOVELLE. 

altro no: ed io credo certamente, o buona don- 
na , che voi farnetichiate : ina così dicendo si 
vedea negli occhi che la cominciava ad assag- 
giare e a bere il veleno della lusinga. Come 
appunto quando un giovane dice ad una fan- 
ciulla , che le vuol bene, che questa mostra di 
non lo credere ; ma ghigna , e fa due occhiolini 
che dicono il contrario. Se u' avvide subilo la 
trisla , che colei avea ingozzato l'amo, ed em- 
piendole il capo d'urne d'oro ripiene che res- 
pleudeva qual sole, e nominando dobioni, zec- 
chini, e verghe, facendole a parole ogni cosa 
toccar con mano, tanto le ravviluppò il cer- 
vello e l'animo, che seco in casa la condusse. 
Quivi con licenza della padrona, borbottando 
non so quali parole, torcendo gli occhi, e facen- 
do pentacoli e sigilli con un carbone spento 
sulla terra , che l'altra ne spiritava, le disse : 
qui è il tesoro, e di qua dee uscire la ricchezza e 
Ja beatitudine vostra. CAne si farà?diceva l'al- 
tra. Udite , rispondeva^ tesoriera : voi sapete ^A 
che la calamita ha questa virtù, che altraggea 
se il ferro, l'ambra la paglia, e la tromba dei 
pozzo l'acqua. < 11 cielo ha dato questa virtù a 
molle cose d'ai trarne a se dell' altre, ma so- 
pra tutto ha conceduto la facoltà all' oro di 
trarne a sé dell' altro. I danari fumo danari, 
dicono le genti, e credono che ciò sia perchè 



GOZZI. 12; 

nn ricco abbia maggior fortuna, o più cervello 
d'un altro; ma non è vero : ciò avviene per- 
chè gli zecchini che sono in casa aia, ne tirano 
a se per occulla qualità di natura degli altri. 
Ma tutti non sanno i segreti di natura , perchè 
non hanno studiato coni' io, che, qual mi ve- 
dete , non fo mai altro dì e notte . che pensare 
a tale attrazione dell' oro. Sicché, per venire al 
punto, io farò qui una buca in terra, e se voi 
avete oro da mettervi dentro, eh' io lo vi met- 
terò e coprirò sotto agli occhi vostri , questo 
in capo a tre di chiamerà su l'altro dalle 
viscere della terra, dov' è celato, e vedrete 
tutto questo luogo fornito d'urne di zec- 
chini nuovi e ardenti , senza ver un' altra 
vostra fatica. Io ho un pajo di smaniglie, dis- 
se l'altra , ed eccole. Presele in mano la valente 
donna , e vedutele, disse che poco oro era quel- 
lo, e che poco sarebbe stato l'oro attratto , e 
che quanto più stato fosse, maggior sarebbe 
stala la copia dell' oro trovato. Di che l'altra 
già ubbriaca per la dolcezza del guadagno, 
corse ad alcune sue amiche, e con varj colori 
e pretesti ebbe da loro non so quali altre paja 
di smaniglie, e trionfando ritornò alla sua fata. 
Questa allora tutte prendendole, e sotto gli oc- 
chi di lei nella buca apparecchiala calandole, 
le coperse, co' più bruiti visacei e col più paz- 



3 23 NOVELLE. 

zo stralunar d'occhi che mai si vedesse; indi le- 
vatasi di là, con un viso che parca impazzata, 
le disse : Guai a le , o donna, se di tutto ciò che 
s'è fatto e hai veduto, ne fai parola ad altrui , 
o qua discopri , se non sono prima passati i tre 
giorni. Tutta la casa tua sarebbe incendio e 
carboni, e tu medesima ne verresti per l'aria 
portata. In capo a tre giorni qui mi revedrai, 
e mi darai premio di mie fatiche, non chieden- 
doti io per ora cosa veruna. Mi farai allora 
quella parte che tu vorrai de' trovati tesori , 
per ora addio; e così detto , le si tolse dinanzi. 
Rimase la buona femmina prima attonita e 
balorda , poi a poco a poco tutta ripiena di sì 
dolce pensiero e di speranza. Chi può dire 
quante volte al dì n'andava pian piano a vedere 
se la terra bolliva e se ne spuntavano 1' urne? 
La notte o poco chiudeva gli occhi , o sempre 
sognava oro e argento. Lagnavasi il marito suo, 
che la minestra era sciocca , o tutta sale, e non 
sapea eli' ella facea tutto sopra pensiero, e 
che avea sempre il cuore al sepolcro delle 
smaniglie. Molti erano anche i conti che faceva 
il suo cuore. Dove ella avesse a riporre tant' 
oro, in che ne dovesse spendere parie, quanto 
investirne, qual grata sorpresa farne al marito, 
come beneficare i parenti suoi, e far con essa 
dispetto a certe domiicciuole sue nemiche. Fra 



GOZZI. J20, 

questi pensieri ecco il terzo dì , e Y ora asse- 
gnata. Le batte il cuore , le tremano sotto le 
ginocchia mentre che va alla buca; scopre, 
che la mano parea parletica, guarda, ed, oh 
spettacolo! la trova vota. Forse l'urne saranno 
colà. Non è vero. Quindi le subite strida, i 
pianti, i lamenti, il mettersi le mani ne' ca- 
pelli. Accorrono Faltre donne, fra le quali 
quelle, che aveano prestatele smaniglie, sanno 
il caso; eccoti nuovi guai; chi la chiama pazza, 
chi rivuole il suo. Viene a casa il marito, ode 
la faccenda come sta , e non bada al suo buon 
cuore, e all' intenzione eh' ella avea d'arric- 
chirlo, ma la concia con le pugna j e intanto 
la maladetta fata, che con la destrezza delle 
mani trafugò l'oro nelF atto del riporlo, inse- 
gna eh' egli è meglio stentare con quel poco 
che si possiede, che perdere anche quello per 
la speranza del meglio. 

Il Ladro punito. 

Non sono ancora molti giorni passati _, che 
appresso alla bottega d'un venditore di paste 
da Genova s'incontrarono due forestieri , che 
cordialmente con un oh oh di maraviglia si salu- 
tarono prima e abbracciarono, poi F uno d' essi 
di&>e all' altro : Amico mio , voi mancaste di 

6.. 



1 DO NOVELLE. 

parola-, io v'ho più giorni aspettato in Padova, 
come m' era stato promesso , e non vi siete 
venuto. Che vuol dire? gì' impacci , rispose 
l'altro ; tante faccende mi sono soppravvenute 
eli' io credetti d'affogarvi sotto. Fra l'altre cose 
io ebbi a cambiare abitazione. Voi sapete che 
sono le faccende delle masserizie. Dove abitate 
ora voi? dice l'altro, eh' io intendo di fare 
con esso voi e con la moglie vostra i miei con- 
venevoli. L'amico gli risponde : Tosto sì e sì, e 
gli disegna a puntino tutte le giravolte fino a 
casa sua, e fino all' uscio e alla forma del mar- 
tello, come in una carta geografica. Addio, 
dice l'altro, ma io me l'ho legata al dito, che 
non siete venuto a Padova. Io vi giuro, ripi- 
glia quel della casa , eh' io ebbi tale intenzione 
di venire, che spesi in un vestito cinquanta 
zecchini , e non me l'ho messo indosso an- 
cora; e appunto conviene che fra due ore lo 
mandi al sarto, perchè m'accorci le maniche 
che sono alquanto lunghette. Voi me n'avete 
falto ricordare. Presero licenza Fon dall' altro 
baciandosi di nuovo; il padrone del vestilo 
entrò nella bottega di paste, e l'altro andò 
per altra via. Avea tulto questo ragionamento 
udito un tristo non ossei vaio, il quale stando 
molto bene in orecchi, massime quando sentì 
a nominare il vestito nuovo, e avendo notata la 



GOtfZY. J^Tl 

casa e ilmartello dell'uscio, fece proponimento 
fra se di voler procacciare sua ventura. Per la 
qual cosa aeeonciosi in luogo, dove polca 
udire e non esser veduto , ode che il galan- 
tuomo entralo nella bottega dice al bottegaio : 
Apparecchiatemi una cestella di quelle paste 
eh' io ebbi da voi pochi di sono; e fate che non 
oltrepassino le quindici o sedici libbre, per- 
di' io non vorrei , prendendone più, che le si 
guastassero; fra poco manderò un uomo a pa- 
garle e prenderle ; addio. Non andò un terzo 
d'ora, che eccoti a comparile l'astutaccio 
eh' era stato in ascolto, e chiede : Le sedici 
Ebbre di paste del padron mio sono all'ordine? 
e tira fuori una borsa: sì, sono, dice il botte- 
gaio. Questa è la cestella.. 11 furbo udito il val- 
sente, paga, prende la cestella, va alla casa 
del galantuomo , picchia : chi è? le paste che 
manda il padrone : quando vien roba ogni 
uscio s'apre; è aperto; sale; s'affaccia la pa- 
drona e una fanticella , scozzonata come una 
volpe e intelligente di birbanteria , quanto un 
cantambanco. Dice il ladroncello : Mandami il 
marito di vossignoria con queste paste, e dice 
che mi dia il suo vestito nuovo , avendogli il 
sarto promesso di racconciarglielo subilo. 
Dov'è egli mio marito ? risponde la padrona. 
È alla bottega mia che m' attende. Stava la 
padrona fra il si e il no di quello che dovesse 



l52 NOVELLE, 

fare; ma la fantlcella volpe, fattasi all'orec- 
chio di lei, le disse : padrona mia , quel ceffo 
non mi garba, e ha scolpito non so che da 
forche. Oltre di che il mondo è pieno di tristi : 
e vi dee ricordare di colui che portò la carne 
per rubare il mantello ( e volea dire d'un fatto 
che si legge nella Gazzetta. ). Apre gii occhi la 
padrona, e dice : io non so che vestito tu mi 
dica, il marito mio n'ha parecchi; se lo 
vuole, venga egli e dica, eh' io non saprei ben 
quale. Il ladroncello più si riscalda ad inven- 
tare circostanze, e più s'avviluppa e scopre; e 
finalmente non sapendo che altro dire, per 
non lasciarvi almeno del suo pelo, soggiunge : 
Signora mia, io debbo aver fallato la casa, e 
però mi favorisca la cestella e le paste , eh' io 
ne le riporti a bottega. Questi son fatti di 
cucina e miei, dice la fanticella; io so che il 
padron mio l'ha ordinate e pagate, e tu non 
hai punto errato l'uscio rispetto a queste; ma 
Terrore fia del vestito. Oh! va. Il ladroncello _, 
che non sapea più che rispondere, pensò per 
minor male d'andarsene, e borbottando certe 
parole fra denti in difesa della sua intatta pun- 
tualità, scese le scale, con animo di rifarsi 
sopra qualche borsa o mantello altrui della 
spesa perduta. 



- gozzi. i3a 

UjH^f La calle del forno a San Polo è quale io des- 
/ cri vero al presente. Larga, lunga, diritta , con 
molte casìpole di qua , e di là , abitate da certe 
donnicciole, le quali tutto il verno staimovi 
dentro intanate, e quando la stagione comin- 
cia a migliorare, escono a guisa di lucertole , e 
portale fuori loro sedie impagliate mettonle 
agli uscj , e fatta sala della via, una fa calzette 
co 1 ferr uzzi, un' altra dipana, quale annaspa, 
qual cuce, in somma tutte fanno il loro mes- 
tiere particolare, e in ciò sono divise, ma 
parlano in comune dallo spuntare, fino al 
tramontar del sole. E per giunta al cicaleccio, 
avvi anche una maestra di scolari, la quale 
non sapendo in qual altra dottrina ammae- 
strargli, tirando orecchi, dando ceffate, e con le 
palme natiche percuotendo , insegna loro a 
stridere e a gridare quanto esce loro della gola; 
tanto che talvolta s'ode un coro di fanciulli 
che piangono, di donne che rinfacciano la sua 
crudeltà alla maestra, e di maestra, la quale 
fa le sue difese , che Sofocle né Euripide non 
inventarono mai in tragedia coro a questo so- 
migliante Fra i diversi accidenti , che nascono 
continuamente in questa via , avvenne giovedì 
sera , che due fanciulli volendo cuocere non so 
quali cavoli, e non avendo legna, accozzati 
certi pochi carboni e postavi sopra una cesta 
molto grande tanto- fecero a forza di polmone,. 



i34 rotelle; 

che Y f accesero il fuoco, il quale dopo d' aver 
penato lunga pezza ad accendersi, s'apprese 
tutto ad un tratto alla cesta, eh' era grandis- 
sima, e fece un incendio che parea Troja. J-I 
f u fuoco s'appiccò alla filigine, e a certi travicelli 
■ del cammino, per modo che questo mandava 
fuori per la canna fiamma e faville, come il 
Vesuvio, e fece non poco paura a tutti i vicini. 
Lo schiamazzo delle amazzoni era grande ^ 
tutte gridavano, che si decapitasse il cam- 
mino-, ma quella che abitava nella casa, ov'er» 
il fuoco, pensando che le dovesse costare a 
rifarlo, uscita sulla via e postasi appunto di 
sotto ad esso, con animo di donna spartana, 
gridava a due manovali eh' erano già saliti sui 
tegoli r Non fate, io non partirò di qua ; e sul 
capo, e sul corpo mio cascheranno le pietre, 
che voi di colassù gitterete , tanto che i mano- 
vali non sapeano che farsi se non che crescendo 
tuttavia il fuoco, e vedendo essi il rischio y 
cominciarono con certe scuri a picchiare nei 
chmmino , e al primo picchio Pantasilea sbi- 
gottita , parte dalle pietre che cominciavano 
a piovere, o parte dalle grida delle vicine, si 
ritrasse, e diede campo che fosse finalmente 
ammorzato il fuoco. Non si spensero però le 
ciance, le quali durarono quasi tutta la notte r 
e si rinforzarono la mattina del venerdì, quando 
?erso le qua nordici ore si posero seconda 



gozzi. i35 

l'usanza tulle le donne a sedere, a lavorare, e 
a narrare la passata paura ./La variabile for- 
1 • tuna che scambia a tulle le cose gli aspetti, 
4H^apparecchiava in quel punto un novello 
accidente : imperocché saputosi il caso del 
fuoco da un certo uomo, il quale fattosi da sé 
pubblico predicatore, va qua eia perle vie, 
parlando di costumi e di coscienza , con un 
certo tuono da quaresima, e con certi squarci 
di morale imparati a memoria, e divisi da lui 
per esordj , e punto a suo modo, saputosi, 
dico, da costui il caso del fuoco immaginò di 
trovare quell' anime tutte atterrite; e che 
quella fosse opportunità di far del ben tanto a 
loro quanto a sé traendone qualche denaruzzo 
o coserella pel corpo suo. Per la qual cosa en- 
trato con viso rigido fra le donne, s'arrestò, e 
levati gli occhi, incominciò con una vociacela 
di bue ad intuonare , che il fuoco del cammino 
era castigo del cielo, e che per loro non v'era 
altra misericordia. Prega ron lo le donne ch'egli 
tacesse, e se n'andasse a' fatti suoi, e che non 
volesse atterrirle più di quello che elP erano , 
avendo esse oltre a ciò molto che fare, e non 
aver tempo d' udire sue ciance. Oh sfacciate, 
o sorde, gridò allora l'oratore, ben mi sareste 
voi ad ascoltare, s' io fossi un poeta, e vi can- 
tassi^ la storia di Paris e di Vienna, o altre 



tSfóJ&f' 



l36 NOVELLE, 

frascherie di tal qualità ; ma voi , che siete 
cuori di fango e impastate di vermini , non 
amale la chiarezza della luceivA me però tocca 
di fare l'ufficio mio, e chi non vuole udirmi 
non oda. E eoa detto ricomincia, e tuona di 
y\J nuovo , stuzzicando il vespajo. Le donne per 

coprirgli la voce alzano un cicaleccio tutte ad 
un tratto , egli per affogare tutte le strida 
rialza , tanto che la via parea un mare in bur- 
rasca. Se non che la maestra venutale a noja 
quell' ostinazione , levatasi ad un tratto in 
piedi, e presa la sedia impagliata, sulla quale 
sedea , s'avventò con essa per darla sul collo 
ali' oratore , il quale vedendo quella furia, 
trattosi di capo un suo cappellaccio, con certe 
alacce aperte, che pareano di nibbio, e spen- 
zolavano da tutti i lati, glielo diede sulla fac- 
cia, tanto che ad un tempo scesero la sedia 
dall' una parie, e il cappello dall' altra. A 
quesl' atto levaronsi in piede tutte l'altre , 
senza però punto impacciarsi nella mischia. 
Stettero idue combattenti in quella zuffa qual- 
che poco, ma con cautela : la donna perchè 
temea d' offendere la sua coscienza percuo- 
tendo Foratore, e questi, perchè gli parea 
pure d' uscire del grado suo, e di perdere una 
porzione della sua gravità. E già parti vasi bor- 
bottando. Se non che dipartendosi fra le paiole, 



Gozzr. i^7 

che andava dicendo, alquanto ne lanciò, die 
uscirono fuori del linguaggio conveniente alla 
professione, e mescolava qualche vocabolo che 
non aveva imparato sui libri di morale che 
aveva studiati. Di che adiratasi un'altra della 
compagnia, mentre che egli avea già voltate 
le spalle, e s' era alcun poco allontanato, gli 
lanciò dietro una sedia , e lo colse nella schiena. 
L' oratore voltatosi in furia , volendo pure ca- 
vare alcun frutto delle sue parole, colta la 
sedia di terra , si diede con essa in mano a trot- 
tare per uscir della strada, e fare in questo 
modo la sua vendetta. Quando' la vigorosa 
lanciatrice della sedia, accortasi dell' atto, gli 
si mosse dietro, come uno sparviere , e il gri- 
dargli : Regolatore di coscienze, cane tu se' 
ladro, e pigliarlo pel colio con l'ugne fu una 
cosa sola. Egli si volta per azzuffarsi , la donna 
picchia, egli si difende, e tanto fece che tutte 
l'altre s'accesero come zolfanelli. Mossesi la 
squadra ad un tratto; e forse dodici gole s'aper- 
sero insieme, e venti quattro mani, e cento- 
venti ugne furono in aria contro all' oratore, 
il quale pettinato, e concio, come può credere 
ognuno, appena potè scampare da tanta furia, 
e salvarsi. 



l58 VOVELLE, 

Bella cosa parrebbe a me per esempio , 
quand' uno per la via è stanco, o non ha vo- 
glia d'andare avanti . o lo coglie la notte , 
eh' egli non avesse ad andare innanzi a forza 
fino a casa sua , ma che tutte le case fossero in 
comune. Oh si dirà , tu puoi andare ad una 
taverna, o ad una locanda. E vero, ma quivi 
s' ha a spendere. Non sarebbe forse una buona 
usanza, eh' io pagassi il fitto d'una casa, questa 
servisse anche ad un altro, e che quella d'un 
altro pagata da lui , servisse anche per me , 
secondo l'opportunità e l'occorrenza, e se- 
condo le faccende, che s'hanno a fare oggi in 
ima contrada , e domani in un' altra ? M'è 
venuto questo pensiero in mente nell' udire 
quello che fece domenica di sera un uomo 
dabbene per caso, il quale trovandosi verso una 
cert' ora di notte carico il capo della nebbia del 
Tino, e pieno di sonno, come un tasso, andava 
attenendosi alle muraglie , e camminando 
comesi dipingono le saette. Vede , o sente a 
tasto un uscio aperto, entra, e come può sale 
una scala, va in una stanza, trova un letto, e 
senza slare a vedere s'egli sia il suo, o no, si 
spoglia fino alla camicia, si corica ira le len- 
zuola e cominciò a russare a sua consolazione. 
Avea frattanto una signora , che in essa casa 
dimorava , dato la cena a due figjiuolini 5. 



gozzi. i5g 

onde preso il lume, e predicando a quelli 
che fossero buoni la notle , se n' andava 
tutta cheta per mettergli a dormire appunto 
in quella stanza, dove senza nessun sospetto 
dormiva 1' uomo sdrajatosi a caso. L'entrare 
della donna, il vedere il letto occupato, il met- 
tere uno strido altissimo, e il prendere i due 
putti, e uscire fu un tempo solo. Va alla f- 
neslra, grida accor' uomo, i putti piangono 
come disperati. Tutta la vicinanza che saràj? 
Che vuoi dire? Presto arme, spuntoni, archi- 
busi. Corrono all' uscio della donna, salgono 
le scale a squadre , e giunti in sala udito 
dell' uomo nella stanza pensano a chi dee an- 
dare avanti : finalmente due pian piano met- 
tono il capo dentro , e vedendo che il nemico 
dormiva, vanno là, e gridano. Tu se' morto ', ed 
egli russa per risposta. Allora seguono tutti, e 
fanno un romore e uno schiamazzo, che sì 
sarebbe destato il sonno. Non ne fu nulla , 
eh' egli seguì a dormire. Chi gli piglia le mani, 
chi le braccia , chi scuote di qua , chi di là , 
egli mugola un tantino, sbadiglia qualche volta 
ma avea gli occhi cuciti. Giunge frattanto a 
casa il marito della donna , e trovato quivi 
Y esercito, e saputo il caso, che quasi da tutti 
in una volta gli fu detto, accostasi al letto, e 
conosce 1' uomo. Egli sapea la sua usanza ? e 



l4o VOVELLE. 

dice voi credete aver qui a fare con un uomo 
di carne ed' ossa; ma egli è fatto di doglie e 
cerchi. Pigliatelo su e sbrigatemi il letto , di 
grazia. Che s' ha a fare? dove s' ha a mettere , 
dicono i circostanti? In un magazzino a ter- 
reno, dice il padrone. Mettono dunque nel 
maggazino un materasso ; e quattro de' più 
vigorosi e massicci de' compagni, non senza 
che altri cinque o sei aiutassero con una 
mano, prendono l'addormentato; e come un 
sacco lo portano giù , e lo coricano ove dovea 
stare ; che non si sapea se il materasso era lui , 
o egli il materasso, stando tult'a due fermi ad 
un modo. Socchiudono la porta ridendo , e 
ognuno va a' fatti suoi. Vanno a dormire, 
passa la notte, la metà del giorno seguente 
ancora , prima eh' egli apra gli occhi. Quando 
piace al cielo si sveglia , e non sa dove sia; se 
non che il padrone della casa , che conoscea , 
l'avvisò di quanto era accaduto, ridendo; e 
domandatogli come aveva fatto; rispose che 
avea tolta quella per la sua casa propria , e che 
avendovi trovato una porta, una scala, una 
camera e un letto , come nella sua, era 
degno di scusa. Nel capitolo de' beoni si legge, 
che andati due conci dal vino a dormire si 
risvegliarono il giorno dietro verso le ventitre 
ore. Disse uno all' altro : io credo che sia tardi 



GOZZI. l4l 

Va e apri una finestra -, il compagno va, apre e 
dice : ancora non si vede lume : e avea ra- 
gione, perchè in cambio d' una finestra avea 
aperto un armario. Tornarono a dormire tutto 
il restante del dì, la notte^ vegnente e una 
buona parte del terzo giorno ancora. 

Sogno. 

Io fui trasportato non so da chi , né come, 
in una città bella, grande, e popolosa, nella 
quale oltre alle vie, dove si fabbricavano le 
cose bisognevoli alla vita, v' erano alcune altre 
vie che aveano tutte da un capo sopra una pie- 
tra intagliato il nome loro. Dall' un lato v'era- 
no in fila certi pilastri, dell' altezza tutti d'un 
uomo , e dall' altro colonne un poco più bas- 
sette de' pilastri, ma aveano miglior grazia di 
fattura de' pilastri, e per capitello di sopra por- 
tavano una spezie di cuffia, sicché l'avresti pre- 
se per femmiue a vederle da lontano ; ma in 
effetto Y erano tutte di sasso. Maravigliandomi 
di tal novità, pregai uno degli abitatori che mi 
spiegasse che volesse significare una via senza 
case di qua , né di là , ma solamente ornata con 
due filari di pilastri e colonne : figliuol mio, 
rispos' egli , io credo che tu sappia in prima, 
che da due cose viene la società degli uomini 



1 4 2 NOVELLE. 

disturbata. Ci sono alcune colpe le quali dan- 
neggiano iinteresse, o la vita , e a queste le ot- 
time e sante leggi banno fatto buon provvedi- 
mento; le quali vengono mantenute salde ed 
intere da' santissimi , e incorrotti giudici col 
premiare chi fa bene, e col dar castigo a mal- 
fattori. Ci sono poi altri difettuzzi, i quali ve- 
nendo stimati leggieri, non hanno legge veru- 
na particolare che gli raffreni ; ma perchè tut- 
tavia danno qualche fastidio agli abitanti della 
nostra città, s'è pensato un nuovo modo, e, 
per quanto io ne sappia , non usato altrove, di 
correggere coloro che gli hanno. Né essendovi 
miglior mezzo del farne vergognare chi per 
temperamento, e costume vi cade, s' è pensalo 
di sferzare i colpevoli con le burle, e con gli 
scherzi , acciocché si guardino molto bene dal^ 
l' incorrere negli errori. Parecchie vie dunque 
ci sono, quali tu le vedi, tutte a questo modo 
fornite di pilastri e colonne; i primi dedicati 
alla guarigione degli uomini, e le seconde delle 
femmine. Vanno intorno la notte alcuni pra- 
tichi esploratori con certi cannocchiali di sì 
acuta forza, che passano le muraglie, e veduto 
quello che si fa , o dice nelle case, senza però 
punto Dominare i rei, scrivono, motteggiando 
quello ohe hanno veduto, e appiccano uno scar- 
tabello sopra un pilastro, o una colonna, se- 



GOZZI. it3 

concio che il fatto è d'uomo, o di donna. La 
mattina per tempo quasi tutt' i cittadini con- 
corrono a leggere ; e per lo più chi è in colpa, 
e la trova scritta, arrossisce $ gli altri s'avveg- 
gono, e benché per modestia non ne parlino, 
pure ne ridono occultamente, e l'incolpato per 
temenza di quel malizioso risolino guardasi 
molto bene di cader in errore la seconda volta. 
.Se tu vuoi essere meglio informato, vien meco. 
Seguitai dunque il buon uomo, il quale mi 
condusse ad una via, che sulla pietra avea in- 
tagliala questa scritta : Via dell' amore. Tanto 
i pilastri, quanto le colonne erano tutte incros- 
tate di polizze. Chi leggea di qua, chi di là. 
Molti ne vedeva ridere, diversi arrossire. Fra 
gli altri biglietti uno sopra una colonna dicea. 
£ Ila si credeva d'esser vittoriosa 3 e molti buoni 
e cortesi uomini derise , o scacciò da sé 3 pres- 
tando orecchio ad unafarfcdla. Questa hafatto 
l'usanza sua,è volata altrove.Da forse un cen- 
tinaio di femmine leggea lo scritto, e non ne 
vidi ridere una sola ; ma tutte andarsene via col 
capo basso. Dall' altro lato sopra un pilastro si 
leggeva. Non mandate sonetti, ma danari. 
Nessuno de' leggitori potea comprendere la 
sostanza di quello scritto ; quando si vide venire 
un tralunato , che parlava da sé a sé, e talora 
canterellava cosi fra' denti , il quale levali gli 



j44 NOVELLE. 

.occhi alla polizza, e leggendo, gli à fecero le 
gote come lo scarlatto, onde tutti s'avvidero, 
eh' egli era poeta e che la scritta parlava di lui. 
Passai di là a diverse altre strade. Via delle 
usanze. Via de' letterati. Via de padri. Via 
de' figliuoli. Via degli oziosi. Via de' censori. 
Via degli ipocondrici. Via degli spensierati , 
e tante altre vie, eh' io non saprei fare il novero, 
e molto meno delle polizze , e de' leggitori di 
quelle. Finalmente mi risvegliai , e benché co- 
nosca eh' è vaneggiamento e sogno, mi pare 
che l'usanza sarebbe giovevole, e di non pic- 
ciolo rimedio a que' difetti, che non meritano 
rigido gastigo e punizione d'altro, che di burle 
£ di scherzi. 



La fortuna alle volle fa nascere certe piace- 
volezze, che sono di picciolo momento, e tutta 
via vanno di che ricreare gli animi di chi le 
ode : e que' medesimi , a' quali sono accadute, 
benché in sul fatto n'avessero qualche dispetto, 
infine ne ridono quanto gli altri. Un certo gio- 
vane pieno di spirito , e d'un umore piuttosto 
spensierato, che altro, per vivere lietamente, 
o forse per meglio attendere a' fatti suoi, eh' io 
non voglio affermare quel che non so, va la 
notte a dormire in uno stanzino dappresso a 



gozzi. i45 

San Marco dove non ha altro della roba sua , 
fuorché quella che sì porta indosso, e si spoglia 
la sera quando va a coricarsi. Tutte le sue ca- 
micie principalmente gli sono tenute in custo- 
dia da una sorella, ch'egli ha, la quale si sta in 
casa in un' altra contrada molto lontana. Po- 
che sere fa giunge alla sua stanzetta molto ben 
tardi e dice ad una donnicciola , che gli facea 
lume con un lumicino : buona femmina io mi 
ti raccomando. Svegliami domani a tale ora, 
perch' io debbo essere dinanzi ad un magistra- 
to. Vedi bene che tu non mancassi; picchia 
forte, fmch' io risponda e sia desto; s'io non 
sono diligente , guai a me ! Mi può accader cosa 
di grave sconcio, se non mi trovo colà pun- 
tuale. Dice la donna : posatevi con V anime 
quieto ; io vi do parola d'essere all' uscio appun- 
to allo scoccare dell' ora , che desiderate. Buo- 
na notte. Entra il giovane nella sua stanza, (3 
facendo il caldo grande , si spoglia in fretta , e 
come quegli , che non usa molta diligenza nel 
riporre le robe sue, qua si scalza, e lascia le 
calze, colà gitta il vestito , da una parte si sbra- 
ca, e lascia i calzoni. Spegne il lume, va tra le 
lenzuola , e trattasi la camicia, la lancia lunge 
da se fuori del letto, e così nudo, come nato 
era, comincia a dormire. Passano intanto le 
ore, e la buona donna si desta qualche miuu- 

7. 



l46 NOVELLE. 

te più tardi, di quello eh' era stato ordinato ; 
onde in fretta e in furia corre all' uscio, e pic- 
chiando con una forza , che parea che lo voles- 
se atterrare , grida su su , egli è tardi. Il giova- 
ne si desta , e con gli occhi ancora mezzo chiusi 
balza in pie, e comincia a brancolare cercando 
della camicia , e non la trova. La maraviglia lo 
fa destare affatto, il dì era entrato per le fessure 
delle finestre , onde vi si vedea benissimo, cer- 
ca di qua, rifrusta di là, non e' è verso, e la 
camicia èsparita. Eravi nella stanza, come s'u- 
sa ancora in certi tinelli all' antica, o ne' con- 
venti, un lavatojo con una conca di pietra 
molto ben grande , dove si lavano le mani, che 
per avventura era piena d'acqua , s'affaccia 
colà , e vedevi la camicia, che lanciata da lui 
al bujo, vi s' era annegata dentro, piena come 
una spugna. Oimè ! oh ! che farò io ora? gri- 
dava egli; e la femmina all' uscio gridava. Che 
avete voi? aprite, se volete eh' io v'ajuti ; siete 
voi ancora vestito? Ora comincio, rispondeva 
egli arrabbiato come un cane. Aspetta, mettesi 
i calzoni , e apre l'uscio con la camicia in ma- 
no, che colava acqua , e avea fatto in terra più 
rigagnoli, come una gran pioggia. Che è slato, 
dice la donna? Tu la vedi risponde, la camicia 
mia è siala in molle. Che farò ? di qua alla casa 
di mia sorella è uu trotto di lupo, qui non ho 



GOZZI. 147 

camice, questa esce ora delia mastella, debbo 
comparire al magistrato, che farò io ? Che ma- 
ladettasia la ventura mia, e in questo ecco che 
scoccano l'ore , ed egli maladice l'oriuolo e la 
camicia, e dice alla femmina : accendi il fuoco. 
Essa mette legna nel cammino, accende uno 
zolfanello, e soffia ; e intanto egli torce la ca- 
micia quanto può, e grida : soffia , per amor 
del cielo, e quando il fuoco è acceso, la donna 
piglia di qua, ed egli di là , e cominciano a 
rasciugare il bucato. La camicia fumicava la 
donna toccala di qua , egli di là , per sentire se 
la s'andava asciugando. Accosta un poco più da 
questo lato , accosta uà poco più qua , dove 
1' è increspata , che V è più umidaccia , che 
altrove , l'accostano tanto , che il fuoco s' ap- 
picca ad una manica, che non se n'avveggono. 
Dice la donna: qui sa d' arsiccio ; così pare 
anche a me , risponde il giovane. Volta vedi 
ed eccoli da mezza manica verso alla spalla , 
che ardea com' esca. Ohimè! grida la donna 
acqua , acqua. Come acqua ! grida il giovane, 
e stringendo in pugno la tela dove ardea, tu 
gridi acqua ancora , che vedi quel che m' ha 
fatto 1' acqua ! In fine l'ammorzò , e dall'una 
parte arsa, e dall'altra mezza molle ancora, 
si pose la camicia indosso , e andò come potè, 
a fare le sue faccende. 

7- 



l4& NOVELLE. 

ROTA VINCENZO PADOVANO. 

Il figliuolo d' un oste si fugge di casa , e con 
sua industria arricchisce. Dopo molti 
anni vi ritorna senza darsi a conoscere, 
I suoi genitori per rubarlo 3 lo uccidono , 
e qualche poscia loro avviene. 

Fu, non ha guari, in Maderno^ villaggio del 
territorio Bresciano, un oste, che Niccola io in- 
tendo per ora nominare ; il quale tenendo 
vicino alla Pieva , dove più era la via frequen- 
tata , una picciola taverna aperta con sua 
casa , non pure a' paesani dava pe' loro da- 
nari da mangiare e bere , ma li viandanti an- 
cora , portando la bisogna , albergava. Era cos- 
tui di natura tenace oltre modo , e del danaro 
così ghiolto,ehe cosa tanto malvagia non v'era, 
che per ogni picciolo guadagno egli fatta non 
avesse. Perlochè sempre e gli spenditori o nelle 
misure , o nel peso frodava , e facevasì oltre 
ogni discrezione e dovere pagar dagli ospili. 
Aveagli la sortedata una moglied' inclinazione 
e di costumi conforme , che non solo alle frodi 
del marito applaudiva , ma ve lo stimolava 
ancora ; e dove a qualche trufferia vedeva 
aperta la strada , eh' egli veduta non avesse, 



PADOVANO. l4g 

glie V additava tosto essendo solita a dire un 
suo motto , chi ha , s' abbia, e chi non ha sen 
trovi. Non arricchivano però con ciò fare \ mai 
punto ; eh' anzi vie più meschinamente vive-»- 
vansi ; così la divina giustizia ordinando , che 
da molti acquisti non abbiasi a trarre , che 
mal prò. Ebbero costoro un figliuolo senza 
più, Vico nominato: il quale comechè slenta- 
tamente,per esser poverino allevassero e trattas- 
sero aspramente , non mai però della pietà e 
obbedienza filiale ei mancò loro>edaveanlo caro 
fuor di modo , non tanto per esser egli unico , 
quanto perchè avendo lui , che attivo era mol- 
to , e capace , un famiglio risparmiavano. 
Ma o sir che del duro governo de' genitori egli 
ornai si stancasse , o che impulso di giovanile 
vaghezza ve lo spingesse ; essendo in età di 
presso a quindici anni , raccolti una notte 
a un tratto suoi cenci con da forse due giulj in 
tasca di varie mance radunati , fuggissi tacita- 
mente di casa , e andò a cercar sua ventura. 
Venuta la mattina il padre non vedendo com- 
parir Vico , che a spedir le domestiche faccen- 
duzze era solito a rizzarsi il primo , andò cor- 
niccioso per isgridarnelo , alla cameretta , dov ? 
ei dormiva; ma non trovatovelo , chiamò la 
moglie, che Monna Ceca avea nome, e si prese 
seco a garrire. Tu voimi , Ceca , sempre svagar 



l50 NOVELLE. 

quel figliuolo. Dov' è egli Vico , che noi vedo? 
L'avevi tu , m' immagino, pe' tuoi soliti servi- 
getti mandato in volta ; e intanto ciò che ha 
a farsi non si fa : ve' là , la cucina da spazzare, 
da rifare le letta , il fuoco da accendere , è ogni 
cosa alla rinfusa. Se tu farai così , lei dissi 
mille volte , e tei ridico mille e una , noi non 
aremo da che sfamarci. Alla croce di Dio, 
rispose Monna Ceca alquanto l urna tetta } tu 
farnetichi, marito. Che è ciò, che tu hai 
meco stamane ? Io ne' svago il figliuolo ? Che 
s' egli badasse a quel eh' io gli dico, e predico 
ognora , beato lui , e noi. Ma egli è la sua cat- 
tiveria e tristizia , che se Iddio noi campa , 
vuol faregli , ti so dir, la mala fine. Né io l'ho 
veduto ancora , ne bollo mandalo altrove ; 
eh' anzi io di te mi credeva quel che tu di me 
sospettavi a torto ; e perciò mi tacqui. Chi sa , 
domin , dov' ei s'è fi Ito? Hai tu guardato ,s' e* 
dorme tuttavia ? Ho, rispose Niccola , ma noi 
vi trovai. E così bai bollando amendue tra di 
loro , qua e là per la casa e dentro e fuori 
cercatolo buona pezza , e chiamatolo ad alla 
voce più fiate invano , s' immaginarono in 
fine , che egli potesse esser ilo alla messa. 
Perchè Niccola alla Pieve avviatosi inconlrò 
appunto il Pievano , che dalla chiesa veniva. 
Il quale veduto a quella volta incamminarsi 



•i 



PADOVÀXO. lBl 

il compare, perciocché aveagli levato Vico alla 
fonte, e tenutolo anche alla cresima, dissegli 
tosto : se tu vieni per messa, compare mio, tu 
puoi tornartene : che essendo oggi mercato , 
come sai, io celebrai a un tratto ai mattutini , 
e serrata ho la chiesa , avendo anch'io mie 
faccende in mercato : che vo' vedere di spac- 
ciar quel po' di grano , veccia , legumi ed altro 
di mia ricolta ; e cambiar anco , se vienmi in, 
acconcio , quel mio somiere , che ornai non si 
regge più in piedi. Onde per oggi di messa 
farai meno , e basterà , che tu reciti invece 
o una coroncina , o il die siila ,come ti piace 
più. A cui rispose Niccola : « Eh compare 
Puccio ( che così era chiamato il Pievano ) ho 
altro io per la lesta , che messe e orazioni : il 
mio Vico io cerco , che per quanto io m' abbia 
fatto non so trovarlo. Perciò costà alla chiesa 
me ne veniva ora a vedere , se a caso per u- 
dirvi la messa ei pur vi fosse. Dieoti 5 replicò 
Don Puccio , che la chiesa bolla serrata io 
con le mie mani, né lasciativi dentro persona. 
Dall' altro lato non è egli oggimai cotanto 
fanciullo il mio figlioccio , che non sappia ciò 
ch'ei si faccia , o dove si vada , sicché non 
possiamo temere , eh' egli smarrito si sia , od 
abbia pericolato. Ma io dirotti come ella è. t jj 
Tu sai come egli è curiosetto ^e arditello y ne' J f, &Lù 

/ 



l52 NOVELLE. 

gli terrebbon le funi colesti ragazzi , qualora 
sentonsi frugar nella fantasia le vogliuzze ; 
giurerei , eh' egli sta baloccandosi sul mer- 
cato. Lasciane però il pensiero a me , eh' io 
nel raccapezzerò ben fuori , e fattagli un' inte- 
merata a modo mio manderottelo toslo a casa. 
Vattene pure per i fatti tuoi, e di ciò datti 
pace. Piaccia a Dio , disse Niccola , che sia 
come tu dì. E a lui grandemente raccoman- 
datosi, tornossene a casa aspettando pure, che 
capitasse il figliuolo. Ma passati essendo non 
che i mezzodì , i v esperi ancora , e le ave- 
marie ; e inteso avendo dal Pievano , che per 
quanto egli avesse girato l'occhio , e cerco pel 
mercato > non ve l'avea potuto né vedere mai , 
né trovare , dettesi più a credere , com' era di 
fatto eh' egli fuggito via si fosse. Onde tutto 
maninconoso e dolente, dopo aver parecchie 
ore più del solito veggrmto , sperando pure , 
che a casa ci si tornasse , andossene con \a 
moglie a letto, né mai s'addormirò quella 
notte. Il dì seguente D. Puccio fu subito all'al- 
bergo del compare per saper nuova del figlioc- 
cio: ma intendendo, che egli tuttavia mancava, 
sene dolse grandemente seco , e confortollo , 
come m eglio seppe , alla pazienza , molti begli 
esempietti del Leggendario edella Bibbia arre- 
candogli di tante altre anime buone da Dio si- 



PADOVANO. 3 53 



milmente tribolale , le quali nel sofferire forti 
e costanti mantenendosi, la eterna gloria si me- 
ritarono. Le quali parole , benché grossola- 
namente , com' è da credere, da lui } ch'era 
alquanto di grossa pasta , dette _, ad alleviare 
però il travaglio del compare in tanto valsero, 
ch'egli racconsolatosi in buona parte , e uni- 
formatosi alla divina volontà attese unica- 
mente, se mai per l' addietro , allora più all' 
interesse, senza più pensare al figliuolo. Questi 
frattanto d' una in altra terra birboneggiando 
andò gran tempo, e facendo a spalle degli scioc- 
chi la più lieta vita del mondo. Finché a Napoli 
riduttosi pensò, come avea fino allora vissuto 
a modo suo , di provarsi a vivere a modo 
altrui, e in qualche casa per famiglio accon- 
ciossi. E tanto gli fu la sorte propizia che per 
esser egli ben composto della persona appari- 
scente e di molla vivacità, fu da uno de' prin- 
cipali signori di quel paese adocchialo, e accor» 
dato facilmente per suo servidore. Nel qual 
impiego tutta adoperandoVico la sua industria, 
e puntualità , cotanto amore posegli il pa- 
drone , che senza lui ninna cosa sapeva fare; e 
non solamente di se, ma di tutte le sue cose gli 
aveva affidato il governo; ed oltre al salario, 
eh' era grosso assai, di buone mance soventi e 
di vestiti, e d'altro Io regalava : di manierachè 

7- 



1 5 fc NOVELLE. 

e per questo, e per li traffichi ancora eli' egli 
di fare ingegnavasi, de' quali per sua buona 
sorte sempre bene gli avveniva, era già di po- 
vero eh' egli era, danaroso molto divenuto, e 
agiatissimamente vivevasiJErano passati ormai 
L t.y da vinticinque anni, e forse più da che s'era 
Vy/ry egli di casa fuggito; né ai suoi genitori, non 
( essendone loro giunta mai novella veruna, era 
rimasto alcun pensiere, non che speranza di 
più rivederlo, credendosi fermamente, che per 
qualche grave accidente avvenutogli egli più 
non vivesse. Quando un giorno Vico in se 
slesso rientrato, e la sua casa ed i suoi per la 
mente rivolgendo , così prese a ragionare fra se 
medesimo: Vedi vicende di mondo ! Io fuggii mi 
pine di casa con non più. in tasca che da cin- 
que o sei paoli, e pochi cenci addosso, ed ora 
trovomi tanto di contanti, di veslimenla e di 
roba avere, che me n' avanza; nel mentre che 
tra li disagi, e gli stenti, in cui gli ho lasciati, 
peneranno tuttavia forse i miei genitori; che 
sa Iddio quanto della mia fuga dolenti si rima- 
sero, e tribolati. Che fo io dunque, che non 
torno a consolarli e giacché n' ho il come, a 
ristorargli insieme, e trargli dalle loro mi- 
serie ? A chi altri finalmente questa mia vita 
io debbo, e questi agi istessi, se non ad essi? 
E forse hamegli dati Iddio , perchè io potessi 



1» A dotano; v55 

colai debito di buon figliuolo adempire/ E 
senz' altro chiesta in buona maniera licenza dal 
suo padrone, il quale coraechè mal volontieri, 
pur per così onesta cagione , e giusta gliela 
concesse , raccolto in uno tutto il suo avere, e 
messolo parte in contanti , e parte in cambiali, 
montalo a cavallo, verso la sua patria diritta- 
mente la via prese, finché vi giunse. Appena 
entrato in Maderno ricercò tosto , se più vi- 
veva cotalNiccola oste presso alla Pieve,e la sua 
moglie Ceca: e inteso dai popolani che si, ne fu 
grandemente lieto, e ringraziò la sorte che 
avessegli li suoi genitori a tanto serbato di po- 
tergli ,- prima che si morissero, consolare, e 
sovvenire. Indi fra se divisato ciò che intendeva 
di fare, volse il cavallo verso la Pieve; dove 
ristatosi dinanzi alla casa parrocchiale . e bus- 
salo alla porta , fugli dal Pievano istesso aperto, 
che col breviale in mano recitava forse com- 
pieta, essendo vicino il tramontar del sole. 
Era Vico da quando si pai ti giovinetto, cotanto 
trasfiguralo d' abito , e di persona , che nessuno 
che prima avealo conosciuto, l'avrebbe allora 
di leggieri potuto ravvisare. Onde il buon 
prete postisi a cavalcione gli occhiali sul naso, 
e da capo a piedi squadratolo : chi domandi , 
gli disse, o figliuolo? voi, rispose Vico non 
conoscerete me forse com'io conosco da gran 



l56 NOVELLE, 

tempo voi. E senza tenervi a lungo in cian- 
ce, sappiate ch'iomi sono Vico di Niccola oste 
costà non lungi, figlioccio vostro, che da tanti 
anni, se ben vi ricorda, mancai di casa : raffi- 
guratemi bene, se pure ho più di quello alcun 
vestigio. Maravigliossi forte messer lo prete, né 
dando a' suoi detti così subita fede, per non 
trovare in lui di Vico sembianza veruna , 
cominciò di molte particolarità a interro- 
garlo , onde potesse trarne il vero. A cui ris- 
pose Vico puntualmente, e gli soggiunse : voi 
dovreste, don Puccio mio, dai contrassegni 
finora dativi , restar ornai persuaso, eh' io qual 
desso sia, che vi dico. Ciò non ostante per dar- 
vene la maggior prova, che per me si possa, 
dirovvi , che il libro de' battezzati sarà di 
quanto asserisco indubitato testimonio. E disse 
1' anno , il mese, e il giorno , in cui sapeva 
d' esser nato. Gito il Pievano tosto per cotal 
libro, e trovato appuntino siccome Vico detto 
gli aveva , quanta festa ne facesse egli è più 
che da dire 3 da immaginarsi. Onde gittategli 
le braccia al collo , e baciatolo teneramente 
in fronte: sii tu benedetto, disse, figlioccio 
caro , ch'io ti pur riveggo pria di morire , là 
dove ed io^ e i tuoi parenti finora ti credemmo 
in altro mondo. Vi ve sai ancora tuo padre, e tua 
madre , benché invecchiati assai , come me 



PADOVANO. 1 57 

vedi , e consumati più che dagli anni , dalla 
inopia , e dai disagi. So io che morranno di 
gioja al rivederti. Andiamo tosto , andiamo 
a consolargli , eh' io vo' pur essere V appor- 
tatore di così inaspettata allegrezza. No, sog- 
giunse Vico : rimanetevi voi pure per questa 
sera ; eh' io intendo di portarmi a casa tutto 
solo qual nuovo viandante per ivi alber- 
gar questa notte. S'eglino da se riconoscermi 
sapranno , n 7 arò contento : se no , terrommi 
tuttavia celalo , finché vengbiate voi domat- 
tina a togliere ogni dubbio , se mai di me sos- 
pettassero \ e più intera sarà così la comune 
allegrezza. Deh non vogliamo , replicò il Pie- 
vano differir loro una tal consolazione. Come 
vuo' tu che ti conoscano , se sei così da quel 
che tu eri cambialo che io ne trasecolo an- 
cora ? e panni un sogno , che tu sia tu ? Per- 
chè vuoi scemar loro sì gran piacere col por- 
tarlo all'altro giorno ? Il bene che si può fare 
oggi , mal'. è , fìgliuol mio § aspettar di farlo 
a domani. Quante cose possono in questo frat- 
tempo avvenire ? Che vuoi tu che avvenga y 
ripigliò Vico. Tant ? è ; io sono fermo di così 
fare , e non altrimenti. Come pur voi così , 
dissegli don Puccio , così fa , e avvengati ? 
come tu brami. E amorevolmente ribaciatolo ? 
ìasciossi di tenerezza già per le crespe guance 







3 53 novelle:. 

alcune slille cadere e con più a" un singhiozzo» 
accomandatolo a Dio , lo licenziò. Rimontato 
Vico a cavallo verso la sua casa si mosse T 
e trovò appunto il padre, che assiso si slava 
su d'una panca dinanzi alla portale vedu- 
tolo così e dagli anni, e dalle miserie malcon- 
cio , sentissi in tal guisa P animo a intenerire 
e comraovere , che poco mancò , che alle gi- 
nocchia giltatosegli non se gli desse a cono-» 
scere. Tuttavia rattemperatosi con forza , e~ 
fattosegli appresso : io vorrei , gli disse , al- 
bergo , padre mio. Si riscosse a lai nome al- 
quanto il vecchio , e allora forse affaccios.segli 
alla mente il suo Vico ; ma passò poi tosto- 
come baleno un tal pensiero non polendo 
egli da quanto si è detto figurarsi mai eh' ei 
fosse desso. Onde rizzatosi a suo agio dalla 
panca sì gli rispose : E albergo avrai , figliuol 
mio , che tale al vederti T puoi essermi. Ceca 
eh là , Ceca f dove se' tu ? Vedi quest' ospite : 
guidalo allo stanziolino r che guarda l'orto , 
e ordina ogni cosa , eh' io metterò frattanto 
a ricovero la cavalcatura. Lodato sia Dio , 
isse la vecchia : andiamo pure , figliuolo , 
che deporrai le tue hagaglie ; ed io penserò 
poi ad ammannirti una buona cena. Questo 
appunto , madre (soggiunse Vico ) è ciò che 
correi , mangiar bene , e dormir meglio r 



PADOVANO. ì Bg 

per ristorarmi del viaggio , e della inedia pas- 
.sala. Sarà mia cura, replicò essa , il conten- 
tarle lasciatolo nella cameretta appunto, 
dov' egli prima coricarsi soleva , avvacciossi 
a preparargli la cena , la quale fu d'ogni cosa , 
che dare il luogo, e la stagione poteva , ab- 
bondante ; e cenarono tuttassieme ; così Vico 
bramando, per veder pure, se riconoscerlo po- 
tessero. Ala con tuttoché non con allro nome, 
ragionando seco , che di padre e di madre gli 
chiamasse ; e cotali atti oltre a ciò egli facesse 9 
che far da giovinetto era solilo, né all'una 
però, né all'altra mai venne di lui fantasia» 
Del che faceva Vico tra se una festa maravi- 
gliosa ; pensando , come poi sorpresi restar 
dovessero allo scoprimento di se i! giorno ad- 
dietro. Terminata la cena, preso Niccola un 
lume in mano guidò l'ospite alla stanza :e qui- 
vi tratta fuori una polizzetta dissegli. Te' fi- 
gliuolo , quest'è il tuo conto. Bene , rispose 
Vico , salderemlo domattina; ed ogni modo io 
di qua non mi parto per ora. Che domattina ! 
ripigliò alquanto bruscamente il vecchio. Dicoti 
eh 7 io vo esser pagato ora -, eh' io m'alzo la 
mattina per tempo a far le provisioni , occor- 
rono , e m' abbisognano quattrini , eh' io son 
pover' uomo , e non ne ho. Volentieri , disse 
allora umanamente Vico 5 non vo' por questo, 



1 6o NOVELLE, 

che vi turbiate , buon padre ; ecco qua. E ca- 
vata in così dire dalla valigia una grossa 
borsa con moltissime monete d' oro , e d' ar- 
gento , e varie polizze di cambio ( o per va- 
nità , o per altro , che il si facesse) rovesciolle 
su d'una tavola , e senza dibatter quattrino 9 
pagogliene largamente dicendo, sete ora con- 
tento Padre ? Lieto il vecchio di sì buon pa- 
gatore , ringrazionnelo , e datagli la buona 
notte andossene. E andando cominciò alle 
vedute monete tra se pensare ; indi a compia- 
cersene , poscia a bramarle : tanto che in un 
attimo la brutale avidità , che il dominava , di 
sì fatto modo destògli in core le sue flamine y 
che maggiori non aveale sentite mai per l'avan- 
ti* Così pensieroso , e infiammato , trovata 
la moglie , e postolesi a sedere al lato prese in 
tal guisa a ragionarle. Sai tu Ceca mai } che 
ospite ricco abbiam noi ! Quanto oro , Dio- 
buono , hogli veduto io , e argento , e cam- 
biali ! e noi così poveri ! o mondo : altri sguaz- 
za , altri langue : e pure ci ha a esser per 
tutti la provvidenza. Che vuoi tu , disse la 
moglie, di ciò affannarti. Noi siamo nati per 
1/ — esser miseri ; non tanto perchè il destino così 
ci voglia no , ma perchè tal vogliam essere noi 
per nostra dappocaggine. Sia con Dio. Assai 
monete dunque aveva egli ? Assai ti dico 7 



PADOVANO. l6l 

soggiunse il vecchio E la Ceca : Po levi tu 
pur caricare almeno del doppio la polizza. 
IVI a quel che è fatto, è fatto. Ti serva se non 
altro di regola per 1' avvenire, caso ch'ei si 
fermasse qui ad albergo più giorni. Ma io , 
tornò a dirle il marito , pensava ad altro , 
moglie mia. Sai tu , che se noi gP involiamo , 
quel danaro , noi ci caviamo de' guai , né 
ahbiam più bisogno di star qui su la strada ad 
aspettar, che ci cada in grembo la fortuna ? Tu 
dì bene , replicò grattandosi il capo Monna 
Ceca. Ma s'ei vegghiasse , o si destasse nel 
punto che noi lo rubassimo ? E poi se n' arebbe 
alla per fine a accorger la mattina ; e tanto 
romore ne farebbe che con tutto che noi il ne- 
gassimo , i mal avventurati saremmo noi in 
fine. Ma sentendosi il vecchio della sordida 
cupidigia sempre più accendere : io ho pur 
fìtto in capo , ripigliò , un pensiere , che 
d'ogni difficoltà , e pericolo potrebbe levarci 
agevolmente , e stammi così fitto nelF animo , 
ch'io mi credo , che me lo mandi il Cielo per 
nostro bene. Qual è ? diss' ella. Odi , ei rispose: 
Costui ci capitò qua così solo, e in un'ora, che 
nessuno videlo entrare; né persona è, che saper 
possa , che noi 1' abbiamo in casa 5 ond' egli 
e' è come s' e' non ci fosse. Non potremmo noi 
affogarlo, o accopparlo, o in altra guisa dargli 



l62 NOVELLE. 

morte, e poi nell'orto contiguo sotterrarlo? 
Chi vuoi tu eh' il risappia altri che Dio ? Ella 
è una bella cosa re' arricchire ad un tratto, 
e uscir de' stenti. Che vorrei tosto , che questo 
malvagio mestiere noi lasciassimo , e almeno 
in nostra vecchiezza godessimo noi in pace 
degli agi d'una lieta vita e contenta. Né tu 
cotesti cenci d' intorno più avresti 5 ma ono- 
revolmente vestita con bei drappi , con col- 
lane , e smaniglie , e ciondoli rilucenti agli 
orecchi, polressi tra le donne cittadinesche e ci- 
vili comparire : dove ora puoi stare appena 
senza vergogna tra le popolane. In fine egli 
seppe coà ben dire , che la Ceca non meno da 
vanità ferruminile , dall' avarizia accecata nel 
parere di lui corse temerariamente , e disse : 
Non saprei che risponderti. Tu l'hai pensata. 
Lodato sia Dio : arò pur finito di stentare ; 
e sarò anch'io Madonna di qualche conto: 
lascia far a me , marito mio , eh' io non vo'che 
vana resti questa tua inspirazione. E fatti tra 
loro altri ragionamenti, e mille varj disegni 
su la roba di quest' infelice , quando parve 
loro tempo , che più profondamente ei dor- 
misse, avviaronsi cheti cheti alla sua stanza, e 
trovatolo che forte russava, accoslaronsi al letto 
ambedue , il vecchio con un picciolo lume in 
mano, e la vecchia co-n un rasojo affilataci* 



"V^' - 



PADOVANO. l6 3 

quale scopertogli leggermente il collo , segogli 
a un tratto , benché con mano tremante , la 
gola , donde spicciando impetuosamente il fer- 
vido sangue lordò ad entrambi, quasi rimpro- 
verandogli , la faccia e il petto. Tra gli estremi 
singulti alzate il miserando figliuolo languida- 
mente le pupille: Ah padre, disse, ah madre , 
e spirò. Questi teneri nomi che gli empi mici- 
diali altamente ferir nel cuore dovevano , non 
ebbero allora maggior forza , che in tutta la 
scorsa sera , in cui avevali tanto volte il mes- 
chino usati invano. Compito l'enorme mis- 
fatto , e nell'orto come divisato avevano , sot- 
terrato il cadavere,, corsero tosto , come lupi 
affamati alla preda : né prima si coricarono y 
che rassettato, come se nessuno giaciuto vi 
fosse , il funesto letticciuolo , e tutti rimossi 
quegl' indizj , che potevano il delitto mani- 
festare , se ne girono a dormire ; se pure la co- 
scienza di tanto eccesso potè lasciar loro mai 
chiuder occhio. Pareva intanto al Pievano 
mill' anni , che spuntasse il giorno per sapere 
l'esito del figlioccio. Per lo che appena veduta 
in Oriente apparire V aurora , alzatosi egli , 
e detta prestamente la Messa , alla casa del 
compare sollecito recossi: e trovatolo già nella 
taverna affaccendato , lietamente salutollo , 
e come motteggiandolo : Che buone nuove y 



1 64 NOVELLE. 

gli disse , mi dai tu slamane , compare 
mìo , che veggoti ritto sì per tempo ? Hai 
faccende eh ? buon pio ti faccia. Restò Nic- 
cola da tal parlare come da fulmine percosso , 
non mai figurandosi che persona sapesse 1' ar- 
rivo dell'ospite, e ammutolì non sapendo 
che rispondergli. Perchè ripiglio D. Puccio : 
che non rispondi compare ? Tu mi pari in- 
cantato. Sollo già , che t'è arrivata persona 
molto a le cara , e a me non meno. Che oc- 
corre celarmelo ? Niccola allora rintuzzando 
pure gì' interni rimorsi , che il trafiggevano, 
rispose arditamente : Che ospiti , che persone 
mi narri tu ? Parmi , che tu voglia darmi la 
burla stamane, o che ti sogni tuttavia. Né io 
ho qui viandante alcuno , né da forse un mese 
non ho avuto : che maledetto sia questo mes- 
tiere fallilo. Ma fo boto a Dio di volerlo in fine 
gittar da parte , e questo avanzo , che di vila 
Iddio mi lascia , spenderlo in profitto dell'ani- 
ma. Così , soggiunse il Pievano , spero che tu 
arai agio di fare da qui innanzi mercè di co- 
lui , che questa nolte albergasti. Dicoti , re- 
plicò alterato e confuso V oste, ch'io non al- 
bergai veruno; la intendi ? e vatti con Dio. 
Era in questo mentre sopraggiunta Monna 
Ceca a la quale inteso del loro altercare il mo- 
tivo ,i cominciò anch'essa a giurare e protes- 

\ 



PADOVANO. l65 

tare , che non aveano veduta persona. Final- 
mente parendo a Messere Io Prete , che an- 
dasse un po' troppo la cosa in là , disse loro : 
Io non so , fratelli miei , perchè queste pro- 
teste , e questi giuri soverchi voi meco vi fac- 
ciale : credo per volermi forse con la novella 
tanto lieta , quanto voi vi sapete, d'improv- 
viso sorprendere ; e sovvene grado. Ma sap- 
piate , che 1' ospite , che voi in casa avete , 
fu jeri prima da me , che a voi venisse e diem- 
misi a conoscere per quel eh' egli è , e abbrac- 
ciailo mille volte e baciailo quanto teneramente 
voi vel potete credere. Me ne consolo con voi : 
vel benedica signore Iddio per conforto e sol- 
lievo della vostra vecchia j a , e della mia an- 
cora. Sbigottiti ambedue a tai parole , fu la 
prima la vecchia , che quasi di ciò eh' era , 
presaga esclamò : ahimè chi era egli cotesto 
ospite , che tu dì ? Non è egli , soggiunse 
D. Puccio, il vostro Vico , il mio caro figlioc- 
cio, da tanti anni mancatovi ? Ma che è cotesto 
vostro smarrimento? ahimè che veggio ! Non 
avea egli questi parole finite, che da una parte 
cader vede svenuto Niccola , la Ceca dall'altra 
ficcarsi furibonda nella gola un coltello, e con 
urli orribili stramazzando a terra versar fuori 
col sangue Y anima. Come a tale spettacolo si 
rimanesse il buon Pievano, non è da dire; non 



i€6 NOVELLE, 

sapendone indovinar la cagione , né potendosi 
dall' altro canto mai ciò che di fatto era , im- 
maginare. Attonito, sbalordito, smemorato ora 
il vecchio intorno rivolgevasi per aitarlo , ora 
sopra la vecchia svenata fissava il guardo. Fin- 
ché in disperate grida prorompendo fece , che 
Accorsero molti popolani; e rinvenuto già es- 
sendosi Niccola , messo un alto strido: Ahimè 
sciaurato gridò, che feci mai ! A che trassemi 
la ingorda cupidigia ! Quell'ospite, che tu dì, 
ch'era il mio figliuolo, quello noi abbiamo 
svenato di nostra mano per rubargli i danari.: 
Io la moglie stimolai a segargli la gola ; io 
sono del fìglicidio 1' autore : ah non merito 
più di sopravvivere. E agitandolo le furie 
della malvagia coscienza , aveva già dato di 
piglio a quel ferro istesso , che messosegli 
dattorno non cheilPrete, tutta la gente con- 
corsa , nel trattennero , e trattogli di mano 
il coltello cominciarono tutti a rinfacciarlo , 
a sgridarlo , e con amari detti a confonderlo ; 
e dieronlo finalmente in poter della pubblica 
autorità , perchè pagargliene facesse il meri- 
talo supplizio. Fu pertanto la iniqua donna, 
come dalla Chiesa smembrata, j-ol (errala in una 
campagna ; e 1' uomo slrozzato dal carnefice 
su d'un patibolo nella gloriosa città di Vinegia: 
e fatto in pezzi il cadavere , esposto al solito 



MAGALOTTI. 167 

perii canale più frequentalo della laguna ad 
esempio e specchio de' malvagi viventi , e dei 
maladetti avari specialmente , che Iddio ne 
spegna la abbominevole razza. 




MAGALOTTI. 

Gli amori innocenti di Sigismondo conte 
d'Arco con la principessa Claudia Felice 
d' Ins prudi. 

Giace nella sommità di Rua, notissimo moti- (,£ 
te d'Euganea , chiuso fra densi alberi , un soli- 
tario albergo di penitenti eremiti. L' altezza 
del sito, che sovrasta non solo a fioriti colli ed 
amene villette, ma a molte illustri città, com- 
pensa colla varietà degli oggetti la solitudine di 
quell'Eremo, che aggirandosi intorno alla cima 
del monte,con più strade coperte di drittissimi 
pini, è tutto pieno di un orrore sacro e religioso. 

E vietato alle donne l'entrarvi , fuorché un 
sol giorno ne' principj.di autunno, nel quale 
però non è loro permesso di penetrare nelle 
parti più segrete e più interne, ma solo nel 
tempio e' in certi luoghi vicini. Soleunissima è 
la pompa di questo giorno , perchè da ogui 
parte vi concorrono le più vaghe dame splen- 



l63 NOVELLE. 

dida mente adornate, sopra bellissimi eavalli, 
che a gara l'ima dell' altra si studiano a fregiar- 
si di nastri e di piume , accompagnate dal fiore 
della nobiltà , che nella più leggiadra maniera 
si affatica di comparire ad accrescere l'allegrez- 
za di giorno sì lieto. Ma non fu più magnifica 
d'allora , che madama Soranza, moglie d'uno 
de' rettori di Padova , per divertire la tristezza 
cagionatale dalla morte pochi giorni innanzi 
seguita del figliuolo suo primogenito , ritornalo 
pur allora di Francia, nel fiore dell' età e delle 
speranze , salì con nobilissima comitiva di da- 
me e di cavalieri sulla cima del monte. La splen- 
didezza dell' apparato e l'abbondanza di un 
convito lautissimo s'affacevano più alla gran- 
dezza di quel genio che gli apprestava, che al 
genio stesso del luogo. Neil' ore più calde si ri- 
tirò madama seguila dalla sua compagnia al- 
l' ombra di alcuni abeli foltissimi in sito mollo 
eminente, donde scopriva un tratto lunghissi- 
mo di paese. Quivi fomentando la natura del 
luogo solitario ed opaco la sua intensa melan- 
conia , cominciò a commendare di modo la 
tranquillità di quella vita separala da tutte le 
cure mondane, che parve che ella ben l'avreb- 
be anteposta alla dignità ed alla gloria di co- 
Jn\ mandare/ ed internandosi alquanto nella cor 
Jfi^^ siderazione della vanità delF umane graiidezs 



cori- 
zze 



MAGALOTTI. l6q 

e della quiete di quel ritiro innocente, udì par- 
lare fra' suoi cavalieri della strana , ma costante 
risoluzione d'un giovine nobilissimo, che avea 
anteposto la povertà e la solitudine di quell' ere- 
mo ad abbondanti ricchezze di una famiglia 
chiarissima , ed alla frequenza delle più magni- 
fiche corti-dei mondo. Sentì ella subito rapirsi 
ad una tacita approvazione di questo generoso 
rifiuto; e come quella che era ormai avvezza a 
giudicare dell' inconstanze della fortuna e delle 
umane vicende, desiderò ardentemente di ve- 
dere il giovine eremila, che dal superiore del 
luogo le fu subito condotto innanzi. Traluceva 
ira la rozzezza dell'abito la nobiltà dell'aspet- 
to; e in una età molto tenera, fra i pallori 
di un volto languido e smorto , risaltavano i 
lineamenti di una beltà meravigliosa. La mo- 
destia e l'umiltà del portamento ben corrispon- 
devano all' istituto della vita che s'aveva eletta ; 
ma non però scompagnato dalla civiltà , che 
convenivasi a signora di sì alto grado ed a sì 
nobile compagnia. Madama che maravigliosa- 
mente gentile e di grande animo era , dopo di 
avergli mostrala molto distinta cognizione del- 
la sua nascita , e di avere acconciatamente lo- 
data la sua magnanima risoluzione, renduta 
certa che vi si ascondevano altissimi motivi, in 
parte anche accennati dalla fama ; lo pregò mol- 

8 



170 NOVELLE. | 

lo discretamente a raccontargliene il veroJPro- 
CLirò di sottraisene il giovane, con attribuirlo 
ad ispirazione e chiamata divina, nel che per- 
*^H sistendo , il superiore , uomo vecchio, e partilo 
dal mondo in età mollo avanzata, e però lon- 
tano da certi scrupoli vani,dopo di averlo per- 
suaso che non fosse da vergognarsi di palesare 
le deholezze della vila passala, mostrandone 
pentimento con l'emenda della presenle, ma 
che anzi s'avesse a predicare la misericordia di 
Dio, che c'illumina per uscire dalle tenebre de- 
gli errori, finalmente gli comandò che in pe- 
nitenza de' suoi falli giovanili sopportasse la 
pena di raccontarli. Abbassò il giovane in segno 
di obbedienza la fronte; indi composto il volto in 
una modesta sicurezza, così cominciò a parlare: 
Ben conviene alle mie passate leggerezze la 
pena di rammentarle pubblicamente , e a que- 
sta e troppo discreta e troppo nobile compa- 
gnia , per riportarne il biasmo che elle meri- 
tano. Ma giacché 1' obbedienza rompe il freno 
posto alla mia lingua dalla vergogna , io piego, 
Madama , con tutto il mio cuore 1' Eccellenza 
T0*stra , e questa illustre comitiva a non usai e 
della consueta bontà , ne a volere scusare in 
parte colla considerazione delle debolezze uma- 
ne il mio , non dirò soverchio ardire , ma 
sconsigliata e pazza temerità. 



1 MAGALOTTI. 171 

Io fui Sigismondo , conte dP Arco , unico 
rampollo di questa casa , posseditrice per 
lunga serie d' anni di molte illustri signo- 
rie ne' confini di Germania e d' Italia. Mio 
padre morì , lasciandomi ancor fanciullo ; 
mia madre rimaritatasi , fui allevato nella 

è 

corte della vedova Arciduchessa d* Inspruch f 
mia naturai signora , in qualità di pao-gio 
d' onore. La mia età e la mia sciagura ri- 
trovò tanta compassione nell'animo di questa 
buona principessa , che ella mi riguardò sem^ 
pre piuttosto con occhio di madre che di pa- 
drona , prendendo di me . come di figliuolo , 
una cura particolare. Ella mi die per compa- 
gno alla principessa Claudia Felice, unica sua 
figliuola, di età in tutto eguale alla mia , che 
allora non eccedeva i sette anni ; e seco assai 
famigliarmente vivendo , la domestichezza , 
che anzi doveva scemare crescendo gli anni , 
con essi al pari cresceva. Che vi starò io , ma- 
dama , a mascherare il vero con apparenze 
bugiarde? Io fui così folle , che a poco a poco 
cambiai la confidenza in amore , il quale tanto 
più si andava di giorno in giorno accrescendo 
quantochè non pareva che dispiacesse punto 
agli occhi della principessa già avvedutasi di 
essere amata. E se io posso dire una verità che 
gli effetti hanno poi comprovata , senza ac^ 

8. 



1^2 NOVELLE. 

quistarmi presso di chi m' ascolta maggior 
nota di temerità, di quella che io mi avrò finora 
guadagnata colla confessione di aver osato 
di alzare gli occhi verso la mia sovrana ; io 
dirò , che la stessa mia sovrana non isdegnò 
abhassarli verso di mei Avevamo già compiti 
ambedue quindici anni , ed ella era riuscita 
così meravigliosa e nelle doti dell'animo, 
e nelle qualità della persona, che non solo non 
era chi F eguagliasse di fama , di virtù e di 
bellezza in Germania , ma in tutto il resto 
d' Europa. I ritratti del suo volto , e dipinti 
sulle tela , e delineati sulle carte , sono volati 
dipoi quasi per tutti gli angoli della terra j 
uè vi è certamente , fra chi m' ascolla , alcuno 
che abbia bisogno di udire dalla mia bocca 
la descrizione di una bellezza co.>ì conosciuta. 
Quello io narrerò , che il pennello o 1' arte 
non può esprimere , cioè a dire i tratti mara- 
vigliosi del suo spirito , così pronto e così vi- 
vace ? che in un momento , intendeva , distin- 
gueva e deliberava con islupore dei più pru- 
denti e de' più consumati. 11 suo portamento 
era composto di una grave piacevolezza _, ed in 
ogni sua azione ritenea sempre quella maestà , 
colla quale , come con un carattere partico- 
lare , pareva che Dio l'avesse distinta. I suoi 
piaceri erano tutù innocenti , e tra questi la 



MAGALOTTI. 175 

musica il più frequente ed il. più caro. , nella 
quale aveva maravigliosamente profittalo , par- 
ticolarmente nella più flebile , che più s' affa- 
ceva al suo genio. Io V ho veduta più volte 
cantando in luogo solitario , lontana dallo 
strepito della corte , sopra finte sciagure spar- 
ger veraci lagrime i per una certa sua tenera 
inclinazione , che le faceva trovar diletto negli 
argomenti di dolore. Anzi il suo genio pre- 
sago , interrogando sé stessa sopra le-vicende 
della sua fortuna futura , le dettò un giorno 
un' infelice profezia in pochi versi , quali ella 
solea cantare così flebilmente, che cigno mo- 
ribondo mai riempì riva di più mesta e più 
soave armonia. Cresceva in me la passione e la 
cognizione del mio dovere, onde io amava 
più di giorno in giorno e più mi accendeva , 
che non bisognava amare. Oh quante volte 
ho presa a sdeguo la mia presunzione! e quante 
ho disposto di ritornare in me stesso ! ma il 
troppo grande arbitrio , eh' io concedeva agli 
incauti occhi miei, rovinava con uno sguardo 
le più forti risoluzioni ; onde riconoscendomi 
troppo debole per resistere a fronte di una 
bellezza per me fatale , e prevedendo ciò che 
ne poteva succedere , se allentate le redini 
all' appetito più oltre mi avessi lasciato tras- 
portare , deliberai di fare sì che la prudenza 



2 74 VOVELLE. 

moderasse i moti troppo violenti di un incli- 
nazione ormai cangiata in natura. Mi ritirai 
dai frequentare gli appartamenti della princi- 
pessa , in quelP ore che r obbligo della corte 
potea dispensarmene ; e per colorire di qualche 
onesta apparenza tal mutazione , mi diedi con 
maggiore sollecitudine di prima a tutti quegli 
studj che, proprj della mia età e della mia con- 
dizione , potevano darmene un onoralo pre- 
testoJ~£-a cavallerizza , la scherma e gli altri 
esercizi militari occupavano la maggior parte 
della mattina. Il tempo che avanzava nel ri- 
manente del giorno era destinato allo studio 
delle lingue , delle matematiche e della geo- 
grafia , riserbandomi , come per divertimento 
dell' ore oziose , il ballare , il suonare , ed altri 
simili ornamenti della corte. Così comincia- 
rono a passar le settimane intere senza che io 
mi ritrovassi in alcun segreto congresso colla 
principessa non che a' solili giuochi e diverti- 
mene : la quale finalmente un giorno che io 
tornava anelante in viso ed alquanto sudalo 
dal maneggio, motteggiandomene in pubblico, 
mi ricercò donde procedeva cosi subita e così 
fervorosa applicazione alla fatica e alla virtù. 
Io risposi prontamente , procedere dal desi- 
derio di divenir tale, che veramente meritassi 
di esser servidore di Sua Altezza*, e con un prò- 



MAGALOTTI. 1 jB 

fondissimo inchino mi ritirai , senza lasciarle 
opportunità di replicar cosa veruna. Conti- 
nuando io in questo tenore di vita , quantun- 
que con molta pena , avvenne che la corte 
passò a godere per qualche giorno la libertà 
della villa , in un luogo amenissimo che hanno 
i principi poco distante dalla città , dove , 
tolte quasi affatto le solile occupazioni , mancò 
per conseguenza il motivo della mia aliena- 
zione. Fu però facile a madama la principessa 
il sorprendermi solo in un viale del giardino 
che conduce in un boschetto , verso il quale io 
era incamminato ? quando me la sentii im- 
provvisamente alle spalle. Mentre io m' appa- 
recchiava per dovuto ossequio a ritirarmi , ella 
mi comandò di doverla seguire, ed innoltra- 
tasi alquanto più verso il bosco , composto il 
viso in una seria gravità : Conte , mi disse , voi 
meritate bene che io sia altrettanto benigna 
e generosa , quanto voi siete savio e discreto. 
Voi non mi potete celare la causa per cui vi 
siete ritirato dalla mia conversazione , né io 
posso più lungamente dissimulare di cono- 
scerla. Non vi turbate però per questa mia no- 
tizia , perchè ella vi sarà sempre vantaggiosa ; 
ed affinchè voi ne siate sicuro , uditemi , e ri- 
cevete il premio che merila la vostra modestia, 
E perchè in dir ciò ella si senti alquanto arros-» 



\ 



(h 



376 NOVELLE, 

sire , e vide che io l'aveva osservata , cosi ripi- 
gliò. Questi rossori , o Sigismondo , procedono 
più tosto dal non essere io avvezza a così falli 
discorsi , che da vergogna di far in ciò cosa 
che possa disdire alla mia qualità. Io non so 
se sia convenevole ad una principessa il per- 
mettere ad un suo vassallo di amarla ; io so 
bene che se alcuna può meritare di esser com- 
patita , io son dessa. La nostra amicizia è nata 
insieme con noi , ed io posso dire d' aver tro- 
vata nell' animo mio 1* inclinazione per voi , 
più tosto che d' averla introdotta. Adesso io ce 
la sento radicata in modo , che incomincio 
a crederla una porzion di me stessa , ed ella mi 
pare così giusta e così innocente , eh' io pensi 
anzi a stabilircela, che a cacciamela. Ricevete 
dalla mia bontà e dalla mia gratitudine la con- 
fessione eh' io vado facendovi della parzialità 
che ho per voi. Io poteva dissimularla per 
sempre j o assicuracene a poco a poco 5 ma ho 
voluto render questa giustizia alla vostra virtù , 
col darvi in questo punto la felicità di cono- 
scerla , e di viverne sicuro per l'avvenire. 

Io ve lo dico adunque, Sigismondo, io vi amo, 
e benché velo dico con rossore, lo dico però sen- 
za vergognarmene punto. Se lo scettro del qua- 
le io sono erede fosse liberamente nelle mie 
mani, lo porrei nelle vostre; ma son sicura 



MAGALOTTI. 177 

che voi farete più conto del mio cuore che de' 
miei stati. Di questi disporrà la fortuna , del 
mio cuore disponete voi da qui innanzi , ch'io 
vi conosco abbastanza, per giudicarvi incapace 
di abusare dell' arbitrio eh' io ve ne do. Prima 
che la principessa finisse questo discorso, io 
m' era gittato a' suoi piedi pieno di confusio- 
ne, né sapendo trovar parole opportune al bi- 
sogno , stava baciando il lembo delle sue vesti; 
quand' ella mi obbligò ad alzarmi , porgendo- 
mi benignamente la mano. Io, presala e bacia- 
tala, Madama Serenissima , le dissi , se questa 
fosse la prima prova eh' io avessi delia clemen- 
za di V. A. crederei certamente che questo fosse 
uno scherno ed un rimprovero alla temerità 
concepita dal mio cuore e condannata dal mio 
giudizio*, ma l'esperienza vuol pure eh' io cre- 
da a questa incredibile e divina pietà, colla qua- 
le l'A. V. sollevandomi dall' abisso delle mise- 
rie , vuole innalzarmi alla cima dell' umana 
felicità, fo non aspirai mai ad altro che alla 
gloria di morire servidore di V. A. , come sono 
nato; e però non ho alcun sentimento per lo 
scettro che le appartiene, il quale dovrà riporsi 
nelle mani di un re. Io son contentissimo di 
vedere che non v'abbia qualità alcuna in V. A. 
ehe non sia reale ; ma vorrei che la sua nascita 
non fosse tale, perchè non fosse superiore alla 

8., 



jjS NOVELLE. 

mia. Io fo più caso di quello che ella si degna 
donarmi , che di tutti i regni della terra ; e mi 
dorrei Iroppo di me slesso , se avessi potuto 
parer cosi vile agli occhi di V. A. , che ella 
avesse da dubitare eli' io fossi per anteporre una 
piccola parte della sua grazia alla più illustre 
corona del mondo. 

Io avrei per avventura continuato a dire 
qualche altra cosa , se un gruppo di damigelle 
e di cavalieri di Madama la principessa non 
fosse comparsa ad impedirmelo ; e pei ò tronca- 
to il discorso, la seguitai, mentre erasi mossa ad 
incontrar coloro che venivano lietamente scher- 
zando. Quei pochi giorni che la corte si trat- 
tenne in campagna , furono consumati in 
caccie , in feste e in mille altri divertimenti 
il miglior de' quali per me fu il servire conti- 
nuamente la principessa , ripigliando la fre- 
quenza e dimestichezza di prima. Io era già 
uscito dal numero de' paggi , e passato ad una 
delle cariche più ragguardevoli fra i cavalieri; 
ed essendo nota V educazione avuta insieme 
colla principessa, e la bontà con la quale ella 
mi trattava pubblicamente, io era considerato 
con qualche distinzione alla coite. La Serenis- 
sima Arciduchessa , appresso la quale era il go- 
verno e la somma delle cose , non aveva mag- 
gior cura che di tener divertila la principessa , 



3frÀGA10Tm 5)f9 

di natura assai melanconica ; perlocne ordinò 
in uno di quei giorni una caccia solennissima 7 
che fu apparecchiata con magnificenza reale. 
V intervennero le principesse e le dame tutte 
della corte in abito d'amazzoni, con gran ci- 
mieri di piume in testa , e su quelle dei loro ca- 
valli. La principessa Claudia Felice vi compar- 
ve sopra un corridore velocissimo, di colore 
©scuro, da essa voluto col solo ornamento di 
un mazzo di penne d'arioni in fronte, vestita 
d'un abito leggiadramente sciolto, e proprio 
per quella occasione. 

All'entrata del bosco, come che io le stava 
sempre al fianco , così ella mi si accostò; sic- 
ché potè accennarmi , senza esser intesa da 
alcun altro, il desiderio eh' ella aveva di segna- 
larsi con qualche preda che riportasse il vanto 
di quella caccia, lo me le strinsi tosto vicino , 
e dividendoci dall' altra turba , e' inoltram- 
mo nel folto del bosco,- dove era il mag- 
gior numero delle fiere 5- e senza badar punto 
a cervi, a daini e a$ altri misti animali, ci 
avanzammo ad attaccare un cignale grandissi- 
mo, che ci veniva incontro cacciato da alquan- 
ti cani, lo, ehe volli lasciar l'onore a madama 
la principessa , le diedi campo d' investirlo 
sulla fronte con un colpo d'accetta, col quale 
ella lo ferì mortalmente, ma non l'uccise; eia 



loO NOVELLE. 

bestia trafitta e assediata da' cani , non veden- 
do adito alla sua fuga, se le spinse furiosamen- 
te addosso con tant' impeto , che essendole , 
per il disordine in cui s'era posto il cavallo, 
riusciti vani due colpi di pistola scaricatigli 
contro, era ridotta in grandissimo pericolo 
della vita. Correvano per soccorrerla alcuni 
dei cacciatori che ci seguivano a piedi, ma 
erano troppo lontani per giungere a tempo. Io 
appena reso capace del rischio , mi gettai da 
cavallo , e con la spada in mano mi lanciai tra 
il cignale e la principessa, e con felice successo 
passandolo da parte a parte, lo misi morto a' 
suoi piedi. Ella , senza esser punto commossa 
da quella , per cui io era estremamente smar- 
rito : conte , mi disse , è gran vantaggio il darsi 
a voi perchè sapete difendere molto bene le cose 
vostre. Madama , io risposi , chi non saprebbe 
vivere combattendo per la salute di V. A. ? In- 
tanto sopraggiunsero i cacciatori, che levarono 
di là, dove ella giaceva, la morta fiera, portan- 
dola come in trionfo là dov ? era col grosso della 
caccia la Serenissima Arciduchessa. Questa, che 
già informata deli* accidente , era ancora an- 
siosa e sbigottita, tramortì quasi alla vista 
dello smisurato animale, : vedendo poi com- 
parire la principessa seguita da me, e da molti 
altri, che a quella nuova si erano posti in trae- 



MAGALOTTI. l8l 

eia dì lei , cambiata in giubilo la tristezza , la 
ricevette con maravigìiosa festa, ricompensan- 
do il piccol servigio da me rendutole in quell' in- 
contro con atti troppo generosi di clemenza e 
di gratitudine. Finì dopo molte stragi la cac- 
cia , e con essa i divertimenti della campagna. 
Tornata la corte in città io tornai a' solili 
esercizj, ma non per questo lasciai, come dap- 
prima , di frequentare gli appartamenti di 
madama la principessa, vedendo che la mia? 
debolezza trovava pietà , non che scusa , ap- 
presso di lei. Ella, continuandomi la solita be- 
nignità , mi dava in tutte le occasioni vivissime 
testimonianze della considerazione che si de- 
gnava di aver per me, a segno di non celarmi 
alcuno de' suoi anche più importanti segreti, 
ed essendosi proposto in guesti giorni il suo 
maritaggio col duca di Iorck, fratello del re 
d'Inghilterra , che poi ha sposata madama la 
principessa di Modena, non solo me ne fece 
subito consapevole, ma mi confidò anche la 
poca inclinazione che ella aveva per quel 
partito. 

In questo lempomorìl'imperatriceMargherita 
Teresa d'Austria , moglie di Cesare, senza aver 
dato alcun successore all' Imperio; onde do- 
vendo quel gran monarca passare a nuove 
nozze } tutto il mondo si mise in attenzione . 



jffo KOVELLEV 

per vedere a chi toccherebbe sì gran ventura*- 
S' erano intanto strette di modo le pratiche col 
Duca di Iorck , che non ostante Y avversione 
della principessa Claudia Felice, l'autorità su- 
prema di Cesare avrebbe conclusoquesto matri- 
monio r se caso così funesto non si fosse im- 
provvisamente frapposto a divertirlo, lo n' era 
oltre modo curioso, sì per V interesse ch'io* 
aveva nelle soddisfazioni della mia principessa r 
come per il dolore di vederla trasportare in 
un paese così lontano e così torbido, dove la 
qualità di principe non è bastante ad assicurar 
la vita non che il comando. Tuttavia io era di- 
spostissimo di seguirla sino all' ultimo confine 
del mondo; anzi anteponendo la gloria di una 
eostante servitù agli onori e agli agi del mio 
paese , niente curava gì' incomodi e i rischi , 
che potevansi temere di una nazione così fiera 
persecutriee della religione da noi professata , 
in congiunture tanto pericolose* Mentre io 
stava aspettando di giorno in giorno, come un 
fulmine vicino a scoccare T la nuova della con- 
clusione di queste nozze , delle quali dalla fre- 
quenza insolita dei corrieri che andavano e ve- 
nivano da Vienna, si recavavano sempre più 
indizf e congetture assai prossime ; ecco che 
madama la principessa uscendo un dì dalla 
camera della Serenissima Arciduchessa sua 



MAGALOTTI. l85 

madre dove avevano data segreta udienza ad 
un cavaliere inviato dall' Imperatore _, separan- 
domi dagli altri che la seguivano, mi guida 
nel fine di una galleria. Qui appoggiatasi ad 
un balcone che sovrastava al giardino, dopo di 
essere stata alquanto sospesa Conte, mi disse 
io non so con qual sentimento voi siate per 
intendere quello ch'io vengo a farvi palese; e 
sono slata un pezzo dubbiosa, se io doveva 
esser quella, da cui voi 1' aveste a sapere : ma 
non voglio per riguardo alcuno defraudarvi dei 
privilegio che voi godete, di sapere prima di 
ogni altro dalla mia stessa bocca le cose mie, 
Leggete questo foglio, che contiene la conclu- 
sione delle mie nozze con l'Imperatore Leo- 
poldo, firmata dalla sua mano. Io, letto e 
baciato con estrema sommissione quel foglio, 
prostratomi a "suoi piedi, così le dissi, accom- 
pagnando le parole con atti di profondissimo 
ossequio : Augustissima mia signora, io non 
posso meglioesprimere alla M.V. I. i sentimenti 
dell' animo mio, che col ringraziare Dio bene- 
detto di avermi fatto nascere in tempo di vedere 
un maritaggio sì glorioso alla persona sua au- 
4, ustissima, tanto utile alla Germania, e tanto 
necessario alla grandezza ed alla conservazione 
delle Imperio. Dopo Dio , ringrazio umilmente 
V. M. , che si è degnata per un eccesso di eie- 



10*4: NOVELLE, 

menza farmi godere la felicità di qnesfa notizYa 
con tanta celerità e distinzione. Sa Dio, ( ripi- 
gliò allora interrompendomi l'Imperatrice ), Sa 
Dio, o Sigismondo, s'io per altro so ralle- 
grarmi di vedermi collocata in sì alto grado, 
che per poter più altamente beneficarvi. Non 
crediate che questa mutazione di slato muti 
punto l'animo mio. L'Imperatrice dei Romani 
non trova che disapprovare nelle azioni della 
Principessa d'Inspruck ; e però vi conferma di 
buon cuore il dono che essa vi ha fatto. Né in 
ciò manco punto al mio dovere verso l'Impe- 
ratore mio sposo e mio signore ; perchè l'affetto 
che io son tenuta ad avere per lui è ben di- 
verso da quello col quale intendo di conservare 
con voi per tutta la mia vita una innocente e 
vera amicizia, siavi ciò detto per sempre, o 
Conte d'Arco : P amarvi è in me violenza di 
stelle : il confessarvi anco nello stato presente, 
che io vi amo , è forza del vostro merito. Non 
ri ho mai domandato alcun guiderdone della 
parzialità che ho per voi; ma adesso voglio 
esserne ricompensata. La ricompensa che io 
pretendo, è che voi prendiate parte nella mia 
nuova fortuna , né vi dispiaccia di cambi »r 
patria meco, con questa legge d'allontanarvi 
da me nelF avvenire il meno che sia possibile. 
Fatelo di buon cuore 3 e prometto vi altrettanto 



MAGALOTTI. IO 5 



dalla mìa gratitudine, quanto mi riprometto 
dalla vostra obbedienza. Non è tempo che io 
mi trattenga più lungamente con voi : in- 
tendo quello mi vorreste dire ; e se voi sapeste 
così ben intendere i sensi dell' anima mia 
senza parlare , come io intendo quei delia vo- 
stra , non avrei avuto da dirvi tanto. 

Corsero nei proferire queste parole due lagri- 
mette sugli occhi dell 7 Imperatrice, che furono 
subito respinte senza potere uscir fuori; ed 
ella non lasciandomi opportunità di rispon- 
dere , s' incamminò tosto fuori della galleria 9 
dov' era rimasta la corte che Y attendeva. 

Divulgatasi ne' giorni susseguenti la fama di 
nozze così eccelse, si riempì la città di festa 
incredibile, ripigliando tutti que' popoli l'alle- 
grezza sbandita dopo la morte dei loro Prin- 
cipi che si credevano rovinati in questo capo 
della Casa d'Austria e della Germania. Si 
cominciò però da ogni parte a celebrare le 
pubbliche feste con ogni più solenne apparato 
di gioja ; e la corte , cui toccava il distinguersi 
con qualche segnalata dimostrazione, imprese 
con tutta Y attenzione e sollecitudine una gio- 
stra in Quintana.Ella fu apparecchiata sontuosa 
e magnifica , perchè il combattimento doveva 
essere fatto e sostenuto da cavalieri d'altissime 
qualità e di valor singolare. E costume in Ger- 



l8G NOVELLE, 

mania che in somiglianti occasioni ogni cava- 
liere porti il colore della dama che egli serve, 
e riceva da lei la divisa di cui debhe adorno 
comparire sul campo. ..." 

& Una sera nella pubblica adunanza, che fa- 
eevasi in corte quotidianamente, dopo concluse 
le nozze, alcuni giovani presero a motteggiar- 
mi , richiedendomi , come per ischerno , in 
presenza dell' Imperatrice ^ s'io aveva ancora 
ricevuto dalla mia dama il colore per la com- 
parsa. O fosse che volessero prendersi giuoco 
della mia selvatichezza > che giovane ed alle- 
vato in corte non avessi saputo guadagnarmi 
ancora il favore di alcuna , come fu giudicato 
generalmente ; o che maliziosamente inferis- 
sero- alla parzialità che mi dimostrava la mia 
signora , come parve eh' ella sospettasse. : certo 
è che le dispiacque un tal motto, e tanto più 
quando vide seguirne un riso grandissimo. E. 
però con sembiante , che non mostrava d'ap- 
plaudir punto a quello scherzo, volgendosi 
a me : Conte d' Arco , mi disse , non è dovere 
che la vostra modestia, me presente vi ridondi 
in vergogna. Entreiele in campo mio cava- 
liere : eccone il segno $ e così dicendo , levatosi 
un nastro verde dal braccio , che n'era cinto, 
lo porse a me , quasi attonito e fuor di me 
slesso. Ammutì ciaschi duno , o per invidia y 



MAGALOTTI. 3 8/ 

o per riverenza ; e vi fu dipoi chi discorrendo 
sopra questo atto clementissimo deli' Impera- 
trice del quale si parlò mollo, l'anteponeva 
al dono d'una signoria e d'uno stato. Venuto 
il giorno destinato alla giostra, mentre io stava 
sul cortile del mio appartamento disponendo 
le cose necessarie per comparirvi più leggia- 
dramente che mi fosse stato possibile _, ecco 
il cavallerizza deli' Imperatrice , che mi pre- 
senta a nome di S. M. due bellissimi cavalli , 
dicendomi da parte >ua che , avendomi scelto 
per suo cavaliere , ella si era addossata la cura 
di provvedermene. Uno era un cavallo di 
Napoli , saltatore , di mediocre grandezza , ma 
di spirito ardente , nero come carbone , e co- 
perto d' una ricchissima bardatura ricamata 
d' argento ; e V altro un ginnetto di Spagna di 
color falso con sella guarnita d'oro, picciolo 
di corpo, e velocissimo al corso.- /— — ^ 

Io entrai all' ora destinata in campo sul 
primo , portando nelle piume e nei nastri il 
verde dell'Imperatrice, la quale , per compire 
interamente questa partita di galanteria, com- 
parve collo stesso colore sopra una loggia ad 
assistere allo spettacolo. Seco era la Serenissima 
sua madre, piena di quell' allegrezza che con- 
veniva a così alta fortuna 5 e intorno ad esse le 
dame più illustri , non pure della città ^ ma 



3 88 NOVELLE, 

della provincia , le quali concorsero in tale 
occasione alla corte. Quando si die principio 
alla giostra, io mutai cavallo ; e montato sopra 
V altro donatomi dall'imperatrice , mi presen- 
tai all' aringo. Eravi mantenitore un cavaliere 
di gran nerbo e di grand' esperienza , che già 
sostenuta aveva la giostra contro molti de' più 
valorosi. Volle il caso eh' egli dovesse cimen- 
tarsi meco : nel punto che le trombe davano 
il seguo della mossa , io alzai gli occhi verso la 
loggia dov' era la corte , e vedendo che l' Im- 
peratrice mi osservava senza batter occhio , 
presi tanto d'animo e di vigore , che ruppi 
la prima e due altre lancie in volante , sicché 
con molta felicità restò a me l'onor di quel 
giorno. Io vi confesso , Madama , la mia vani- 
tà : fui così conlento di questa felice avven- 
tura , che non 1' avrei cambiata con un dia- 
dema , non perchè io fossi ambizioso d'ap- 
plausi , ma per non essere in quel gran teatro 
comparso del tutto indegno dell' onore fattomi 
dall' Imperatrice di portare la sua divisa ed il 
carattere di suo cavaliere. Disceso da eavallo, 
mi presentai a' piedi delle due principesse , 
dalle quali fui accolto con molta lode , rice- 
vendo dalle loro mani una spada giojellata , 
eh' era il premio di quella giostra ; e l' Impe- 
ratrice continuando pure gli eccessi della suo, 



MAGALOTTI. 189 

generosità trattasi un ricchissimo diamante di 
dito , volle donarmelo in testimonio del suo 
gradimento particolare. 

Venuto il tempo delle nozze ella si portò 
colla madre e col fiore della nobiltà a Graiz , 
dove fu ricevuta dall' augustissimo sposo. Io la 
seguii , non solo per istimolo d' inclinazione , 
che per debito d' obbedienza ; né fra la molti- 
tudine di tanti grandissimi personaggi , che 
portarono i loro ossequj alla nuova impera- 
trice , perdei punto della propensione benigna, 
colla quale si era degnata di riguardarmi per 
lo passato ; anzi parendole che dopo che ella 
era divenuta moglie di Cesare io praticassi seco 
un maggior riguardo di quel ch'io solea prima 
de'suoi sponsali, ella più volle me ne riprese colle 
più generose espressioni di bontà e di clemenza, 
sino a chiamarmi suo amico e fratello. Né le 
bastò di continuarmi così largamente la cesarea 
sua grazia , ma eccitò di modo verso di me 
quella del marito, che teneramente l'amava, che 
era io quasi con eguale parzialità considerato 
dal medesimo Cesare : di che accortasi ben 
presto la corte , la quale ad altro non bada 
più at lenta mente che a spiare dove pieghi il 
favore del principe , io mi trovai in poco 
tempo circondalo di modo dagli studj e dagli 
ufficj di ciascheduno , anco de' più riguarde- 



19O NOVELLE. 

voli, che avrei potuto concepirne qualche le- 
gittima vanità. Ma non so dire per qual ra- 
gione, quella che doveva esserrai motivo d'alle- 
grezza cominciò a darmi tal frequenza di Vienna 
in una solitudine simile a questa , alla quale 
Dio finalmente mi ha chiama lo.ll miei pensieri 
lontani dal desiderare maggior fortuna di quel- 
la , nella quale io era nato , non mi lasciavano 
gustare alcuni di questi diletti , che pascono 
V ambizione : se mai io era capace d' alcun 
piacere, questo si ristringeva nel fissarmi tal- 
volta nel volto dell'imperatrice , e quanto più 
poteva di nascosto , e non osservato , contem- 
plava nella maestà di quel sembiante reale tutte 
le grazie e le perfezioni. Anch' io pur debbo 
confessare d' aver saputo por freno a tutto ciò 
che in me stesso esser poteva di strabocche- 
vole, fuorché a' miei occhi , che soli io conten- 
tava de' loro desiderj. Si ferina vano essi con 
tanta pace in quel dolce oggetto di cui sempre 
più avidi divenivano , che tutte le altre cose 
erano loro fatte vilissime , ed a me triste ca- 
gioni delle mie sciagure. 

Oh quante volle ho desiderato di perdere 
ogni altro sentimento , bramoso di vivere sola- 
mente di così cara vista ! Quindi il cibo , il 
sonno , le conversazioni e i divertimenti mi 
divennero così nojosi ? che tanto solo prenden- 



MAGALOTTI. igi 

done , quanto richiedeva la necessità , inco- 
minciai a farmi pallido , magro e così svo- 
gliato , che in breve tempo caddi infermo. 
Una lenta febbre consumandomi a poco a po- 
co , ridussemi a tale, che sì cominciò a dubitare 
della mia vita. 

Io non vi dirò le diligenze usate da' medici , 
né la cura d' Augusta , per risanarmi. Datevi 
pure a credere che , quanto può l' industria 
umana , s' adoprasse , e quanto la pietà , non 
d' una regina , ma d' una madre : ella mi fa- 
ceva visitare ad ogni momento , mi regalava 
di tutto ciò che potea confortare un amma- 
lalo , mi consolava con ambasciate le più 
cortesi e le più obbliganti del mondo. Ma fi- 
nalmente continuando il malese scemando 
ogni giorno di forze , l'infermità di pericolosa 
si fé* mortale , e mi condusse agli estremi. Il 
mio vivere ristretto non più a giorni , ma ad 
ore , andava avvicinandosi al fine , né pero 
mancava in me la solita prontezza di spirito, 
mancando la vita; ma morendo, io intendeva 
e parlava , come se fossi stato sano e robusto. 
Vi giuro che '1 morire non mi dispiaceva , ma 

ben mi dispiaceva il morire senza vedere per 

T ultima volta l'Imperatrice. 

Io stava immerso in questa dolorosa e mesta 

considerazione, fisso in un suo ritratto, che 



/ 



192 NOVELLE. 

con quello di Cesare e degli altri principi del- 
l' augustissima casa adornavano la mia stanza, 
e lo avevo posto direttamente in faccia alleilo; 
quando sento farsi rumore nel? altre camere, 
e ad un tratto, alzata la portiera, veggo entra- 
re rimperatrice. Non è possibile eh' io vi dica i 
movimenti dell' animo mio a così inaspettata 
comparsa. Io stesso non gli seppi intendere, che 
gli provai. So ben dirvi che mai non fui più 
vicino a morire che in quel punto; e forse io 
moriva , se la voce di S. M. non richiamava 
1' anima fuggitiva ad ascollarla ; poiché acco- 
statasi al mio letto , mi disse: conte, voi volete 
dunque lasciarci ? Io vengo a dirvi che s' ha da 
vivere, ed a recarvi di mia mano la salute, che 
non sanno darvi tanti medici e tanti rimedj. 
Su via, prendete questo eh' io vi porto, e non 
dubitate. Ella teneva in mano un' ampolla, e 
non volendo neppur soffrile eh' io la ringra- 
ziassi di quell' eccesso di clemenza, ne versò po- 
che gocce in una tazza d'oro, e me la porse, 
ordinandomi eh' io le bevessi. Bevvi , e non 
so se per virtù della medicina , o di chi la som- 
ministrava , mi sentii rinvigorire in maniera, 
che riconoscendosi il mio subito miglioi amen- 
to, l'assicurai dalla soviana Mia benignità rice- 
vuta la vita. Di che mostrandosi ella assai lieta, 
dopo d'avermi richieste più cose intorno al mio 



MAGALOTTI. l(p 

male, e più dette per mio conforto, fattasi più 
vicina, mi disse in voce assai sommessa , che 
non potesse essere intesa da alcuno de' circos- 
tanti . allontanatisi per riverenza : conte mio, 
so molto bene che '1 vostro male è malinconia : 
scacciatela, e stale allegro, e vivete per amor 
mio. Ciò delto , ella si partì , lasciandomi l'am- 
polla del liquore da lei recato eh' era un pre- 
zioso elisire, mediante il quale, e l'allegrezza 
introdottasi nel mio cuore per quella visita, io 
mi ridussi ben presto non solo fuor di pericolo, 
ma senza febbre. Guarito eh' io fui perfetta- 
mente, ritornai alla vita di prima assai solita- 
ria e ritirata, per quanto poteva permettere la 
corte. Ed io sentiva nell' animo mio una occul- 
ta afflizione, che m'ispirava pensieri tristi e fu- 
nesti , senza intenderne la ragione. Perchè 
sebbene io amassi estremamente l'Imperatrice, 
non era però che l'amor mio uscisse dai confini 
del debito ossequio, uè che egli mi producesse 
alcun desiderio nemico del mio riposo; che 
anzi io mi trovava così contento di vederla 
collocata in quel!' altezza d'ogni umana felici- 
tà, che non avrei saputo concepir tanta gioja di 
qualunque altra mia più sospirata consolazio- 
ne. Pure m' era di sì fallo modo entrata nel 
cuore questa fatale inquietudine , che senza 
aver motivo alcuno d'esser dolente, io era nu!- 

9 



19fc NOVELLE. 

ladimeno infelicissimo. Ohimè che le cose di 
poi seguite hanno con troppo infausta dichia- 
razione comprovali per legittimi i miei ram- 
marichi, e svelatane la dolorosa cagione che io 
allora non intendeva. Standomi dunque in tal 
guisa di mala voglia, vergendomi l'Imperatrice 
risanalo bensì del corpo , ma non dell' animo, 
comequella ch'era sollecita della mia intera sa- 
3ute,chiamommi un giorno a sé fra l'ombre d'un 
suo giardinetto, e premesso qualche discorso 
sopra il mio stato, e la profonda malinconia 
alla quale m'era abbandonato , così mi disse : 
non è più tempo, conte d'Arco , di consumarvi 
inutilmente, né io debbo permettere che la 
vostra passione finalmente vi uccida. Mi ricor- 
do assai bene di quello eh' io vi ho promesso, 
né so pentirmene; e perchè vedo che la sicu- 
rezza che avete della mia grazia e del mio affet- 
to, non basta a farvi conlento, ho deliberato 
di rintracciare la vostra consolazione per altra 
strada. Non vi starò a dire che la necessità e 
l'impossibile Steno due gran mezzi per acquistar 
salute ne' maii dell'animo, nò mi spiegherò più 
chiaramente sopra quelle considerazioni, eh' io 
sono ben persuasa che la vostra prudenza, non 
solo v' abbia molte volte suggerito , ma vi tenga 
del continuo elevanti agli occhi. Che dunque 
pensate, o conte, e che risolvete? di vivere e 



MAGALOTTI. ig5 / 

felice rffolga Dio eh' io losopporti.-^7u^ 



di morire infelice?ffoIga Dio eh' io losopport.. 
Voglio che Tesserini caro, quanto mi siete, vi 
partorisca altri frutti della mia propensione ; 
e sarei troppo ingrata, se permettessi che il ser- 
virmi con più fede, e con più affetto degli al- 
tri , vi producesse effetti j^eggiori, che non fa- 
rebbe ad altri la mia disgrazia. Voi siete unico 
sostegno di casa vostra, e in età che già vi ri- 
chiama a pensare di stabilirla con figliuoli. IL 
prender moglie sarà un efficace rimedio per di- 
vertire la vostra fissa malinconia. Di molte 
dame che sono in questa corte e in Germania, 
guardale qual più vi piace, scegliete persona 
che sia di vostro genio e non altro; che Pac- 
compagnarla delle più vantaggiose circostanze 
sarà parte di chi può e sommamente brama 
beneficarvi. Taciutasi l'Imperatrice , io stetti 
alquanto pensoso, e quasi attonito . con gli oc- 
chi fissi in terra, e alzatili finalmente verso di 
lei, mandando innanzi alle parole un profon- 
dissimo sospiro, le risposi così : se fosse in mia 
mano l'esser lieto , com' è in mio potere il dis- 
tinguere sin dove convenga ai miei pensieri 
d'inoltrarsi , creda pure V. M. che io sarei al- 
trettanto felice quanto sono moderalo; né res- 
terebbe a lei da dolersi, che i suoi beneficj , 
gettati in terreno infecondo, non rendano il 
frutto aspettato ; ma perchè è sorte universale 

9- 



196 NOVELLE. 

che niuno in terra viva compiutamente felice, 
non mancando a me alcuna parte dell' umana 
felicità , perchè intera la contiene la sua cle- 
mentissima grazia, così profusa verso di me; 
vuole il mio destino che io divenga un soggetto 
incapace di ricevere il bene , che per sé stesso 
mi farebbe felicissimo. Come poss' io contras- 
tare col mio destino che mi vuol misero ? Pera 
V anima mia , se io so dire a V. M. qual cosa 
ni' affligga : so ben dirle eh' io sono il più af- 
flitto di tutti gli uomini. Ma come che io 
confesso gravissimo il mio male , peggiore an- 
cora è il rimedio che V. M. mi propone : mi 
dispiace assai meno la mia agitazione presente , 
che la più soave tranquillità acquistata per 
un mezzo, per cui ho tanta avversione; e poi- 
ché ella così benignamente ni' esprime la sua 
imperiai propensione a compiacermi e giovar- 
mi , prostralo a suoi augustissimi piedi, cinedo 
per sommo e supremo beneficio , ch'ella mi 
lasci in libertà di rifiutarlo. Che dunque , ri- 
pigliò turbala l'Imperatrice, non debbo io 
gustare il piacere di vedervi contento? Sì, mia 
signora , risposi prontamente , quando Dio 
vorrà esaudire i miei \ o l i . Quai sono , riprese 
ella ; quali sono ? io replicai , di restituirmi 
a quella morte , alla quale V. M. m' ha tolto 
poc' anzi j e in ciò dire, non bastando tutta la 



MAGALOTTI. Ì97 

forza del cuore a sostener l' impeto della pas- 
sione , che vinse gli argini del rispetto e della 
costanza , io proruppi in un gran pianldiAh , ■ 
Sigismondo, esclamò allora tutta adirata 1 Im- 
peratrice , che mai mi dite ! è questo il palio 
che abbiamo fra noi , col quale vi siete obbli- 
gato di non partir da me ; ed ora pensate 
d' abbandonarmi per sempre ? In che ho io 
mancato, onde dobbiate mancarmi? Non v'ho 
io mantenuta la parola che vi diedi fedel- 
mente ? Ali ingrato Sigismondo ! voi ricono- 
scete troppo male il dono che vi ho fallo, e do- 
vria pur contentarvi 5 se il vostro amore s'asso- 
migliasse al mio.' Questa sola espressione non 
basta a cacciare ogni tristezza dal vostro cuore? 
Riflettete alla mia qualità, considerate alle mie 
parole , e continuate ad esser misero, se potete. 
Ho avuto sinora tale e tanta fiducia in voi , 
eh 10 mi son promessa ogni pra pronto servi- 
gio. La vostra vita m' è cara al pari della mia 
propria : la vostra afflizione turba la mia 
tranquillità : vi bramo vivo e lieto. Se amate 
di compiacermi , ingegnatevi di cacciar da voi 
questi importuni pensieri; altrimenti mi da- 
rete occasione di giudicar sinistramente della 
vostra passione e della vostra obbedienza. Ciò 
delto , mi porse cortesamente la mano affine 



198 KOVELLE. 

eh' io la baciassi , come feci con ogni ossequio 
ed affetto ; e, senza aspettare altra risposta, 
ritirassi nelle sue stanze. 

Io da quel giorno , sebbene non isradicassi 
dal mio cuore la concepita tristezza , posi non 
dimeno ogni mio studio a dissimularla , e dis- 
correndo meco stesso , io trovava veramente 
onde convincermi d'ingratitudine e d'indis- 
cretezza. Disposto però a voler del tutto mutar 
maniere , ripigliai con molto ardore il caval- 
care, ]' armeggiare, la caccia e le conversazio- 
ni , nelle quali io procurava di dimostrarmi 
quanto più poteva allegro e festoso \ ed incon- 
trando in tal modo il gradimento dell'Impe- 
ratrice e il genio di Cesare , io avanzava sem- 
pre più nella grazia e nel favore d' ambedue. 
Però come accade bene spesso, che un uso in- 
trodotto da qualche rispetto s'insinua col tem- 
po negli animi, e passa in costume ; cosi av- 
venne che questo tenor di vivere, sviandomi 
da me stesso, mi tolse dalla fantasia gran parte- 
di noja : onde io menava in effetto una^vfl 
assai rimessa e tranquilla. Mentre le cosc^rj 
ricomposte in questa felice calma , e^ 
presa l'Imperatrice da occulta indisposiz^oH^ 5 
nel suo principio assai mite , ma troppo oimè 
funesta nel suo progresso ! La febbre leggiera 



MAGALOTTI. l$g 

e breve non dava a' medici alcun timore ; ma 
il viso deli' inferma pallido e magro , gli occhi 
languidi , il corpo indebolito oltre modo , e , 
più di tutto , il cuore presago di quel che av- 
venne, riempivano me d'incredibile spavento. 
Passarono più mesi senza che i rimedj le recas- 
sero alcun miglio] amento ; anzi di giorno in 
giorno scoprendosi il male più pertinace, e dis- 
cordando i medici fra di loro, e circa la natura 
del medesimo, e circa il modo di curarlo 9 deli- 
berò l'Imperatore, ansiosissimo di sua salute, di 
chiamare sino della vostra Padova il Gianforti , 
medico anche in Germania di chiarissima fa- 
ma , molto confidando nel suo sapere ed espe- 
rienza. Giammai uomo fu aspettato con mag- 
giore ansietà ; ma quella di ciaschedun altro , 
quantunque grandissima , perde il nome di 
sollecitudine in paragon della mia. Oh quante 
volte andai , vinto dall' impazienza , fuori della 
porta d' Italia parecchie miglia con isperanza 
d' incontrarlo ! Giunse finalmente , ricevuto 
un oracolo , la cui voce stabilire dovesse 
initare le speranze della pubblica con- 
e. Udì le varie opinioni de' medici , 
funi de' quali giudicavano l' indisposizione 
più lunga che pericolosa : altri facendone mag- 
gior conto , l' avevano per grave , e di cura 
molto difficile. Visitò l'Imperatrice , ed esami- 




200 NOVELLE. 

nate diligentemente le circostanze del male, 
non solo ne fece pronostico infelice , ma ri- 
strinse la di lei vita a pochi giorni. Chi vi potria 
dire 3 Madama , 1' orrore che cagionò in tutti 
annunzio così funesto , uscito da persona di 
tanto credilo ? E come potrei io spiegarvi la 
desolazione dell' animo mio ? Permettetemi , vi 
supplico, ch'io passi con tutta la velocità sopra 
questa ultima parte del mio racconto. Basta eh' 
io vi dica essersi pur troppo verificato il presagio 
infausto,perchène'giorniseguenti l'Imperatrice 
peggiorò di manieracene si ridusse agli estremi. 
Or chi potria credere che la clemenza di 
quell' anima eccelsa , anche in quegli ultimi 
momenti della sua nobile vita , si ricordasse 
del mio fedele ossequio, e pensasse a rimune- 
rarlo ? In tutto il tempo della sua malattia 
io ebbi occasione di vederla sovente , come 
quegli ch'era il più domestico de' suoi servi- 
dori; ed ella talvolta riguardandomi languida- 
mente } mi diceva qualche tronca parola , in- 
dicante che l'animo suo era pur troppo pre- 
sago di quel che avvenne. Appressandosi final- 
mente l'ora fatale del suo morire noi fé' chia- 
mare a sé in presenza dell'Imperatore , che in 
quegli ultimi giorni mai si partì dal suo letto ; 
al quale essendomi per comandamento suo 
avvicinato con volto anzi giocondo che no : 



MAGALOTTI. 201 

Conte caro , dissemi , io voglio vedermi per 
t'ultima volta prima d'andarmene dove mi 
• chiama la misericordia di Dio. Alle quali pa- 
role ed alla vista compassionevole di quella 
pallidezza mortale , prorompendo io in un 
dirottissimo pianto: Ah vi spiace , soggiunse 
ella , ch'io vada co' beati a regnare in para- 
diso ! Là io vi renderò il premio della vostra 
fedel serviticene '1 mio breve vivere vi toglie in 
terra dalla mia gratitudine, ma non da quella di 
S. M. mio sposo e mio signore. Io gli ho già 
cordialmente raccomandato tutti i miei buoni 
servidori, fra' quali egli sa bene che e per ori- 
gine, e per fede, e per merito di continua 
e pronta obbedienza voi occupate il primo 
luogo. Indi a lui rivolta , così proseguì : Io vi 
prego, mio amantissimo signore, d'allegge- 
rirmi alquanto il dolore eh' io sento di morire 
senza lasciarvi alcun pegno delle mie viscere , 
con degnarvi di ricevere dalla mia mano que- 
sto, che io vi do in luogo di tìglio ; più altre 
cose soggiungendo , eh' io non intesi , im- 
merso nel più doloroso pianto che mai si udis- 
se ; dal quale finalmente vinto, semivivo fui 
tolto dalle stanze dell'Imperatrice , e traspor- 
tato alle mie , dove fui posto a letto dall'im- 
peto d' un' improvvisa rigidissima febbre. Vi 
«tetti senza sonno o riposo di sorte alcuna quei 

9- 



202 NOVELLE. 

due giorni che sopravvisse l'Imperatrice] ma 
giuntami la nuova , pur troppo con mortali 
agonie aspettala , della sua morte , tuttoché io 
fossi languido e fiacco oltremodo , risolvei di 
vedere queir adorato cadavere; e in questa 
deliberazione alzatomi, là m'incamminai dove 
in una sala stava esposto alle lagrime univer- 
sali. Che vi starò io a rappresentare Io stato 
dell' animo mio , e i dolorosi movimenti del 
mio cuoi e nelF avvicinarmi all' infausto luogo? 
Ogni passo mi somministrava mille strane 
convulsioni , ma quando mi balenò su gli 
occhi la funesta luce delle torcie che slavano 
intorno alla bara lugubre:, allora sì eh' io mi 
sentii stretto il cuore da un mortale deliquio , 
che gli aggruppò lutti insieme. Pure facendo 
forza a me slesso , e violenza a' piedi , che mi 
trattenevano e quasi mi respingevano addie- 
tro , penetrai avanti , sinché giunto a vista 
di quei corpo che anche morto spirava maestà 
e imponeva più venerazione che orrore , me 
gli accostai , pensate voi con che cuore , e reso 
dal dolore stupido e quasi insensato , uè pian- 
geva , né faceva moto, ma riguardava fisso 
il morto volto. Riscossomi in fine , e li tornato 
come in me stesso , io fui più volte per correre 
alla spada , risoluto di passarmi con essa il 
petto , e morirle a' piedi : mi trattenne il ri- 



MAGALOTTI- 20 5 

spetto , non il desiderio di vivere. Dopo aver 
tenuti in essa per lungo tempo gli sguardi , 
sentii scendermi al cuore una certa non intera 
commozione, e udiva come una voce interna , 
che mi diceva : Mira , Sigismondo , dov'è ri- 
dotta l'Imperatrice Claudia Felice ! Considera 
qual è il fine degli amori , delle grazie e delle 
grandezze umane ! Segui il mondo e la sua 
fede , s' egli ha cosa che più ti piaccia, e vivi 
alle vanilà della terra , poiché si è partita la 
sua signora. Ah mia perduta benignissima 
stella , dissi allor fra me stesso , rapito da una 
subita im costante deliberazione, non .sia vero 
che senza di voi io stia più fra le tempeste di 
mare eoa burrascoso. Io vorrei ben seguirvi 
nel porto , dove vi siete ricovrata per sempre 
in sicuro^ ma non ho ali da levarmi tanfc' alto; 
né son degno ebe communichiate meco la 
vostra gloria. Gradisci , anima eccelsa, l'ultimo 
sagrifizio ch'io ti fo di me slesso , come gra- 
disti il primo ; e , voi care ceneri restate in 
pace : ci rivedremo in paradiso. Credetemi , 
Madama , che io provai maggior pena a stac- 
carmi da quel cadavere che dal mondo : pure 
me n'andai colla dolorosa considerazione di 
non avere a vederlo mai più in terra , e non 
so dire come avessi forze bastanti per ricon- 
durmi al mio appartamento , dove stetti rin- 




20Ì NOVELLE. 

chiuso per quanto durarono Y essequie e ! 
lutto pubblico ; anzi neppure uscii di letto , 
fermatovi da non leggiera indisposizione. Poi- 
ché io fui rimesso alquanto in salute , mi por- 
tai a' piedi dell 7 Imperatore , accolto da lui 
con maestà , ma con benignissima fronte ; e 
mentre egli forse aspettava ch'io pensassi a go- 
dere i fruiti delle raccomandazioni della de- 
funta , incominciai a rappresentare a S. M. 
che la morte d' Augusta m' aveva più «T ogni 
altra cosa ammonito della vanità delle umane 
vicende , della sollecitudine nella quale si tien 
siempre il mondo , senza mai lasciarci riposo 
o tranquillità, che sola si trova in Dio : e sic- 
come Y animo di Cesare è ripieno di santa pie- 
tà, così m'avvidi che egli non sarebbe stato 
lontano del concedermi quanto m'avanzai fi- 
nalmente a domandargli , e fu di volermi be- 
nignamente permettere di ridurmi tri quesrEre- 
mo a far vita penitente e ritirata. O sia che 
l'Imperatore credesse esser questa una risolu- 
zione suggeritami dalla malinconia di vedermi 
caduto dall'alto grado a cui avrebbe potuto 
portarmi la grazia dell'Imperatrice, o che 
egli veramente giudicasse opportuno di lasciar 
tempo a maturarla , dopo di aver approvato 
i pii sentimenti che me la persuadevano , mi 
disse che egli ci sarebbe concorso , quando 



M^ 



MAGALOTTI. 2o5 

dopo lo spazio d' un anno , accordatomi da 
esso a pensarvi , avessi avuto la stessa inclina- 
zione ; che intanto gli sarebbe piaciuto ch'io 
spendessi questo tempo in qualche viaggio di 
mio gusto , e però pensassi dove io voleva in- 
camminarmi. Convenendomi obbedire a y so- 
vrani suoi cenni , risolvetti pochi giorni dopo 
di passare a miei feudi , e poi venire in Italia , 
scegliendo Roma per meta del mio viaggio , 
dove mi portava qualche desiderio divoto di 
visitare i Luoghi Santi e il grand' erario de' te- 
sori di Santa Chiesa. Oltre il. denaro largamente 
somministratomi dalla mano liberale dell' Im- 
perai ore per bisogni del mio viaggio , io ne 
raccolsi non poca quantità dalle mie rendite 
e dalle gioje della mia casa , che giunto in 
Venezia tutte vendei, riserbandomi quelle sole 
che m'erano state date dall'Imperatrice ; le 
quali erano d'infinito valore, e nell'andare 
a Roma visitando la Santa Casa in Loreto ? 
ivi con calde lagrime le deposi , adornandone 
l'adorata immagine di Nostra Signora , a cui 
sola volli sagrificare quella preziosa eredità > 
stimandone ogni altro indegno. Il resto de' miei 
denari, nel tempo della mia dimora in Roma, lo 
dispensai lutto in elemosine, in sacrificj ed in 
altre opere di carità , nelle quali occupai anco 
me stesso continuamente , per suffragio di 



2o6 VOVELLE. 

quell' anima da me adorata, più per renderle 
questo testimonio di amorosa gratitudine, che 
per bisogno eh* io credessi eh' ella n' avesse , 
ben certo di sua salule. 

Io non vi dirò quali fossero i miei pensieri , 
perchè ciascheduno può intenderlo dalle cose 
già dette , e misurarli dall' esilo. Vi dirò solo 
che io non era capace neppur di sentirne noja, 
come i più sogliono , immersi in una profonda 
tristezza : poiché le mia era tale e sì fatta , che 
sciogliendomi ? per così dire , da ogni umana 
qualità , mi avea reso stupido ed insensibile 
a tutte le cose. Avvicinatosi il fine dell' anno 
prescritto alla mia lontananza , tornai in 
Germania , e mi presentai alla corte , tanto 
mutalo di maniere e di volto , che io non 
pareva più il conte d'Arco. S. M. intese più 
dal mio sembiante , che dalla lingua , la co- 
stanza della mia risoluzione j e disposto a non 
più combatterla , mi permise d' adempiere 
a' miei desiderj , che m' invitavano a questa 
solitudine, e con paterna carità mi licenziò, 
accompagnandomi con ogni segno di tene- 
rezza. Preso l' ultimo congedo dalla corte , mi 
restava da prenderlo dalle adorate ceneri della 
mia sospirata padrona , alle quali pure volli 
dare l'ultimo addio. Giunto al sepolcro, che 
in sé le racchiudeva ? e con esse il mio cuore 9 



MAGALOTTI. 20JT 

che per aggirar che io facessi , mai di là s'era 
partito , più freddo di quel sasso che le copri- 
va , mi fermai lungamente immobile a riguar- 
darlo ; indi allargando il fieno alle lagrime, 
così lo bagnai di pianto, come se io avessi avu- 
to nella testa una fonte , che agli occhi lo tra- 
mandasse in continua vena. Invidiai mille volle 
la condizione di quelle statue che stanno in- 
torno all' augusta tomba , per indi mai dipar- 
tirmi, Parevami che quel luogo fosse quel solo 
che ancora mi piacesse di tutta la terra, ed io 
provava in rimirarlo de' movimenti sì strani , 
che non so spiegarli , ancorché 1' animo mio 
rammentandoli se ne risenta. Mi tolsi di là 
finalmente, come a Dio piacque , ed ivi lascia- 
to ogni pensiero di mondo, feci in quest' Ere- 
mo 1' ultimo sagrifizio dime stesso alla dolo- 
rosa memoria delle mie sciagure. 

Non pronunziò il dolente Eremita quest' ul- 
time parole senza lagrime ; e preso dalla con- 
fusione di essersi così abbandonato alla sua non 
per anco vinta passione, con un profondissimo 
inchino , senz' altro attendere , si partì , la- 
sciando negli animi generosi di che aveva uditala 
pietosa istoria, una tenera compassione de' suoi 
casi, ed un'ingenua maraviglia della costanza del 
suopostumo amore. 



20 8 NOVELLE. 

NICCOLÒ MACCHIAVELLI. 

Beìfagor Arcidiavolo è mandato da Plutone 
in questo mondo con obbligo di dover pren- 
der mogliere. Ci viene , la prende , e non 
potendo sofferire la superbia di lei x ama 
meglio ritornarsi in inferno , che ricon- 
giungersi seco. 

Leggesi 11 eli' antiche memorie delle Fioren- 
tine cose , come già s'intese per relazione d'al- 
cuno santissimo uomo , la cui vita , appresso 
qualunque in quelli tempi viveva , era ce- 
lebrata , che standosi astratto nelle sue ora- 
zioni vide mediante quelle , come andando 
infinite anime di quelli miseri mortali , che 
nella disgrazia di Dio morivano , allo inferno, 
tutte o la maggior parte si dolevano , non per 
altro che per aver tolta moglie, essersi a tanla 
infelicità condotte. Donde che Mino e Rada- 
manto insieme con gli altri infernali giudici 
n' avevano maraviglia grandissima j e non 
potendo credere queste calumine che costoro 
al sesso femmineo davano , esser vere ; e cre- 
scendo ogni giorno le querele, ed avendo di 
tutto fatto a Plutone conveniente rapporto, 
fu deliberato per lui d' aver sopra questo 
caso con tutti gì' infernali principi maturo 
esamine , e pigliarne di poi quel partilo che 



MACCHIAVELLI. 209 

fosse giudicato migliore per iscoprire questa 
fallacia , e conoscerne in tatto la verità. Chia- 
matili adunque a concilio , parlò Plutone in 
questa sentenza : Ancor che io , dilettissimi 
miei per celeste disposizione , e per fatai sorte 
al tutto irrevocabile , possegga questo regno, 
e per questo io non possa essere obbligato ad 
alcuno giudizio o celeste o mondano ; non 
dimeno , perchè gli è maggior prudenza di 
quelli che possono , più sottomettersi alle 
leggi e più stimare l'altrui giudizio , ho de- 
liberato esser da voi consigliato , come in 
un caso , il quale potrebbe seguire con qual- 
che infamia del nostro imperio , io mi debba 
governare; perchè , dicendo tutte V anime degli 
uomini che vengono nel nostro regno , esserne 
stata cagione la moglie , e parendoci questo 
impossibile, dubitiamo che dando giudizio so- 
pra questa relazione , non possiamo essere 
calunniati come troppo crudeli: e non dando, 
come manco severi 3 e poco amatori della gius- 
tizia. E perchè 1' uno peccalo è da uomini 
leggieri , e? altro da ingiusti, e volendo fuggire 
quelli carichi che dell' uno e dall' altro po- 
trebbono dipenderete non trovandone il mo- 
do, \i abbiamo chiamati , acciocché consi-* 
gliandone ci aiutiate , e siate cagione che 
questo regno , come per lo passato è vivuto 



210 NOVELLE. 

senza infamia , così per V avvenire viva. Parve 
a ciascheduno di quelli principi il caso impor- 
tantissimo e di molta considerazione ; e con- 
cludendo tutti come egli era necessario sco- 
prirne la verità , erano discrepanti del modo. 
Perchè a chi pareva che si mandasse uno , 
a chi più , nel mondo , che sotto forma d' uo- 
mo conoscesse personalmente questo esser ve- 
ro. A molti altri pareva potersi fare senza tanto 
disagio , costringendo varie anime con varj 
tormenti a scoprirlo. Pure la maggior parte 
consigliando che si mandasse, s'indirizzarono 
a quesla opinione. E non si trovando alcuno 
che volontariamente prendesse questa impre- 
sa , deliberarono che la sorte fosse quella che lo 
dichiarasse. La quale cadde sopra Belfagor, ar- 
cidiavolo , ma per l' addietro , avanti che ca- 
desse dal cielo , arcangelo -, il quale ancora 
che mal volontieri pigliasse questo carico , 
nondimeno , costretto dallo imperio di Plu- 
tone , si dispose a seguire, quanto nel concilio 
s' era determinalo, ed obbligossi a quelle con- 
venzioni che fra loro solennemente erano state 
deliberate ; le quali erano : che subito a colui, 
che fosse per questa commissione deputalo , 
fossero consegnati centomila ducali , co' quali 
doveva venire nel mondo, e sotto forma d'uo- 
mo prender moglie , e con quella vivere dieci 



MACCHIAVELLI. 2 li 

anni f e dopo , fingendo di morire , tornar- 
sene , e per isperienza far fede a' suoi supe- 
riori quali sieno i carichi e le comodità del 
matrimonio. Dichiarossi ancora , che durante 
detlo tempo e' fosse sottoposto a tutti li disagi 
ed a tutti quelli mali che sono sottoposti gli 
uomini , e che si tira dietro la povertà, le car- 
ceri , la malattia ed ogni altro infortunio nel 
quale gli uomini scorrono , eccetto se con in- 
ganno o astuzia se ne liberasse. Presa adun- 
que Belfagcr la condizione e i danari , ne 
venne nel mondoed ordinato di sue masnade, 
cavalli e compagni , entrò onorevolissima- 
mente in Firenze ; la qual città innanzi a tutte 
P altre elesse per suo domicilio , come quella 
che gli pareva più atta a sopportare chi con 
arteusuraria esercitasse isuoi danari ; e fattosi 
chiamare Roderico di Castiglia , prese una 
casa a fitto nel borgo d' Ognissanti. E perchè 
non si potesse rinvenire le sue condizioni , 
disse essersi da picciolo partito di Spagna , 
e itone in Soria , ed avere in Aleppe guada- 
gnato tutte le sue facultà , donde s J era poi 
partito per venire in Italia a prender donna 
in luoghi più umani, e alla vita civile e all'ani- 
mo suo più conformi. Era Roderigo bellissimo 
uomo , e mostrava una età di trent' anni ; 
ed avendo in pochi giorni dimostro di quante 



212 NOVELLE, 

ricchezze abbondasse,e dando esempj di sé d'es- 
sere limano e liberale , molti nobili cittadini, 
che avevano assai figliuole e pochi danari , se 
gli offerivano ; tra le quali tutte Roderigo scelse 
una bellissima fanciulla , chiamala Onesta , 
figliuola d' Amerigo Donati, il quale n'aveva 
tre altre insieme con tre figliuoli maschi , tutti 
uomini , e quelle erano quasi che da marito. 
E benché fusse d' una nobilissima famiglia e di 
lui fosse in Firenze tenuto buon conto, non- 
dimeno era rispetto alla brigata ch'aveva ed 
alla nobiltà , poverissimo : fece Roderigo ma- 
gnifiche e splendidissime nozze , né lasciò in- 
dietro alcuna di quelle cose che in simili feste 
si desiderano , essendo , per la legge che gli era 
stata data nelF uscire dello inferno , sottoposto 
a tutte le passione umane. Subito cominciò 
a pigliar piacere degli onori e delle pompe 
del mondo , ed aver caro d' esser laudato tra 
gli uomini ; il che gli recava spesa non picciola. 
Oltre a questo , non fu dimorato molto con la 
sua monna Onesta , che se ne innamorò fuor 
di misura , né poteva vivere qualunque volta 
la vedeva star trista , ed aver alcuno dispiacere. 
Aveva monna Onesta portato in casa di Rode- 
rigo insieme con la nobiltà seco e con la bel- 
lezza , tanta superbia , che non n'ebbe mai 
tanta Lucifero ; e Roderigo , che aveva prò* 



MACCHIAVELLI. 21 5 

vata 1' una e F altra , giudicava quella della 
moglie superiore. Ma diventò di lunga mag- 
giore j come prima quella si accorse dell'amo- 
re che il marito le portava , e parendole po- 
terlo da ogni parte signoreggiare , senza alcu- 
na pietà o rispetto gli comandava , né dubita- 
va , quando da lui alcuna cosa gli era negala , 
con parole villane ed ingiuriose morderlo*, il 
che era a Roderigo cagione d'incredibil noja. 
Pur nondimeno il suocero , i fratelli , il paren-» 
tado , F obbligo del matrimonio , e sopra tulio 
il grande amore le ■ portava, gli faceva aver 
pazienza. Io voglio lasciar le grandi spese , che 
per contentarla faceva , in vestirla di nuove 
usanze , e contentarla di nuove fogge , che con- 
tinuamente la nostra cillà per sua naturai 
consuetudine varia , che fu necessitato , vo- 
lendo star in p'ace con lei, aiutare al suocero 
maritare l'altre sue figliuole, dove spese glossa 
somma di danari* Dopo questo , volendo aver 
bene con quella , gli convenne mandare un 
dei fratelli in Levante con panni , ed un altro 
in Ponente con drappi _, all' altro aprire un 
battiloro in Firenze 5 nelle quali cose dispensò 
la maggior parte delle sue fortune. Olire 
a questo , nei tempi di carnesciali e di San 
Giovanni , quando luila la città per antica 
consuetudine festeggia , e che molti cittadini 



21 4 NOVELLE, 

nobili e ricchi con isplendidissimi convili si 
onorano, per non esser monna Onesta all' altre 
donne inferiore , voleva che il suo Roderigo 
con simili feste tutti gli altri superasse. Le 
quali cose tutte erano da lui per le sopradette 
cagioni sopportate ; né gli sarebbono , ancora 
che gravissime , parute gravi a farle , se da 
questo ne fosse nata la quiete della casa sua, 
e s'egli avesse potuto pacificamente aspettare 
i tempi della sua rovina. Ma gì' interveniva 
1' opposi lo , perchè con l' insopporta bili spese 
l'insolente natura di lei infinite incomodità gli 
recava , e non erano in casa sua né servi , 
né sei venti , che non che molto tempo , ma 
brevissimi giorni potessero sopportare Donde 
ne nascevano a Roderigo disagi gravissimi > 
per non poter tener servo che avesse amore 
alle cose sue , e non che altri , quelli diavoli, 
i quali in persona di famigli aveva condotti 
seco , piuttosto elessero di tornarsene in infer- 
no a star nel fuoco , che viver nei mondo sotto 
lo imperio di quella. Standosi adunque Rode- 
rigd in questa tumultuosa e inquieta vita , ed 
avendo per le disordinate spese già consumato 
quanto mobile aveva riserbalo , cominciò a vi- 
vere sotto la speranza de' ritratti che di Po- 
nente e di Levante aspettava ; ed avendo ancor 
buon credilo , per non mancar di suo grado , 



MACCHI AVELLI. 21 5 

prese a cambio , e girandogli già molli marcili 
adosso , fu toslo notalo da quelli che in simili 
esercizi in mercato si travagliano. Ed essendo 
di già il caso suo tenero, vennero in un subito 
di Levante e di Ponente novelle , come 1' uno 
dei fratelli di monna Onesta s ? avea giocato 
tutto il mobile di Roderigo ; l'altro tornando 
sopra una nave carica di sua mercanzia , senza 
essersi altrimenti assicurato , era insieme con 
quella annegato. Né fu prima pubblicata ques- 
ta cosa , che i creditori di Roderigo si ristrin- » * 
sevo insieme , e giudicando che fosse spacciato, 
ne potendo ancora scoprirsi per non esser ve- 
nuto il tempo de' pagamenti loro , conclusero 
che fosse bene osservarlo così destramente , 
acciocché dal detto al fatto di nascoso non se 
ne fuggisse. Roderigo dall' altra parte , non 
veggendo al caso suo rimedio, e sapendo quanto 
la legge infernale lo costringeva, pensò di l'ug- 
girsi in ogni modo ; e montato una mattina 
a cavallo , abitando propinquo alla porta al 
Prato , per quella se ne uscì •, né prima fu ve- 
duta la partita sua , che il romore si levò fra 
i creditori 5 i quali ricorsi ai magistrati , non 
solamente coi cursori , ma popolarmente à 
misero a seguirlo. Non era Roderigo , quando 
se gli levò dietro il romore , dilungato dalla 
città un miglio , in modo che vedendosi a mal 



2l6 NOVELLE, 

partito , deliberò , per fuggir più secreto , 
uscire di strada , e a traverso per li campi 
cercare sua fortuna. Ma sendo a far questo im- 
pedito dalle assai fosse che attraversano il pae- 
se, né potendo per questo ire a cavallo , si mise 
a fuggire a pie , e lasciata la cavalcatura in su 
la strada , attraversando di campo in campo 
coperto dalle vigne e dai canneti , di che quel 
paese abbonda , arrivò sopra Peretola a casa 
Gio. Matteo del Bricca lavoratore di Giovanni 
del Bene , e a sorte trovò Gio. Matteo che re- 
cava a casa da rodere a' buoi, e se gli racco- 
mandò promettendogli che se lo salvava dalle 
mani dei suoi nemici , i quali per farlo morire 
in prigione lo seguitavano che lo farebbe ric- 
co , e gliene darebbe innanzi alla sua partita 
tal saggio, che gli crederebbe; e quando questo 
non facesse , era contento che esso proprio lo 
ponesse in mano ai suoi avversar): Era Gio. ) 
Matteo , ancorché contadino, uomo animoso ;' 
e giudicando non poter perdere a pigliar par- 
tito di salvarlo , gliene promise; e cacciatolo 
in un monte di letame , il quale avea davanti 
alla sua casa , lo ricoperse con cannucce , ed 
altre mondiglie che per ardere avea ragunate. 
Non era Roderigo appena fornito di nascon- 
dersi } che i suoi perseguitatoli sopraggi un- 
sero , e per ispaventi che facessero a Gio. 



MACCHI AVELLI. 2 1 f 

Matteo , non trassero mai da lui , che V avesse 
visto. Talché passati più innanzi , avendolo in 
vano quel dì e 1' altro cerco , stracchi se ne 
tornarono a Firenze. Gio. Matteo adunque , 
cessato il rumore, e trattolo del luogo dov'era, 
lo richiese della fede data. Al quale Roderigo 
disse : Fratel mio io ho con teco un grande 
obbligo , e lo voglio in ogni modo soddisfare ; 
e perchè tu creda eh' io possa farlo , ti dirò 
ch'io sono ; e quivi gli narrò di suo essere, 
e delle leggi avute all'uscire d'inferno, e della 
moglie tolta $ e di più gii disse il modo col 
quale lo voleva arricchire , che in somma sa- 
rebbe questo , che come si sentiva che alcuna 
donna fusse spiritata , credesse lui essere quello 
che le fosse addosso , né mai se n' uscirebbe , 
s' egli non venisse a tra melo ; donde arebbe 
occasione di farsi a suo modo pagare da' pa- 
i-enti di quella : e rimasi in questa conclusione, 
sparì via. Né passarono molli giorni , che si 
sparse per tutta Firenze , come una figliuola 
di messer Ambrogio Amedei , la quale aveva 
maritato a Buonajuto Tebalducci , era inde- 
moniata. Né mancarono i parenti di farvi di 
quelli rimedi che in simili accidenti si fanno , 
ponendole in capo la testa di San Zanobi , ed 
il mantello di San Gio. Gualberto ; le quali 
cose tutte da Roderigo erano uccellate. E pur 

10 



2l8 NOVELLE. 

chiarir ciascuno , come il male della fanciulla 
era uno spirito , e non altra fantastica imma- 
ginazione , parlava latino , e disputava delle 
cose di filosofia , e scopriva i peccati di molti , 
le quali cose facevano maravigliare ciascuno. 
Viveva pertanto messer Ambrogio mal con- 
tento , ed avendo in vano provato tutti i ri- 
medi , aveva perduta ogni speranza di guarir- 
la, quando Gio. Matteo venne a trovarlo e gli 
promise la salute della sua figliuola , quando 
gli voglia donare cinquecento fiorini per com- 
perare un podere a Peretola. Accettò messer I 
Ambrogio il partito , dove Gio. Matteo , fatte 
prima dire certe messe , e fatte sue ceremonie 
per abbellire la cosa , s' accostò agli orecchi 
della fanciulla e disse : Roderigo , io sono ve- 
nuto a trovarti , perchè tu m' osservi la pro- 
messa. Al quale Roderigo rispose : Io sono 
contento , ma questo non basta a farti ricco ; 
e però partito eh' io sarò di qui , entrerò nella 
figliuola di Carlo, re di Napoli, né mai n' li- 
scilo senza te. Faraiti allora fare una mancia 
a tuo modo , né poi mi darai più briga. Detto 
questo , s' uscì d ? addosso a colei , con piacere 
ed ammirazione di tutta Firenze. Non passò 
dopo molto tempo che per tutta Italia si sparse 
l'accidente venuto alla figliuola del re Carlo, 
r,è trovandosi il rimedio dei frali valevole ? 



MACCHI A.VELLI. 2 1 9 

avuta il re notizia di Gio. Matteo, mandò a Fi- 
renze per lui ; il quale arrivato a Napoli , dopo 
qualche finta ceremonia , la guarì. Ma Rode- 
rlo , prima che partisse , disse : Tu vedi , Gio. 
Matteo, io t'ho osservate le promesse d' averti 
arricchito , e però sendo disobbligo , io non ti 
sono più tenuto di cosa alcuna. Pertanto sarai 
contento non mi capitare più innanzi ; perchè 
dove io t' ho fatto bene , ti farei per l'avvenire 
male. Tornato adunque a Firenze Gio. Matteo 
ricchissimo , perchè aveva avuto dal re meglio 
che cinquanta mila ducati , pensava di godersi 
quelle ricchezze pacificamente, non credendo 
però che Roderigo pensasse d' offenderlo. Ma 
questo suo pensiero fu subito turbato da una 
novella che venne , come una figliuola di Lo- 
dovico VII , re di Francia era spiritata ; la qual 
novella alterò tutta la mente di Gio. Matteo , 
pensando all' autorità di quel re-, e alle parole 
che gli aveva Roderigo dette. Non trovando 
adunque il re alla sua figliuola rimedio , e in- 
tendendo la virtù di Gio. Matteo , mandò pri- 
ma a richiederlo semplicemente per Un suo 
cursore ; ma allegando quello certe indisposi- 
zioni , fu forzalo quel re a richiederne la si- 
gnorìa, la quale forzò Gio. Matteo ad ubbedire. 
Andato pertanto costui tutto sconsolalo a Pa- 
rigi , mostrò prima al re , come egli era certa. 

10. 



220 NOVEIiLEé 

cosa che per lo addietro aveva guarita qualche 
indemoniata , ma che non era per questo 
eh' egli sapesse o potesse guarire tutti , perchè 
se ne trovano di sì perfida natura , che non 
temono ne minacce , né incanti , né alcuna 
religione ; ma con tutto questo era per far suo 
dehito , e non gli riuscendo , ne domandava 
scusa e perdono. Al quale il re turbato disse , 
che se non la guariva , che lo appenderebbe. 
Sentì per questo Gio. Matteo dolor grande ; 
pure,, fatto buon cuore fece venire l'indemo- 
niala , ed accostatosi all' orecchio di quella , 
umilmente si raccomandò a Roderigo, ricor- 
dandogli il beneficio fattogli , e di quanta in- 
gratitudine sarebbe esempio, se l'abbandonasse 
in tanta necessità. Al quale Roderigo disse: Deh! 
villano traditore , sì che tu hai ardire di ve- 
nirmi innanzi ? Credi tu poterti vantare d' es- 
sere arricchito per le mie mani ? Io voglio 
mostrar a te ed a ciascuno, come io sodare 
e torre ogni cosa a mia posta ; e innanzi che 
tu ti parla di qui , io ti farò impiccare in ogni 
modo. Donde che Gio. Matteo , non veggendo 
per allora rimedio , pensò di tentare la sua 
fortuna per un' altra via ; e latto andar via 
Ja spiritata , disse al re : Sire . come v 1 ho 
dello , e' ci sono di molti spiriti che sono sì 
maligni 3 che con loro non a' ha alcun buono 



MACCHI AVELLI. 221 

partito j e questo è un di quelli ; per tanto io 
voglio fare un' ultima sperienza , la quale se 
gioverà , la V. M- ed io aremo l'intenzione 
nostra ; quando non giovi , io sarò nelle tue 
forze , ed arai di me quella compassione che 
merita P innocenza mia. Farai pertanto fare 
in su la piazza di Nostra Donna un palco 
grande , e capace di tutti i tuoi baroni e di 
tutto il clero di questa città ; farai parar il 
palco di drappi di seta e d'oro 5 fabbricherai 
nel mezzo di quello un altare ; e voglio che 
domenica mattina prossima tu col clero in^ 
sieme con tutti i tuoi principi e baroni , con la 
real pompa , con isplendidi e ricchi abbiglia- 
menti convegnate sopra quello , dove , cele- 
brata prima una solenne messa , farai venire 
V indemoniata. Voglio , oltre a questo , che 
dalF un canto della piazza sieno insieme venti 
persone almeno che abbiano trombe , corni , 
tamburi , cornamuse , cembanelle , cemboli , 
e d'ogni altra qualità romori , i quali , quando 
io alzerò un cappello , dieno in quegli instru- 
menti , e sonando ne vengano verso il palco. 
Le quali cose, insieme con certi altri secreti 
rimedi , credo che faranno partire questo spi- 
rito. Fu subito dal re ordinato tutto -, e venuto 
la domenica mattina, e ripieno il palco di per- 
sonaggi e la piazza di popolo , celebrata la 



C,_ C^tt^JL. //. 






' 



1/ i_ jU*%7' 



22 2 NOVELLE. 

messa 5 venne la spiritata condotta in sul palco 
per le mani di due vescovi e molti signori. 
Quando Roderigo vide tanto popolo insieme 
e tanto apparato , rimase quasi che stupido , 
e tra sé disse : Che cosa ha pensalo di fare 
questo poltrone di questo villano ? Cred' egli 
sbigottirmi con questa pompa ? Non sa egli 
ch'io sono uso a vedere le pompe del cielo e le 
furie dello inferno ? Io lo castigherò in ogni 
modo. E accostandosegli Gio. Matteo, e pre- 
gandolo che dovesse uscire , gli disse : Oh ! tu 
hai fatto il bel pensiero. Che credi tu fare con 
questi tuoi apparati? Credi tu fuggir per questo 
Ja potenza mia e Pira del re? Villano, ribal- 
do , io ti farò impiccare in ogni modo. E così 
ripregandolo quello , e quelP altro dicendogli 
villania , non parve a Gio. Matteo di perder 
più tempo ; e fatto il cenno col cappello, tutti 
quelli ch'erano, a romoreggiar deputati die- 
dero in quelli suoni, e con romori che andavano 
al cielo ne vennero verso il palco. Al qual ru- 
more alzò Roderigo gli orecchi , e non sapendo 
che cosa fusse , e stando forte maravigliato , 
tutto stupido domandò Gio. Matteo che cosa 
quella fosse; al quale Gio. Matteo tutto turbato 
disse : Oimè! Roderigo mio , quella è la moglie 
Ina , che ti viene a ritrovare. Fu cosa maravi- 
gliosa a pensare quanta alterazione di mente 



MACCHI AVELLI. 12% 

recasse a Roderigo sentir ricordare il nome 
della moglie; la qual fu tanta , che non pen- 
sando s* egli era possibile o ragionevole che 
la fosse dessa , senza replicare altro, tutLo spa- 
ventalo se ne fuggì, lasciando la fanciulla li- 
bera ; e volle più tosto tornarsene in inferno 
a render ragione delle sue azioni, che di nuovo 
con tanti fastidj , dispetti e pericoli sottoporsi 
al giogo matrimoniale. E così Belf ago r tornalo 
in inferno , fece fede de' mali che conduce in 
una casa la moglie ; e Gio. Matteo , che ne 
seppe più che 1 diavolo , se ne ritorno tosto 
lieto a casa. 



FRANCO SACCHETTI. 

Messer Bernabò signore di Milano comanda 
a uno abate che lo chiarisca di quattro cose 
impossibili : di che un mugnajo 3 vestito 
de" panni dello abate } per lui le chiarisce 
in forma } che rimane abate } e V abate 
rimane mugnajo, 

Messer Bernabò , signor di Milano , essendo 
trafitto da un mugnajo con belle ragioni , gli 
lece dono di grandissimo benefìzio. Questo si- 
gnore ne' suoi tempi fu ridottalo da più che 



224 NOVELLE. 

altro signore; e comecché fusse crudele, pure 
nelle sue crudeltà avea gran parte di justizia. 
Fra molli de' casi , che gli avvennono , fu 
questo , che uno ricco abate avendo commesso 
alcuna cosa di negligenzia di non avere ben 
notricato due cani alani } che erano diventati 
stizzosi y ed erano del detto signore , li disse 
che pagasse fiorini quattro. Di che Pabate co- 
minciò a domandare misericordia , gli disse : 
se tu mi fai chiaro di quattro cose , io ti per- 
donerò in tutto ; e le cose son queste : che io 
voglio , che tu mi dica quanto ha di qui al 
cielo ; quat 'acqua è in mare 5 quello che si 
fa in inverno : e quello che la mia persona 
vale. Lo abate , ciò udendo , cominciò a sospi- 
rare , e parveli essere a peggior partito che 
prima ; ma pur per cessar furore e avanzar 
tempo , disse che li piacesse darli termine 
a rispondere a sì alte cose. E'1 signor gli diede 
termine tutto il dì seguente ; e come vago 
d' udire il fine di tanto fatto y gli fece dare 
sicurtà del tornare. L y abate , pensoso , con 
gran malenconia tornò alla badia , soffiando 
Come un cavallo quando aombra ; e giunto 
là , scontrò un suo mugnajo , il quale , veg- 
gendolo così afflitto , disse : Signor mio , che 
avete voi , che voi soffiate così forte. Rispose 
T abate : io ho ben di che , che ? 1 signore è per 



SACCHETTI. 225 

darmi la mala ventura , se io non lo fo chiaro 
di quattro cose , che Salomone uè Aristotile 
non lo potrebbe fare. Il mugnajo dice : e che 
cose son queste ? L' abate gli lo disse. Allora 
il mugnajo pensando , dice all' abate : io vi 
caverò di questa fatica , se voi volete. Dice 
l'abate: Dio il volesse Dice il mugnajo: io 
credo che '1 vorrà Dio e' Santi. L'abate che 
non sapea dove si fosse , disse : se tu '1 fai, togli 
da me ciò che tu vuogli } che niuna cosa mi 
domanderai , che possibil mi sia , che io non 
ti dia. Disse il mugnajo: io lascerò questo nella 
vostra discrezione. O che modo terrai ? disse 
l'abate. Allora rispose il mugnajo , io mi vo- 
glio vestir la tonica e la cappa vostra , e rade- 
rommi la barba, e domattina ben per tempo 
anderò dinanzi a lui , dicendo : che io sia 
1' abate ; e le quattro cose terminerò in forma , 
eh' io credo farlo contento. All' abate parve 
mill'anni di sustituire il mugnajo in suo luo- 
go; e così fu fatto. Fatto il mugnajo abate, la 
mattina ài buon' ora si mise in cammino , 
e giunto alla porta j là dove entro il signor 
dimorava , picchiò , dicendo che tale abate 
voleva rispondere al signore sopra certe cose 
che gli avea imposte. Lo signore , volonteroso 
d' udir quello che lo abate doveva dire, e mara- 
vigliandosi come sì presto tornasse , lo fece 

io,, 



,226 NOVELLE, 

a se chiamare. E giunto dinanzi da lui un 
poco al barlume , facendo reverenza , occu- 
pando spesso il viso con la mano, per non 
esser conosciuto, fu domandato dal signore, 
se avea recato risposta delle quattro cose , 
che 1' avea addomandate. Rispose : Signor sì. 
Voi mi domandale quanto ha di qui al cielo. 
Veduto appunto ogni cosa , egli è di qui lassù 
trenta sei milioni e ottocento cinquanta quattro 
mila , e settantadue miglia e mezzo , e venti- 
due passi. Dice il signore, tu l'hai veduto 
mollo appunto, come provi tu questo? Ris- 
pose, fatelo misurare , e se non è così , impic- 
catemi perla gola» Secondo domandaste quant* 
acqua è in mare. Questo m'è stalo molto forte 
>^ a vedere , perchè è cosa che non sta ferma , 

e sempre ve n y entra ^ ma pure io ho veduto f 
che nel mare sono venticinque mila e nove- 
cento ottantadue di milioni di cogna , e sette 
barili , e dodici boccali , e due bicchieri. Disse 
il signore : Come *1 sai ? Rispose : io 1' ho ve- 
duto il meglio che ho saputo ; se non lo cre- 
dete , fate trovar de' barili , e misurisi , se non 
trovate esser così , fatemi squartare. Il terzo 
mi domandaste quello che si faccia in inverno? 
Iniuvernosi taglia , squarta , araffa e impicca, 
né più né meno come fate qui ve i. Che ragione 
yendi tu di questo?Rìspose: io favellai già con uno ? 



che vi era stato , e da costui ebbe Dante fioren- 
tino ciò che scrisse colle cose dello inferno ; ma 
egli è morto 5 se toì non lo credeste , manda- 
telo a vedere. Quarto mi domandate quello 
che la vostra persona vale ; ed io dico , ch'ella 
vale ventinove denari. Quando messer Bernabò 
udì questo , tulio furioso 3 si volge a costui, 
dicendo: mi li nasca il vermocanrson io così 
dappoco j ch'io non vaglio più d' una pignat- 
ta ? Rispose costui e non sanza gran paura : 
signor mio , udite la ragione. Voi sapete che"! 
Nostro Signore Jesu Cristo fu venduto trenta 
danari , fo ragione, che valete un danaro meno 
di lui. Udendo questo il signore , immaginò 
troppo bene , che costui non fosse 1' abate , 
e guardandolo ben fiso , avvisando, lui esser 
troppo maggiore uomo di scienzia , che l'abate, 
non era , disse i tu non se* 1' abate. La paura 
che '1 mugnajo ebbe ciascuno il pensi ; ingi- 
nocchiandosi con le mani giunte , addoman- 
dando misericordia , dicendo al signore come 
egli era mulinaro dell' abate , e come e perchè 
camuffato dinanzi dalla sua signoria era con- 
dotto ,e in che forma avea preso l'abito , 
e questo più per darli piacere , che per mali- 
zia. Messer Bernabò , udendo costui , dis*e : 
Mo via , poich : elio t'ha fatto abate , e se' da 
più di lui , in fé' di Dio ; ed io ti voglio coniìr- 



228 



NOVELLE. 



mare, e voglio ehe da qui innanzi tu sia Fabate 
ed elio sia il mulina ro , e che tu abbia tutta 
la rendita del monasteri , ed elio abbia quella 
del mulino. E così fece ottenere tutto il tempo 
che visse , che lo abate fu mugnajo , e '1 mu- 
gnaio fu abate. 

KOVELLA LXVIII. 

Guido Cavalcanti, essendo valentissimo uo- 
mo , e filosofo , è vinto dalla malizia d'un 
fanciullo* 

La passata novella mi fa venire a mente 
questa che seguila , la quale fu in questa forma. 
Giuocando a scacchi uno d' assai cittadino r 
il quale ebbe nome Guido de' Cavalcanti di' 
Firenze, un fanciullo con altri, facendo lor 
giuochi, o di palla o di trottola come si fa , 
accostandoseli spesse volte con romore , come 
le più volte fanno, fra le altre, pinto da un 
altro questo fanciullo, il detto Guido presse) ; 
ed egli , come avviene , forse venendo al pea- 
gioredel giuoco levasi furioso, e dando a questo 
fanciullo disse : Va giuoca altrove; e ritor- 
siossi a sedere al giuoco degli scacchi. 11 fan- 
ciullo tutto stizzito piangendo, crollando la 
testa s'aggirava, non andando molto da Imi- 



SACCHETTI. 22£ 

ga , e fra sé medesimo dicea : Io te ne pa- 
gherò-, ed avendo un chiodo da cavallo allato : 
ritorna verso la via con gli altri , dove il detto 
Guido giuocava a scacchi ; ed avendo un sasso- 
in mano , s'accostò dietro a Guido al murie- 
ciuolo o panca , tenendo in su essa la mano 
còl: detto sasso , ed alcuna volta picchiava ; 
cominciava di r >»do e piano, e poi poco a poco 
spesseggiando e rinforzando , tantoché Guido 
Toltosi , disse : Tu ne vuoi pur anche? Vattene 
a casa per lo tuo migliore ♦, a che picchi tu 
costì cotesto sasso ? E quello dice : Voglio riz- 
zare questo chiodo ? e Guido agli scacchi si ri- 
volge , e viene giuocando» 11 fanciullo a poco 
a poco , dando col sasso , accostatosi a un 
lembo di gonnella o di guarnacca , la quale si 
stendea su la detta panca dal dosso di detto 
Guido , su essa accostato il detto chiodo con 
P una mano e con l' altra col sasso > confic- 
cando il detto lembo , e con li colpi rinfor- 
zando , acciocché ben si conficcasse , e che il 
detto Guido si levasse % e così avvenne come il 
fanciullo pensò ; che 7 1 detto Guido nojato da 
quel busso > subito con furia si lieva , e'1 fan^- 
ciullo si fugge , e Guido si rimane appiccato 
per lo gherone. Sentendo questo , e quel tutto 
scornato si ferma , e con la mano minacciando 
Terso il fanciullo che fuggiva , dicendo : Vatti 



$5o novelle. 

con Dio , che tu ci fosli altra volta ; e volendo' 
spastoiarsi , e non potendo , se non voleva la-- 
sciare il pezzo della guarnacca , gli convenne 
cobi preso aspettare tanto , che venissino le 
tenaglie. .... Quanto fu questa soltil malizia 
a un fanciullo , che colui che forse in Firenze 
suo pari non avea , per così fatto modo fosse 
da un fanciullo schernito, e presoed ingannato. 



NOVELLA LXIII. 



A Giotto dipintore è dato un palvese a dipin- 
gere da un uomo di picciolo affare. Egli 
facendosene scherne } lo dipinge per forma f 
che colui rimane confuso. 



il 



^ÀM- Ciascuno può aver già udito chi fu Giotto , 
e quanto fu gran Jipintore sopra ogni altro. 
Sentendo la fama sua un grossolano artefice , 
ed avendo bisogno , forse per andare in Cas- 
tellaneria , di far dipingere un suo palvese, 
subito n'andò alla bottega di Giotto , avendo 
chi gli portava il palvese drieto , e giunto 
dove trovò Giotto, disse: Dio ti salvi , maestro; 
io vorrei che mi dipiguessi l' arme mia in 
questo palvese. Giotto; considerando e V uomo 
e '1 modo , non disse altro , se non : Quando 
il vuoi Lu ? e quel glielo disse. Disse Giotto : 



SACCHETTI. 25 1 

ÉL, • r «e e partissi. E Giotto essendo ri- 

J-»ascia fa» 1 

il nsa fra sé medesimo : che vuol dir 

maso , 

Qn . Sarebbemi stalo mandato costui per 

^ i .no ? Sia che vuole ; mai non mi fu recata 
p ,vcse a dipingere. E costui che'l reca , è uno» 
micciatto semplice , e dice , che io gli faccia 
Y arme sue, come se fosse de' reali di Francia ;■ 
per cerio io gli debbo fare una nuova arnie, 
E cosi pensando fra sé medesimo, si recò in- 
nanzi il detto palvese , e disegnato quello gli 
parea , disse a un suo discipolo, desse fine alla 
dipintura , e così fece. La qual dipintura fu 
una cervelliera_,una gorgiera, un pajo di brac- 
ciali , un pajo di guanti di ferro 7 un pajo di 
corazze , un pajo di cosciali , e gambercioli y 
una spada , un coltello e una lancia. Giunto il 
valente uomo, che non sapeva chi si fosse, 
fassi innanzi , e dice : Maeslro , è dipmto quel 
palvese ? Disse Gioito : Si bene va recalo giù. 
Venuto il palvese , e quel gentiluomo per pro- 
curatore il comincia a guardare e dice a Giot- 
to; o che imbratto è questo che lu m'hai di- 
pinto ? Disse Giotto: E' ti parrà ben imbratto 
al pagare Disse quegli : Io non ne pagherei 
quattro danari. Disse Giotto: E che mi dicesti , 
che io dipingessi ? E quel rispose l'arme mia. 
Disse Giotto : Non è ella qui ? Mancacene 
niuua ? Disse costui : Ben islà. Disse Giotto: 



Ji 



25 2 NOVÈLLE. \ 

Usfù/p- And sta mal , che Dio Li dia , e dei u|1 ^f 
gran bestia , che chi ti dicesse : Chi ^ . ? 
Appena Io sapresti dire ; e giungi qui, v . 
Dipignimi l'arme mia. Se tu fossi statò^ > 
Bardi , sarebbe bastato. Che arma porti t\^ 
Di quali sei tu? Chi furono gli antichi tuoi \ 
Deh , che non ti vergogni ? Comincia prima 
a venire al mondo, che tu ragioni d'arma, 
come se tu fossi il duca Namo di Baviera. Io 
t'ho fatta tutta arnaadura sul tuo palvese ; se 
ce n' è più alcuna , dillo ed io la farò dipi— 
gnere. Disse quello: Tu mi dì villania, e m'hai 
guasto il palvese e partesi , e vassene alla gra- 
scia , e fa richieder Giotto. Giotto comparì , 
e fa richieder lui addomandando fiorini due 
della dipintura e quello domandava a lui. Udi- 
te le ragioni gli officiali , che molto meglio le 
dicea Giotto , giudicarono che colui si togliesse 
il palvese suo così dipinto , e desse lire sei 
a Giotto , perocch' egli avea ragione. Onde 
convenne togliesse il palvese , e pagasse , e fa 
prosciolto. Così costui , non misurandosi fu 
misurato: che ogni tristo vuol lare arma e far 
casali-, echi tali , che li loro padri saranno 
slati trovati agli ospedali (1). 



(1) Questa graziosa novella è rapportata tutu intera nel!» 
vita di Giotto del Vasari. 



SACCHETTI. 235 



NOVELLA LXVII. 



M'esser Valore de Buondel monti è conquiso 
e rimase scornato da una parola, che un 
fanciullo gli dice , essendo in Romagna. 



Molli sono , che vidono , e udirono già raes- v ' f - u: ' ' -w 
ser Valore , e sanno , comechè fosse reputato 
matto , quanto fu reo e malizioso. Egli erano 
poche cose , di che non s' intendesse , e ragio- 
nasse con un atto quasi da stolto. Essendo per- 
venuto a una terra una sera in Romagna , e fa- 
vellando dov ? erano signori e gentiluomini , 
o che gli fosse fatto in prova fare , o che da sé 
lo facesse , venne un fanciullo , il quale era 
d'eia forse di quattordici anni , ed accostan- 
dosi a raesser Valore , il cominciò a guatare in 
viso , dicendo : Voi siete un grande derisore. 
Messer Valore con la mano pignendolo da sé ? 
dice : Vaneggi. Costui fermo ; e messer Valore 
dicendo, per solazzo con costoro dicea : Quale 
avete voi che sia la più preziosa pietra che sia? 
Chi dicea il balascio , chi il rubino , e chi 
l'eliotropia di Calandrino e chi una e chi un'al- 
tra. Dice messer Valore . Voi non ve n'inten- 
dete : La più preziosa pietra che sia , è la 
macina del grano ; e s' ella si potesse legare 



234 NOVELLE. 

e portarla in anello , ogni altra pietra passe- 
rebbe di bontà. Dice il fanciullo ( tira messer 
Valore per lo gherone ) mo qual valete voi 
più , e qual vai più o un baiaselo, o una ma- 
cina ? Messer Valore guata costui , e scostagli 
la mano da sé e dice : Vanne a casa , piscia- 
dura , e que' fermo. La brigata comincia a ri- 
dere e sì della macina da grano , e sì del detto 
/), del fanciullo. Messer Valore dice : Voi ridete: 
io vi dico tanto , che io ho trovato esser mag- 
gior virtù in un picciolo sasso, che non è ma- 
cina da grano , che io non ho trovato né in 
pietre preziose , né in parole, né in erbe, e pur 
l'altro dì ne feci la sperienza , e sapete che si 
dice che in quelle tre cose lasciò Dio la virtù j 
ed udite come , e credo che voi stessi il confes- 
serete. Egli era 1' altro dì un giovanetto su un 
mio fico, e facevami danno, cogliendo que' fi- 
chi che v' erano su. Io cominciai a provar la 
virtù delle parole _, dicendo: Scendi giù, vanne; 
ed infine minacciandolo quanto potei , ei 
non si mosse inai per le mie parole. Veggendo 
che le parole non valeano , cominciai a co- 
gliere dell'erbe , e facendo di quelle mazzuoli, 
legittava , e davali con esse alcuna volta , ed 
elle furono novelle , che mai si partisse. Veg- 
gendo ancora , che non mi valeano 1' erbe , 
misi mano alle pietre, e cominciai a giltare 



SACCHETTI. 235 

terso luì , dicendo : Scendi giù. Com'egli vide 
pur raccogliere la seconda pietra , avendo git- 
tata la prima , subito scese a terra del fico, 
ed andossi con Dio. Questo non avrebbe fatto 
quanti rubini } e quanti balasci furono mai. 
La brigata tutta con grande solazzo dissono , 
messer Valore aver ragione, e dire il vero \ 
e 'l fanciullo guarda messer Valore con un 
atto malizioso , e dice: In fé di Dio , questo—f - 
gentiluomo è molto amico delle pietre, e ne 
deve aver piena la scarsella :e ponli mano a un 
carniere eh' egli avea , messer Valore si volse , 
e dice : Vanne col malanno: che dia voi è questo 
fanciullo ? Sarebbe egli anticristo ? Dice il 
fanciullo : Io non so che anticristo \ s'io po- 
tessi fare quello che possono li signori di Ro- 
magna , in fé di Dio , che io vi darei tante di 
queste pietre , che hanno si gran virtù , che 
portandole in Toscana voi ne andereste hen 
fornito. Messer Valore , quasi tutto scornato , 
udendole parole di questo fanciullo, dice verso 
la brigata: E non fu mai nessun fanciullo savio 
da piccolino , che non fosse pazzo da grande. 
Il fanciullo udendo questo, disse : en fé di Dio , 
gentiluomo toì doveste essere un savio fanto- 
lino. Messer Valore stringendosi nelle spalle , 
disse : Io te la do per vinta : e rimase quasi 
tutto smemorato , dicendo : Non trovai mai 



236 NOVELLE. 

nessun uomo, che mi mattasse, ed un fanciullo 
m'ha vinto e matto. 11 piacere che quelli dat- 
torno ebbono di ciò , non è da domandare ; 
e quanto più ridevano , messer Valore più 
imbiancava. Nella fine disse messer Valore : 
chi è questo fanciullo ? Fugli detto come era 
figlinolo d'un uomo di corte , chiamato o Ber- 
gamino , o Bergolino. Disse messer Valore : 
Egli m' ha sì bene bergolinato , che io non ho 
potuto dir parola , che non m' abbia rimbec- 
cato. Dice alcuno : Messer Valore menatelo 
con voi in Toscana. Dice messer Valore : Non 
che io lo meni in Toscana , io fuggirei di stare 
là , quando egli vi fosse ; fatevi con Dio , e ba- 
stivi questo 5 che se gli altri Romagnuoli sono 
della razza di questo fanciullo , e' non ne sia 
mai nessuno ingannato. E così a Firenze si 
tornò scornato e beffato da un fanciullo, colui 
che tutti gli altri beffava. 



SACCHETTI. 257 

NOVELLA Vili. 

XJn Genovese sparuto ma bene scienziato , 
domanda Da? ite poeta come possa entrare 
in amore a una donna ; e Dante li fa una 
/ piacevole risposta. 
fi /%€£* 

Questo che seguila non fu meno notabile 
consiglio , che fosse il giudicio di messer Ri- 
dolfo. Fu già nella città di Genova uno scien- 
tifico cittadino i e in assai scienze bene sperto , 
ed era di persona piccolo e sparufissimo. Oltre" 
a questo era forte innamorato d' una bella 
douna di Genova , la quale } o per la sparuta 
forma di lui , o per moltissima onestà di lei , 
o perchè che si fosse la cagione , giammai non 
che ella V amasse , ma mai gli occhi in verso 
lui tenea , ma più. tosto , fuggendolo , in altra 
parte gli volgea. Onde costui , disperandosi di 
questo suo amore , sentendo la grandissima 
fama di Dante Alighieri, e come dimorava nella 
città di Ravenna , al tutto si dispose d' andar 
là per vederlo , e per pigliare con lui dimes- 
tichezza , desiderando avere da lui o consi- 
glio , e ajuto , come potesse entrare in amore 
a questa donna o almeno non esserle così ni- 
mico: e così si mosse, e pervenne a Ravenna, 



238 NOVELLE. 

là dove tanto fece che fu a un convito , dove 
era il detto Dante, ed essendo alla mensa assai 
di presso l'uno all'altro, il Genovese, veduto 
tempo , disse : O messer Dante , io ho inteso 
assai della vostra virtù , e della fama che di voi 
corre •, potre' io avere un consiglio da voi ? 
Disse Dante : purché io ve lo sappia dare. Al- 
lora il Genovese dice io ho amato e amo una 
donna con tutta quella fede , che amore vuole 
che s' ami , giammai da lei , non che amore 
mi sia stato conceduto , ma solo d' uno sguardo 
mai non mi fece contento. lUdendo Dante 
" "* costui , e veggendo la sua sparuta vista , disse : 
Messere , io farei volontieri ogni cosa , che vi 
piacesse : e di quello che al presente mi do- 
mandate , non ci veggio altro che un modo , 
e questo è che voi sapete , che le donne gra- 
vide hanno sempre vaghezza di cose strane , 
e però converrebbe che questa donna , che 
colanto amate, ingravidasse : essendo gravida , 
come spesso interviene , ch'elle hanno vizio di 
cose nuove , così potrebbe intervenire, ch ; elia 
avrà vizio di voi , e a questo modo potreste 
venire ad effetto del vostro appetito ; per altra 
forma sarebbe impossibile. Il Genovese, senten- 
dosi mordere disse : Messer Dante , voi mi 
date consiglio di due cose più forti , che non 
è la principale j perocché forte cosa sarebbe , 



SACCHETTI. 2 Di) 

che la donna ingravidasse , perocché mai non 
ingravidò ; e vie più Forle sarebbe , che poi 
eh' ella fosse ingravidata , considerando di 
quante generazioni di cose eìle hanno voglia , 
che s' ella s'abbattesse ad aver voglia di me. Ma 
in fé di Dio che altra risposta non si convenia 
alla mia domanda , che quella che mi avete fat- (Mj 
to^E.riconobbesi questo Genovese , conoscendo l '- 

Dante per quello ch'egli era, meglio che nonavea 
conosciuto sé, che era sì fatto, che erano poche, 
che non lo avessono fuggito. E conobbe Dante 
sì , che più dì stette il Genovese in casa sua , 
pigliando grandissima dimestichezza per lutti 
li tempi che vissono. Questo Genovese èra 
scienziato , ma non doveva essere filosofo , 
come la maggior parte sono oggi ; perocché 
la filosofia conosce tutte le cose per natura ; 
e chi non conosce sé principalmente, come 
conoscerà mai le cose fuori di sé ? Costui , se 
si fosse specchiato , o con lo specchio della 
mente , o col corporale , avrebbe pensalo la 
forma sua, e considerato che una bella donna, 
eziandio essendo onesta , è vaga, che chi l'ama 
abbia forma di uomo , e non di vipistrello. Ma 
e' pare che li più son tocchi da quel detto co- 
mune : e'non ci ha maggiore inganno,chequeilo 
di sé medesimo. ^ 



2*0 XOVELLE. 

SEBASTIANO ERIZZO. 

AVVENIMENTO XlH. 

Carlo Magno ristora al fuoco } ove egli sì 
scaldava un soldato eli era por morirsi 
di freddo , e gli dà il proprio luogo Jiil 
quale riavuto il vigore f lo ringrazia con 
prudentissime parole. 

Sono , umanissimi signori , comunemente 
in lutti gli uomini le virtù stimale e raggila? 
devoli , e quelli che le hanno in sé , fanno 
a ciascun altro che non le abbia soprastare, 
e meritamente : essendo le virtù certi abiti 
e principi di operare per sé , ed essendo quelle 
nell'arbitrio poste dell'uomo, secondo le quali 
da per noi facciamo quello , a che il conosci- 
mento della ragione ci conduce. Ma special- 
niente di coloro sono ornamento , ed a quegli 
è massimamente richiesto di usarlo , i quali 
d' onore e di grado gli ordini degli uomini 
avanzano. Perciocché , sì come le alte torri 
sono sempre le prime , che da lungi apparis- 
cono agli occhi de' riguardanti , e le più basse 
stanze son poscia le ultime ad essere vedute , 
così i grand' uomini , ed i principi sono a guisa 



ERIZZO. 24l 

d'un rilevato e fermo segno , in cui tutti la lor 
vista rivolgono ed affissati gli occhi. Laonde se 
in questi alcuna bruttura si scorge , in loro 
vie maggiore apparisce , che in altrui , ed 
all' incontro se virtù si veggono , molto più 
nelle loro persone risplendono , che in bassi 
soggetti. E non altrimenti che 1' oro , che più 
riluce intorno ad una gioja posto, che altra 
vii cosa , quelle a questi maraviglioso orna- 
mento porgono. E se così è come in vero es- 
sere veggiamo , non potendosi da noi più bella , 
più ampia e più onorata materia ritrovare 
da ragionar per oggi di questa , a* me non pa- 
reria di avere mal pensato , né dai primieri 
vostri ordini diviato. Se per lo addietro essen- 
dosi liberamente per lungo spazio di varie cose 
ragionato, senza ristringere dentro ad alcun 
termine quello di che dobbiam favellare , io 
oggi dandovene materia , imporrò che de' vir- 
tuosi fatti de' principi si ragioni , dicendo cia- 
scun di voi alcuna cosa da persone grandi vir- 
tuosamente adoperataJJfEraeciocehè io prima in 
ciò lo esempio dia a tutti voi , sovvenendomi 
ora un alto e generoso atto d'un principe verso 
un suo vassallo dirizzalo , quello vi raccon- 
terò , acciocché dall' opera di costui vi ridu- 
ciate a memoria di narrarci de' somiglianti , 

11 



fpHc^V 



242 NOVELLE. 

dando con sì nobil materia alcun pregio ai ra- 
gionamenti di questo giorno. 

Nel tempo che Carlo Magno di Pipino fi- 
gliuolo , re dì Francia discese con grossissimo 
esercito in Italia , per movere contro a Desi- 
derio , re de* Longobardi , aspra battaglia , ai 
quali per costui la distruzione ne succedette, 
si racconta di questo principe un egregio me- 
morabile fatto 5 il quale lui non meno nelle 
altre virtù eccellente e chiaro , che nell'arte 
della guerra dimostra : conciosiacosachè di 
Carlo sia universale la fama , eh' egli avanzò 
di tutti i suoi antecessori la gloria , per reli- 
gione e pietà verso Iddio , per bontà , per giu- 
stizia ed altre rispondenti virtù. Nel governo 
delle guerre veramente fu non meno avventu- 
roso , che forte ; perciocché niun altro prin- 
cipe fu che in Europa tante provincie soggio- 
gasse , tante genti e tante nazioni. Signoreggiò 
egli la Francia , la Spagna , l'AIemagna, la 
Polonia , la Sarmazia , V Ungheria , la Schia- 
vonia , e la maggiore e migliore parte d'Italia. 
Avvenne adunque s che , quando egli prese 
deliberazione e si volse alla impresa di se acciari 
Longobardi del regno d'Italia e si mise con 
glande esercito perciò fare alla via , era verso 
alla fine del verno ; e ancora le alte spalle de* 



ERIZZO. 245 

monti erano d' ogni intorno di nevi coperte ; 
onde nel trapassar dell'Alpi , si ritrovò con le 
sue genti in un luogo tutto circondato da folte 
ed altissime nevi , oveerano li freddi grandissi- 
mi. Perla qual cosa essendo Carlo qua giunto, e 
sofferendo i suoi soldati la sovrastante ed intensa 
freddura , stando il re sotto un certo riparo 
intorno al fuoco, vide uno de' suoi soldati, 
già d' anni pieno ed antico , il quale per lo 
freddo aere era poco meno che tutto agghiac- 
ciato.Di cui Carlo divenuto pietoso,e vedendo, 
il suo veterano soldato tramortito dal freddo , 
non avendo allora né alla real dignità né al 
grado suo alcuno riguardo , ma considerando 
quel soldato essere vecchio e debole , lui fresco 
e robusto , non dubitò del luogo proprio di 
levarsi , e con quelle mani , eh' avevano tante 
vittorie acquistate , pose a sedere nel suo luo- 
go colui ^ il corpo di cui per la gran freddura 
rigido e duro divenuto, non punto si risentiva 
giudicando cosa pietosa ed ispediente argo- 
mento per la salute di quello , il porlo ove 
■egli sedea, per fargli ritornare gii smarriti spi- 
riti^Laonde stando il vecchio soldato in quel 
luogo , e dal caldo del fuoco ristorato alquanto, 
il perduto sentimento racquistò. È poscia clfegl 
potette riconoscere del suo signore il benefi- 
cio , e misurare di che qualità fusse il merito 

IT. 



244 NOVELLE. 

che gli aveva, stando alla sua presenza, queste 
parole gli disse : quale sia stato, altissimo e eie- 
nientissimo re , il beneficio da vostra maestà 
nella vita mia localo e posto , perchè io vera- 
mente non lo potrei giammai con parole es- 
primere , a tutti quelli che V hanno veduto ? 
ciò lascierò io giudicare. Dalla grandezza del 
quale io povero vostro vassallo già consumato 
dagli anni così vinto e legatomi trovo, che 
appresso agli altri vostri innumerabili beneficj 
nella mia persona usati aggiugnendo ancor 
questo , non sono in alcuna guisa bastevole 
tanto carico a sostenere. Perciocché , quantun- 
que in altro non abbia, con che soddisfare possa 
a qualche parte di tanto obbligo mio e di tanto 
merito vostro, che questa vita , non dimeno 
doppio discontento mi resta , e perchè veggio 
la mia vita a' vostri servigj posta poco ovver 
nulla a sì fatto obbligo valere , e quella istessa, 
che va verso la ultima vecchiezza calando , 
farsi debole ed inferma , da potersi per voi, 
in quella poca parte ancora che le è concesso , 
adoperare. Né mi deve però alcuno ciò ad in- 
gratitudine attribuire, perciocché non si mi- 
sura la gratitudine dagli effetti, che possono 
in molti essere pochi , ma dall' animo e dalla 
intenzione di colui , che grato desidera dimo- 
strarsi. Couciosiacosachè essendo tutte le virtù , 



ERIZZO. 2^5 

che sogliono fare V uomo riguardevole , som- 
mamente da commandare , e da biasimare 
i vizj : nondimeno niuna altra è a cui sia più 
P animo mio inchinato, che d'essere ap- 
presso ognuno e di parere grato. Perciocché 
questa è quella sola virtù non solamente per 
se grandissima , ma ancora di tutto il rima- 
nente delle virtù madre. Che cosa è la pietà , 
se non una volontà grata verso i parenti ? 
Quai sono i buoni cittadini ? Chi fuori per 
opre di guerra , chi dentro per governo della 
città si chiama della sua patria benemerito , se 
non quegli al quale de' beneficj dalla patria 
ricevuti non è la memoria fuggita ?Quai santi 
e religiosi si nominano, se non quelli che a Id- 
dio con giusti onori , e memoria inestinguibile 
rendono debite grazie? La gratitudine adun- 
que è delle altre virtù la principale , e niuna 
altra cosa veramente giudico esser dell' uomo 
così propria , che l'essere dal legame de'beneficj 
astretto , e niuna altra all' incontro più inu- 
mana , più fiera e più barbara , che permet- 
tere di essere di qualunque beneficio reputato 
indegno. In questo così abominevole vizio non 
mi lascierò io giammai trasportare , pietosis- 
simo principe , anzi la qualità di sì gran 
benefizio mi sta impresso nel cuore , così nella 
memoria guarderò , come in voi non si vede 



« 



u46 NOVELLE. 

alcuna virtù mancare , che a generoso principe 
ed eccellente capitano si richiede. Perciocché 
quelle parti che sono ad un valoroso capitano 
necessarie , la scienza della guerra , la fortezza 
e la felicità , sono proprie vostre , e non d'al- 
tri j il quale più spesso con ogni maniera 
di esercito avete combattuto , che ciascun altro 
non si ha col suo nemico affrontato: più guerre 
avete fatte che altri abbiano lette , più pro- 
vincie conquistate , che altri desiderate , e che 
avete tanti trionfi , quante parti e regioni ha 
la Europa , e tante vittorie di guerra , quante 
ritrovare si possono le maniere del combattere. 
E se alcun altro principe e capitano de' nostri 
tempi sì puote all' antico valore di Massimo , 
Marcello , Scipione e Mario comparare , sì per 
■virtù di guerra ed ampiezza di gloria , come 
per fortuna , voi ne sete veramente quello , 
le lodi del quale così lungo e largamente si 
spandono , che il suono e '1 grido della vostra 
gloria fin dai confini terminata dell'universo , 
né marcirà per lo naturai corso ed invidia del 
'tempo , anzi più che mai fiorirà del vostro 
nome P altezzaXO^nazioni , città , popoli, 
i quali della virtù di Carlo nella guerra , della 
religione nella pace, siete oggi tcstimonj, a voi 
mi volgo , a voi mule regioni , a voi della terra 
ultime e più riposte contrade : a voi mari , 






j ì 



ERIZZO. 24; 

porti , isole e lidi. Qual parte si ritrova del 
mondo , qual luoco , ove della fortezza di Carlo, 
della umanità e del sapere non sieno le vestigia 
impresse ? Però essendo egli d ? una incredibile 
ed inaudita virtù , clemenza , gravita , costanza 
e giustizia ornato , il lodevole titolo di Magno 
in lui degnamente risplende. ~ h-^ 

Cotali erano le parole e le lodi con cui il 
vecchio e cortese soldato del suo signore il pie- 
toso beneficio onorava , quando non essendo 
ancora di celebrarlo la sua lingua sazia , Carlo 
a lui impose silenzio : e poscia il seguente 
giorno d'indi, per procacciare d'Italia il viag- 
gio, con lo esercito si partì. Il qual magnanimo 
e clemente atto di principe toglie la maravi- 
glia a ciascuno, che in tante imprese di guerra, 
ogni fatica i soldati sotto un tale capitano 
tollerassero , e per lui fusse loro ogni affan- 
noso pericolo leve , in quello veramente reale 
animo tanto umanità scorgendo. - 



248 NOVELLE. 

AVVENIMENTO XXIV. 

Eduardo } re d" Inghilterra _, intesa la morìe 
del figliuolo vittorioso 3 a tempo che rendeva 
ragione s niente si turbò _, poscia datone 
avviso alla regina , quella a pazienza 
conforta. 

M. Fulvio , sentendo che il ragionare di 
M. Muzio aveva avuto fine , e che a lui solo 
.a dover dire restava , senza aspellare coman- 
damento, così disse: È mollo degna delle nostre 
lodi , e da essere da ciascun commendata la 
moderazione dell'animo di Considio , il quale 
si mansueto si dimostrò nel figliuolo , che la 
gravissima colpa di essere lui stato vago della 
sua vita , benignamente gli perdonò. Questa 
moderazione di animo è virtù da essere ab- 
bracciata , sì perchè a quelli a' quali fa luogo , 
grande utilità può porgere, e sì ancora perchè 
non lascia le menti nostre dal corso impetuoso 
della temerità e delle passioni trasportare. E se 
questo Romano rimise tanta ingiuria al fi- 
gliuolo , il quale insidie alla sua vita tendea , 
e che per essere sotto sua podestà , poteva 
dargli gastigo che convenevol fosse al suo pec- 
cato , quanto deve ciascun altro essere man- 



ERIZZO. 249 

sueto e temperato nel vendicare le ricevute 
offese, da cosi vivo esempio ammaestrato? Ora 
essendosi da voi nelle cose raccontate parlato 
di alcuni avvenimenti tra padre e figliuoli se- 
guiti, a me va per la memoria di dimostrarvi, 
quanto pazientemente un padre ed un principe 
la morte d'un suo figliuolo sostenesse. 11 che 
avviso vi dovrà piacere , poiché sopra di ciò 
eh' io sappia, non s'è per addietro favellato 
ancora. 

Ragionasi che avendo Eduardo , re d' In- 
ghilterra un , aspra guerra centra gli Scozzesi 
suoi vicini presa , e per ciò ragunato un gros- 
sissimo esercito , e fatto di quello un suo figlio 
maggiore , capitano, avvenne che venuti gl'In- 
glesi co' nemici alla zuffa , ottennero di loro fe- 
lice e gloriosa vittoria. Ma essendo il capitano 
seguendo il corso di quella , con la sua gente 
trascorso fino sotto Edimburg, città della Sco- 
zia regale , ed avendo in quella rotta uccisi 
più di trente mila Scozzesi , con pochissima 
perdila de' suoi, perchè l'allegrezza disi chiara 
vittoria fusse con alcuno dolente ed infortu- 
nato caso mescolata , vi fu per i sciagura sotto 
le mura di Edimburg il capitano morto: git- 
tando quei della terra sopra di lui dalle mura 
un gran sasso. Onde avendo poco davanti il re 
inteso con gran trionfo la viUoria ? sopravveiine 

11.. 



2 5o NOVELLE. 

il dì seguente la novella ddla miserabile morte 
del figliuolo , che uno dipartito del campo gli 
rapportava. Ed allora che venne il nunzio per 
dargli della morte sua avviso , si trovava ap- 
punto il re a sedere in tribunale , ove rendeva 
ad alcuni ragione. Avvicinatosi adunque il 
messaggio a sua maestà le disse che, quando 
a lei piacesse , voleva di secreto parlarle. 
Laonde prestando il re a colui le orecchie la 
nova morte intese del figliuolo. E tosto che 
la novella del messaggiere ebbe udita , da se lo 
licenzicene perciò punto dal tribunale si smosse, 
ma volle dar prima a coloro, che ragione chie- 
devano , la audienza , non sorgendosi in lui 
atto alcuno, che segno mostrasse di perturbato 
animo. 

Ma dopo lo essersi egli partilo alla ora de- 
bita dal tribunale , gli parve convenevole di 
fare alia regina sapere del figliuolo la morte. 
Per la qual cosa , poiché con esso lui si ritro- 
vò , in questa guisa le cominciò a dire : Mada- 
ma , noi fermamente crediamo che dalla vitto- 
ria questi giorni davanti rapportata dei ne- 
mici nostri , ne abbiamo ricevuto piacere , 
come colei delle allegrezze nostre è a parte, 
e a cui dee gradire la esaltazione del regno. 
Onde è ben dritto , che sì come con esso voi 
le prosperità si coniparlonO; così ancora le 



ERIZZO. 25l 

avversità vi si facciano aperte. E come che 
tutte quelle vittorie , che si acquistano , quan- 
do in sé più di perdita hanno , che di guada- 
gno , quando maggiore il danno apparisce che 
V utile , sieno da essere senza dubbio sprez- 
zate : nondimeno udite che voi avrete le ra- 
gioni che ci debbono confortare , lascierete 
P amaro che affliggere vi potesse , attenendovi 
al dolce gusto , che deve 1' animo prendere 
della vittoria. Ora , per non tenervi più a lun- 
go col tardare sospesa della rea novella , che 
vi si apporta ,da che paresse che noi temessimo 
della vostra prudenza , vi diciamo che è pia- 
ciuto a Iddio , dopo che il nostro esercito pose 
gli nemici in fuga , e che sotto le mura della 
città reale vi si erano le genti nostre poste 
a campo per combatterla , difendendosi quei 
della terra , che sia stato dalle mura il nostro 
capitano morto. .' Donde , siccome dal corso 
ancora di tutte le cose umane , dovete com- 
prendere che nnque a Dio non piace in questa 
mortai vita far l'uomo lieto di alcuno avveni- 
mento prosperosi che la soverchia letizia che di 
quello si prende , con qualche sopravegnente 
male temperata non sia , per insegnarci non 
essere qua giù cosa alcuna , che certa , ferma 
e slabile possa durare^per trarci con questa 
via da colali vane speranze , che nelle cose 



1\\ 






252 VOVELLE. 

umane poste ne fariano il drillo camino smar- 
rire dell' altra , alla quale con diversi modi 
di rivolgerci egli c'insegna. E siccome la pro- 
videnza di lui è infinita , con la quale giusta- 
mente l'universo regge : così tutto quello che 
alla giornata veggiamo avvenire , si dee da noi 
per bene e per utile , come dalla sua mano 
procedente pigliare. E voi dovete che la natura 
a ciascuno il tempo della sua vita prescrisse ; 
e quando ci fusse proposto il vivere per lungo 
tempo senza nome o con vitupero, ovvero tos- 
tamente morire con altissima gloria , non 
è dubbio che noi eleggeremmo la parte più 
onorevole, la biasimevole rifiutando. Se adun- 
que il figli uol nottro non ha soddisfatto col 
corso della sua vita afya natura, ha certamente 
soddisfatto alla gloria.Onde noi della sua morte 
dobbiamo darci pace , né si dee piangere 
quella morte , che è ad un uomo valorosa- 
mente avvenuta ; né può innanzi tempo essere 
ad un vittorioso capitano , né misera a persona 
lodevole. E molti sono stati di quelli che sti- 
marono la morte fortunata de' suoi congiunti, 
quando hanno volentieri spesa per la patria 
la vita , perciocché non altrimenti che per la 
madre quella dobbiamo offerire per la nostra 
città. E se in alcun tempo si suole chiamare 
felice di alcun uomo la morie , quando la 



ERIZZO, 255 

chiameremo noi, se non allora che renderemo 
V ultimo spirito nella vittoria ? Perciocché 
generalmente la morte in altri tempi lascia 
in altrui gli animi mesti , che nello slato della 
vittoria la noja di quella col piacere dì questa 
contempra , senza che la onesta e gloriosa 
morte spesse fiate adorna una vituperevole 
vita ; che all' incontro una vita vile non lascia 
ad onorata moite luoco alcuno. E voi vedete , 
madama , che l'amor della palria , la virtù, 
il valore e la fidanza della vittoria ci ha il 
figliuol nostro di vita tolto. Onde gran torto 
a così belle o lodevoli cagioni faremmo, se noi 
oltre il convenevoledi'quellamorle ci rammari- 
cassimo, di cui sono quelle state operatrici. Però 
acquietate il pianto vostro , amando più tosto 
di essere, come sete , reina , calcando con l'al- 
tezza del vostro animo il fortunato caso, che 
di mostrarvi con le strida e con le lagrime 
femmina^vp temprateli dolore con la vita im- 
mortale , a cui per mezzo delle virtù e della 
gloria è il figliuolo passato , anzi che accre- 
scerlo per la morte del corpo , che gran con- 
tento vi deve essere di avere avuto un figliuol 
tale , che né della sua trapassata vita , né della 
morte giustamente v' incresca ; della vita, per- 
chè egli fu sempre stimato per virtù e per 
valore riguardevole j della morte , per essere 



254 NOVELLE, 

slato da quella vittorioso sopraggiunto. Asciu- 
gatevi adunque le lagrime, madre, nella vita 
e nella morte felice del vostro figlio. » *" 

Cotali furono le parole del re , le quali aven- 
do con gran dolore la regina udite , non potè, 
come femmina e madre, sostenersi tanto, che 
per la nuova morte del figliuolo non spen- 
desse alquante lagrime : ma dalle prudenti 
parole del re benignamente racconsolata , alla 
fine confortandosi s'acquetò. Un altro padre 
comunemente udita che avesse la dolorosa 
novella, si sarebbe subito dal tribunal gittato , 
avrebbe la udienza lasciata squarciatisi i panni 
indosso, e in ogni cosa ripieno di lagrime. Ma 
saggio emagnanirao Edoardo punlo non si vede 
turbare ; il cor costante di lui , cui della ra- 
gione il freno reggeva,fermo ed invitto rimase, 
lasciando con la sua lodevole sofferenza al 
mondo esempio che è più misero colui , che 
per questa necessità naturale si riman senza 
conforto vinto dal soverchio dolore , che que- 
gli , il quale abbia morendo terminati i suoi 
giorni. 



ERIZZO. 2 5£ 

AVVENIMENTO XXX. 

Nella presa , che i soldati Veneziani fecero 
di Smirna , conducendo una femina cat- 
tiva , ella abbracciando la sepoltura del 
marito , e non volendo lasciarla } è da un 
soldato uccisa. 

L'ardita e magnanima impresa del Sicilia- 
no , e 1' allo cuore parimente nella morie ad 
Ottomano mostrato, fu tenuto da ciascuno 
della compagnia maraviglioso , quando niun 
altro che M. Muzio restando a dover dire , egli 



senza alcuno indugio seguitando incominciò^^ 
Quantunque la fortezza s' intènda intorno alla ' 



fidanza ed il timore , nondimeno parmi che 
vi deggia essere in fra amendue alcuna diffe- 
renza , e non ad uno ispesso modo abbiano a 
considerarsiì^Percioccbè egli ci pare, che mag- 
giormente la fortezza intorno alle cose spa- 
ventose e terribili si rivolga. Laonde colui che 
in queste non si turba , e d' intorno di esse , 
come fa bisogno si porta , viene stimato più 
forte, che quegli il quale è ben disposto intor- 
no a quelle cose, in cui si confida. Adunque 
1' uomo per ciòtsi chiama forte, perchè alcuna 
orrida e faticosa impresa non paventa ed a 




256 NOVELLE, 

quella, quantunque per arduo ed aspro sen- 
tiero si conduca, non teme di mettersi alle-? 
gramente. Onde apportandoci la foltezza dif- 
ficoltà e noja , non immeritamente viene com- 
mendata. Ma presso a' questa v' è poi il fine 
che è dilettevole , il quale tanto più a noi si 
rende piacevole , quanto è stata maggiore la 
grandezza della malagevole impresa. Perchè , 
si come in quella era Y uomo forte da alcuno 
J dolore occupalo :Ccosì la sostenuta. noja dal so- 
/ » pra vegnente piacere è terminata.jfDico adun- 
' iL'pl*qae che per costante aver si deve, che al Sici- 
liano il fine della sua alta e generosa impresa 
fosse desiderato e dolce , il quale era la spe- 
ranza del premio promessogli dal capitano e 
dell' onore , come che il fine ancora della ven- 
detta , che del suo nemico si rendeva , non si 
deb ba men dolce riputare da chi ha provato , 
essendo offeso, con quanto ardore quella ven- 
ga disideralavma il pericolo della morie gli 
dava molestia , recandogli dolore , e parendo- 
gli grave da passareV Perciocché egli non è 
dubbio che la morte e le ferite apportano mo- 
lestia ad un uomo forte , essendo egli di carne 
e di sentimento umano, nondimeno colui che 
veramente sia forte, si lascierà straziare ed uc- 
cidere , purché gli paja cosa onesta il sostener- 
lo , overo vituperevole il fuggirlo. J\la nou 

<h a (I 



% 



ERIZZO. 257 

sia pero forte colui , il quale per ogni lieve ca- 
gione , o per ogni vii mercede, siccome i sol- 
dati mercenarj fanno , offerirà la sua vita , 
vendendola a picciol prezzo , anzi è proprio 
della fortezza e dell' uomo forte fare slima 
della sua vita , e quanto più in sé ha di virtù , 
tanto più farne conto, e non per qual-si sia ca- 
gione arrischiarla alla morte, fuor che per la 
• onestà e per lo ben comune.YDa che possiam 
raccogliere , che la fortezza è una mezzanità 
da diritta ragione terminala intorno a quelle 
cose, in cui confidiamo, ed eziandio intorno 
alle terrìbili , negli strabocchevoli e gravi pe- 
ricoli, per cagione della onesta e del ben co- 
mune. Ora vegniamo allo atto del Siciliano, 
e Io troveremo forte, perchè si mise a gran- 
dissimo pericolo in una così importante im- 
presa _, lo scorgeremo fortissimo, quando alte- 
ramente verso Ottomano parlando si dispose 
cosi presto alla mortegli suo fine si vede che 
fu ampissimi premj , 1 onore e la vendetta del 
comune nemico del nome cristiano, donde ci 
appare la onestà ed il ben comune , di ma- 
niera che giustamente si può attribuire a co- 
stui la definizione del forte. Ma poi che abbia- 
mo consideralo a bastanza il valore e la vera 
fortezza del giovane Siciliano , per chiudere 
ancora io la giornata con questa materia , dei- 




X 



ivi*"- 



258 NOVELLE. 

la quale , avvegna che si sia forse troppo ra- 
gionalo , i varj avvenimenti raccontati non ce 
l'hanno lasciata essere rincrescevole : mi piace , 
non partendomi dalle Veneziane istorie , di 
dimostrarvi un' alta fortezza d'anima , la quale 
forse voi, se giusti giudici vorrete essere, giu- 
dicherete maggior di quella del Siciliano , 
quando vogliate aver riguardo alla persona 5 
in cui si trovò, la qua! fu femmina , che voi sa- 
pete che le femmine molto men forti la natura 
ha fatto degli uomini a ciascuna cosa sostene- 
re, essendo esse pusillanime e paurose, e tanto 
più , se quella sia tra tutte le altre la più spa- 
ventevole che è la morte^Jji, certo mi pavé che, 
essendosi, da che ci riducemmo insieme, da 
noi sempre parlato dei chiari fatti degli uomi- 
ni illustri , e non mai ricordatisi delle donne , 
gran torto loro si faccia , in quanto che de* 
loro fatti molti notabili esempj si ritrovino 7 
cosi negli antichi , come ne' moderni tempi 
avvenuti , i quali nascondere con silenzio sa- 
rebbe un atto di malignità, ovvero un dare 
materia ad alcuno di sospicare, che ciò fosse 
fatto temendo , non le virtù degli uomini , da 
quelle delle donne fossero , raccontandole 9 
oscurate. Il che acciocché non avvenga, io 
di tutti voi il primo a narrar quelle darò priii- 
cipio. 



ERIZZO. l5§ 

Avea Maometlo Ottomano, potentissimo re 
de' Turchi, gravemente danneggiato i cristiani, 
presso Negroponle, ed in quella usata un'em- 
pia e grandissima crudeltà. Quando dopo lo 
essersene egli andato a Udine con danno e 
terrore ispaventevole di Forlani, Pietro Mo- 
cinico poco fa nominato , allora dell' armata 
Viniziana capitano , essendo parimente a' 
danni dei Turchi uscito con l'armala fuori , 
con quella del Pontefice insieme, a tempo dello 
autunno passò in quella parte dell' Asia , la 
quale è all' incontro di Scio , isola nell'Arci- 
pelago postaiE quivi per danneggiare avendo 
j posto gente in terra, guastarono i marinai da 
per tutto i campi, egli ahitati luoghi sac- 
cheggiarono ; e dipoi trapassarono in Nasso» 
Ultimamente , per fare qualche fatto notabile, 
avanti che vernassero, da Nasso levati anda- » 
rono a Smirna, già nobilissima e chiara citlày „ 

d' Ionia, per combatterla. ~-V~~ //^^^^^ t ' 

Era questa città per lungo tempo in ozio di- 
morata , e non mai sentito avea movimento 
di guerra : perchè non si curavano quei della 
città di rifare le mura,lequale erano in molti 
luoghi per vecchiezza cadute. Onde i Vene- 
ziani , le genti con celerità messe in terra , 
fortemente e valorosamente assaltarono de' ne- 
mici le mura. Per lo quale subito e non peu- 



260 novelle. 

sato accidente quei della terra spaventati, 
sopra quelle rovine alla difesa corsero. Ma 
non essendo a difendersi le loro deboli forze 
bastevoli, poco ai Veniziani ritardarono la 
vittoria. Perocché i marinai e soldati la bat- 
taglia continuando, per le scale in più luoghi 
poste , e per le rotture de' muri dentro della 
città passarono. Sentendo quei della terra es- 
sere la città presa , miserabilmente fuggivano, 
e le donne per lo spaventevole caso smarrite , 
nei lor tempj , che chiamano moschee , era- 
no con i loro figliuoli fuggite. I Veneziani 
adunque vinci! ori per mezzo la città scorrendo, 
le donne e 1' altra moltitudine debole fuori de* 
tempj , onde si erano fuggite , traevano : e del 
rimanente degli uomini, poste giù l'armi, 
si rese ; le vesti , 1' oro , l' argento ed i vasi 
preziosi di gran prezzo con la roba parimente 
^ della città saccheggiarono^Da che avvenne 
( L «che allora tra gli altri cattivi una giovane 
femmina , essendo insieme con gli altri pri- 
gioni menata alle navi , così per strada passan- 
do trovò del suo marito la sepoltura ; e quivi 
fermatasi, quella con lagninosi lamenti ab- 
bracciando , e più volte il nome di lui chia- 
mando , queste parole diceva : o estrema e 
misera condizione di fortuna ! o maligna e fie- 
ra stella sotto la quale io nacqui ! Debbo io 



ERIZZO. 26l 

adunque essere priva della cara patria? Vedrò 
io le sue miserabili rovine, le distruzioni de* 
nostri tempj , le vergogne delle vergini e delle 
matrone, la loro cattività , la uccisionede' fan- 
ciulli , e incendio universale della città , lo 
sparso sangue de' cittadini nostri e la cenere 
della patria , mi sarà innanzi agli occhi così 
acerbo spettacolo ? E mi ferirà l'animo di sì 
pungente memoria dello stato nostro ? Ahi 
che non pur dalla mia avversa fortuna a così 
gran miseria , quale ad ognuno apparisce , mi 
veggio condotta , di offendere gli occhi miei 
delle rovine della cara patria, e contaminar 
V animo della privazione di quella. Ma di la- 
sciare ancora questo unico e lieve conforto della 
vita mia, che è te, carissimo sepolcro, che 
serbi e tieni rinchiuse Possa eie ceneri del mio 
caro marito. Dal quale, siccome era mio pro- 
ponimento fermo né in vita né in morte di 
dipartirmi; così, dovendone io affa tto essere 
priva, d' ogni altra avversità e sventura assai 
meno mi duole : e più leggermente ai nostri 
nemici ogni altra offesa perdono, che questa , 
di essere da te , dolcissima sepoltura , disgiun- 
ta^ di dover bagnare le amate ceneri del mio 
marito con queste ultime lagrintWjVIa perchè /y * / 
debbo io essere costretta e vinta dalle nimiche — 

forze , essendo lìbero e insuperabile V animo 



■2.62 NOVELLE. 

mio? Non mai per dover essere contento d' al- 
bergare da questo sepolcro lontano. Non deb- 
bo io sofferire giammai di lasciar questa vita 
altrove, che nella patria mia, né di allonta- 
nare questo corpo , e qnest' ossa ( sì come è lo 
spirito congiunto ) da quelle del mio diletto 
marito. Armati adunque, anima , di debita e 
possente fortezza , onde io in iscambio di lun- 
ga e durissima servitù qui anzi elegga con fer- 
mo viso e con salda voce, di lasciar questa 
membra, che levarmi giammai da sì dolce e 
caro abbracciamento di questo sasso. A quello 
adunque fermatasi la sfortunata giovane, ed 
insieme con dolorose lagrime , che le bagna- 
vano il petto sì pietose parole spargendo , le 
quali avrebbono avuto forza di ammollire- 
ogni cor duro, tuttavia si stava al sepolcro del 
marito, avendo quello con ogni suo potere af- 
ferrato , quando non potendo essa né con mì- 
naccie, né con alcuna violenza d' indi essere 
tratta , fu da un importuno e poco pietoso sol- 
dato con l' armi , dall' un canto all' altro pas- 
sata. Perchè in tal guisa , dove volle , rimase 
•contenta : facendo con sì ostinata e volontaria 
morte del suo amor casto e incomparabile 
verso il marito fede , anzi eleggendo di stare 
appresso di lui morta , che vivere dal suo se- 
polcro lontana. 



ERIZZO. * 263 

AVVENIMENTO XXXIV. 

Alfonso deliberatosi di andare a vedere Terra 
Santa , e nel viaggio contra sua voglia ac- 
compagnato dalla moglie , vengono assa- 
liti da alcuni Arabi 3 Vano de' quali è dalla 
moglie ucciso , gli altri uccisa lei , si fug- 
gono. Alfonso in una selva di datteri, dopo 
molto pianto le dà sepoltura. 

Erasi da tutti diligentemente ascoltato Pav-» 
venimento della pudica reina di Gallogreci , 
quando M. Fulvio a M. Ercole volto , gli IV 
segno che gli era a grado, che esso a M. Emilio, 
che detto avea,ragionando dietro andasse: onde 
egli ciò conoscendo , senza fare alcuna dimo- 
ra, incomminciò. Ancora chela moglie diOrtio- 
gonte fosse,per quel diesi vede, di nazione bar- 
bara , non è per ciò che ella reina non fosse. 
Donde si può conchiudere che molto impor- 
ta il più delle volte lo essere nato nobile e in 
grande stato , conciosiacosachè coloro, i quali 
sono in alta condizione posti , si per essere da 
natura inchinati a magnificamente e con virtù 
operare ,*e sì ancora , perchè di scendere alle 
cose vili si vergognano , comunemente pro- 
ducono atti laude voli , conformi alle qualità 
loro , acciocché al grado , che tengono sovra 



264 NOVELLE. 

gli altri , corrisponda no con P opere. Siccome 
chiaramente si vede dal magnanimo fatto di 
questa regina , la quale avvenga che dagli ne- 
mici suoi fosse fatta prigione , ed in misera 
e grave servitù guardata , e.dal libidinoso cen- 
turione macchiatale la sua onestà ed appresso 
costretta con gran somma di danari a rico- 
verarsi la libertà : tanta fu la fermezza del suo 
proponimento _, di prendere , come reina ven- 
detta della ricevuta ingiuria , che né per tema 
di servitù o di morie ritrar si volse di fortissi- 
mamente seguire la grandezza dell' animo suo , 
avendo anzi riguardo a quello che le conve- 
niva , che ad alcun altro evidente pericolo che 
potesse correre. E tutto che le fosse fatto al 
corpo forza , dalle saggie parole di lei , e molto 
più dai fatti si comprese la mente essere stata 
pudica e la intenzione casta. Ma lasciando per 
ora di più oltre commendarla , poscia che il 
presente atto a bastanza la dimostra degna di 
lode , a me pare di dover venire ad un'altra 
parte la quale e necessaria , e laudevole stimar 
si deve ad ogni onesta donna ch'ò V amore 
verso il marito. 11 che da un pietoso accidente 
avvenuto . eh' io son per raccontarvi , vi porrò-* 
davanti. E quantunque la donna , in cui sì 
tenero e fedele amore apparve, di sì alta con- 
dizione non fosse come la moglie di Oi tìagonle, 



ERIZZO. 265 

cotale certo la estimerete , che di lei la laude- 
vole opera vi parrà degna di stare appresso 
d' ogni altro chiaro e virtuoso alto di qual si 
sia più nobil donna , e pigili ustre. • 

Fu adunque in Lisbona , bu^n tempo è pas- 
salo , un gentiluomo nominalo Alfonso , al 
qual venendo ip desiderio da casa sua dipar- 
tire j coir intenzione di andar peregrinando , 
e visitare i devoti luoghi della Terra Santa , 
e adagiandosi per questa cagione di salire sopra 
una nave Biscaina. Avvenne che in questa sua 
partita , avendo egli una moglie assai giovane 
e fresca, di bellezza rarissima , nominata Gi- 
nevra ^ la quale lui a pari della.sua vita ama- 
va , essa oltre modo perciò si dimostrò cruc- 
ciosa 9 ed in alcuna guisa alla partita dd ma- 
rito non voleva consentirei/Alfonso , che si 
aveva messo *in animò, e s£eo proponimento' 
fatto di peregrinale , per pyarole\della mogj4e 
non voleva dalla sua dilibeijazione rimanersi. 
E poscia che ella finalmente vide i preghi suoi 
niente valere per ritraere il consiglio del m-a- 
rito , né potendo in casa sostenere la sua lon- 
tananza , si mise tra sé medesima in cuore 
d' imbarcarsi con esso lui,*e dovunque egli 
se n' andasse essergli inseparabile compagna. 
Avvenne adunque , che pochi giorni innanzi 

che il marito si fosse per dipartire , a lui essa 

12 



§66 NOVELLE. 

il suo avviso scoperse. A chefatlo Alfonso con- 
trario,e turbandosi non potè però tanto ripren- • 
derla,nè con paroleda sì strano appetito cercar 
di rimoverla, che essa da ciò ne volesse restare, 
come colei eh' affermava di dover morire , 
tosto ebe si trovasse da lui lontana. Onde 
dopo molte parole dall' una e dall'altra parte 
seguite, fu Alfonso costretto a contentarsi. Per 
ebe di pari deliberazione avvisarono, che essa 
da uomo travestita venisse, acciocché essendo 
Ginevra giovane e bella, ogni pericolo d'in- 
conveniente cessasse , che per questa ca- 
gione lor potesse avvenire : e così alla sua 
dipartita fecero. ;v _ t 

y^A^-* Imbarcatisi adunque Alfonso e la moglie 
vestili «da peregrini nella nave , e dal porto di 
Lisbona con buon vento sciogliendo , presero 
primieramente partito di passare in Africa , 
onde prosperamente navigando, giunsero dopo 
molte giornate allo stretto di Zibil terra. E po- 
scia che quivi fu arrivato Alfonso, volle a Ceu- 
ta smontare in terra , ed indi tutta la Bar- 
baria andare scorrendo, risolvendosi all'ulti- 
mo di venire in Fgilto e quindi poi passare 
oltre il mare in Terra Santa. Ora avvenne che 
mentre con la moglie andava per tetra al suo 
viaggio cavalcando , ed avendo ornai , per 
lungo cammino quasi tutta la riviera dell* 



ERIZZO. 267 

Africa ricercata , poscia che alla città di Ales- 
sandria si ritrovò appresso, ad un luoco no- 
minato Per re degli Arabi , furono ambidue da 
quattro di quella genie arabesca assalili. I quali 
seco avendo archi e saette , gli forzarono a non 
passar più avanti; perciocché di questa gente 
la natura e il costume è di vivere per lo più 
di ruberie. Laonde immaginatisi costoro, che 
Alfonso fosse mercante , e eh' avesse danari f 
presa uno di loro la briglia al cavallo , si affa- 
ticava per iscavalcarlo per poterlo poscia a sua 
vogiia spogliare e rubare. Vedendo ciò Alfon- 
so, ed il sopravegnente pericolo scorgendo, ne 
volle trarre l'armi per difendersi: ma subito 
gli fu da costui , che sovra la sua arme avea 
messe le mani, di ciò fare vietato. Per la qual 
cosa la moglie, benché tutta per la novità del 
caso paurosa divenuta e smarrita , tratto non 
dimeno fuori per difesa del marito uno stocco 
che cinto avea , percosse con quello lo Arabo 
sul collo , e gli spiccò mezzo la testa. Gli altri 
per vendicare del compagno la morte, non 
avendo altre armi , tirandole delle saette con 
gli archi , passarono alla infelice giovane il 
petto. Alfonso , che libero era dalle mani di 
colui rimaso, vedendosi la moglie dinanzi agli 
occhi uccidere , da grandissimo furor sospin- 
to , tratte 1' armi ; uccise un' altro di coloro 

12. 



268 NOVELLE. 

e procacciava ancora al rimanente la morte. 
Dì cui temendo forte gli altri due per la morte 
de' compagni , si diedero tostamente a fuggire, 
e così lo sventurato Alfonso , benché salvo 
dalle mani degli Àrabi fusse rimaso , ne perde 

allora mìseramente la moglie. z 

Sopravvenendogli adunque la notte, espan-v>//^ 
dendo tutto pien di dolore amare lagrime , 
pigliò sovra il cavallo il corpo della cara mo- 
glie e vie più di lamenti , che di riposo vago , 
ricoveratosi in alcune vicine e folle selve di 
datteri y i quali con i loro alti e superbi rami 
e larghissime foglie , ombrose le rendevano, 
entrò , mostrandogli la luna la via , in una di 
quelle dentro , quivi dagli occhi versando un 
angoscioso pianto , dopo lo avere più volte 
tratti altissimi guai 3 con tai parole incomin- 
ciò lo sfortunato Alfonso a rammaricarsi. «Chi 
mi darà , o acerba e dispietuta morte , tante 
lagrime e tanto spirilo ch'io possa a pieno 
piangere lo sventurato avvenimento di questo 
giorno , e con sì debol voce lamentarmi della 
tua ingiuria ! poscia .che tn , importuna e fiera 
avendomi la cara moglie tolto , oggi così ne- 
mica mi ti mostrasti. E per fare in me l'estre- 
mo di tua possa , e per essermi affatto con- 
traria , non volesti per maggior mio supplì* 
ciò t carini di vita , e permettere eh' io lucessi 



/ 

ÈRIZZO. C*V*yfc*^ 2 6g 

a quell' amorevole anima compagnia , perchè 
ti pareva fai* poco , se io questa sì dura condi- 
zione di vita menando , non sostenessi peggio 
che la morte. Deh 5 perchè almeno in ciò non 
mi sei sì graziosa , che questa lieve , ispedita 
e dolente anima la sua possa seguire : onde io 
per questa via esca di lanto affanno * e non 
lasciarmi così solo vivere , avendo di doglia 
contaminalo il cuore e gli occhi offesi dai 
vedere il sangue sparso della mia cara moglie. 
O rapacissime e barbare mani , nel petto di 
cui cercaste voi d'incrudelire, qual era il sen- 
timento delle armi vostre ! Quali gli occhi ! 
Qual ferocità d' animo vi trasporlo a com- 
mettere sì scelerato omicidio ? Qual mali- 
gna e fiera stella, che in odio m'abbia , o 
qual malvagia ed ingiuriosa fortuna a questi 
lidi , e a queste barbare contrade mi spinse ? à * 
E tu o fedelissima e diletta Ginevra , quanto* 1 ^w^vv^V- 
meglio avresti fatto di piegarti alle mie pre- 
ghiere e consentire al mio volere , rimanen- 
doti in casa , che per essermi troppo amore- 
vole , metterti meco in viaggio , e correre 
ancora meco una istessa e comune fortuna? 
Come potrò io comportare dopo te questa 
vita , avendolami tu con le lue mani serbata , 
anzi con la tua volontaria morte ricomperata? 
Come lo potrò sostenere ? La qual volontieri 
vorrei avere nelle tue braccia terminata. Ma 



27O NOVELLE. 

poscia che altro in questa rea fortuna non mi 
resta che di sfogare con angoscioso pianto il 
cuor dolente , e che altro in quésta gravosa 
•vita non m'avanza che di trar sempre guai, non 
polendoti alcuna altra grazia , carissima Gi- 
nevra , rendere di sì gran beneficio 5 come 
è questo dello scampo della vita mia. Sarò 
nella tua morte tanto grato, quanto mi è da 
sì avversa fortuna concesso , dando al corpo 
tuo quella sepoltura , che la qualità del luoco 
comporta^ E poi che la tua morte da me non 
si può con più degno sepolcro onorare , sup- 
plirò con la memoria di fare , che dentro di 
me stesso nella più nobil parte sii locata del 
cuore. » 

Avendo tutta quella notte Alfonso con 
queste e malte altre miserabili parole piantola 
morte della cara moglie, parvegli convene- 
vole di dare al corpo suo sepoltura , che po- 
tesse migliore : onde allo apparir del giorno 
cavando , meglio che per lui fu possibile, a 
canto d' una grossissima palma in quel luoco 
arenoso una picciola fossa , quivi ripose il 
corpo di lei, poscia con l'arena ricoprendolo, 
ed entro al tronco il nome di Ginevra inta- 
gliando sol lo questi versi gli scrisse : 

Del lagrinv>so amor, che '1 cor distilla , 

Cresci vittoriosa Palina ; cresci 

Mentre che '1 mio dcsir dura e sfavilla. / 

T 



ÉRlZZd. òfi /^y 

E d 1 indi subito dipartito, giunse quel dì me- //-•-' 
desimo nella città d'Alessandria , dove ritro- 
vata il seguente giorno una nave 5 che per Ba- 
ruto partiva , gli parve di salir sopra quella : 
e così nella nave montato avendo vento pros- 
pero , passò fra pochi dì oltre il mare. Giunto 
che fu Alfonso a Baruto ; e dismontato in terra 
andò per molti giorni , a guisa di peregrino , 
ricercando tutta la Terra Santa , ed a parte a 
parte visitando tutti i Santi luoghi di quella. 
E poiché ivi gli parve di avere ogni divoto 
uffizio fumilo, diìiherò di fare nel ritorno alla 
patria quello istesso viaggio per terra , che 
fatto aveva. Perchè imbarcatosi da capo sopra 
un navilio in porto del Zaffo pervenne final— 
mente a Rossetto. Dove arrivato , trovò cagio- 
ne di ritornare a rivedere il sepolcro della 
tanta amala moglie, spronato dal gran desio 
che di lei sentiva, ed avendo ancora seco la re- 
cente morte di quella la mente afflitta, non 
essendo più che tre mesi passati, che era il mi- 
serabile caso avvenuto. 

Comperatosi adunque in quelle parti un ca- 
vallo , e così messosi in viaggio, giunse dopo 
certi dì alla selva ove sepolta era la moglie^ , 
E quivi rinfrescata la pungente memoria , ed [ 
il dolore della sua morte, spandendo non meno 
che prima profonde e di larga vena lagrime , 



27 2 NOVELLE. 

da capo all' amato troncone della palma ap- 
poggialo , sovra il sepolcro , così cominciò a 
dolersi. « A te ritorno carissimo e fedelissimo 
corpo , a voi belle ed oneste membra , in cui 
rinchiusa fu queir amorevole anima, che per 
lo scampo della vita mia volle dalla sua mor- 
tale spoglia disciogliersi, per fornire di farvi 
con questo pianto le ultime esequie. Ne andrò 
io dunque, o Ginevra mia , senza di te alli pa- 
terni lidi , e solo senza la mia fida compagna 
goderò del porto della patria mia ? Quale mi 
sarà senza di te questo viaggio? Quali senza 
di te le usate accoglienze della casa nostra ? 
Oimè ,, che in vece di letizia , che sogliono gli 
altri cittadini , ritornando allalor patria, por- 
tare , io vedovo con gli occhi pregni di lagri- 
me , di dolor bagnati e molli , e col viso chino 
riporterò malinconia e tristezza ? Tu adun- 
que , o diletta Ginevra , in queste contrade 
barbare resterai? Tu in questa oscura e pelle- 
grina selva rimarrai ? Per questi inospiti e sel- 
vaggi boschi n'andrà vagando il tuo spirito ? 
Restate in pace , o terrene membra , le quali 
per amor mio voleste in così lungo e periglioso 
viaggio stancarvi , e poscia che pur fu consen- 
timento di destino, che più lungamente non 
vi conducesse l'anima , prendete ora debito e 
sicuro riposo. Restale in pace , ossa, che quello 



ERIZZO. 273 

sì leggiadro e sì pudico corpo sosteneste , e 
poscia che così era ordinalo in cielo, che perla 
vita mia sì tosto vi disgiungeste , rimanetevi 
in questo luoco , ed a voi non sia quesla terra, 
che vi cuopre, grave. Resta tu in pace , o spi- 
rito, il quale se noi avessimo a credere, che 
per l'amor naturale , che hanno l'anime ai 
corpi , quelle li seguitino , tu dei intorno a 
questo sepolcro gir vagando, e se dal mortai 
velo disciolto qualche affetto ti stringe, dei tuo 
sì fervente e grande amore portatomi la me- 
moria non ti fugga , sino che questa breve e 
misera vita, che pur ancora meco alberga , si 
finisca. Onde a sì grave dolore questa conso- 
lazione dia soccorso, di venire a fare la mia 
alla tua anima compagnia. » 

Avevasi lo sfortunato Alfonso così ultima- 
mente doluto sopra il sepolcro della sua cara 
moglie , e tutta quella notte ancora nella sel- 
va trapassata in dolorosi lamenti , quando 
incominciando già l'alba a scuotere intor- 
no della terra l'ombra , ed imbiancandosi la 
lucente aurora , si mise egli per dipartirsi in 
punto. Ed avviatosi al suo cammino, dopo 
molle giornale giunse alla fine alle colonne 
d'Ercole , e quivi, imbarcatosi in un navilio, 
passò lo stretto da Ceuta a Gibraitar di Spagna, 
per donde poi- inviandosi verso Portogallo, ne 

12.. 




27^ NOVELLE. 

andò alla patria il più dolente e disperato 
nomo del mondo. E cerio di Ginevra il mise- 
rabile avvenimento può dare ad ogni altra 
donna esempio d'ardenlissimo amore e ferven- 
tissima fede di moglie. 

AVVENIMENTO XXXV. 

Timocare , fatta congiura d'uccidere Nicocle 
tiranno , è discoverto dal compagno. Con- 
dannato alla morte , è nella prigione vi- 
sitato dalla moglie , la quale astutamente 
lo salva , rimanendovi in iscambio di lui. 
Inteso il fatto, il Principe le perdona, 
condannando i guardiani alla in or te. 

Quando Nicocle , principe de' Sicionj , 
quella città con tirannia signoreggiava , venu- 
to già per cotal cagione, a tutti i suoi cittadini 
in odio , avvenne che due de' principali della 
città , i quali di nobiltà, di ricchezza e grandez- 
za d' animo trapassavano lutti gli altri , fe- 
ciono conlra di lui una congiura. Per che tut- 
tavia stando a ni end uè costoro in questo pro- 
ponimento fermi di uccidere il tiranno, ed 
avendo tra loro un ordine disegnato, che ad 
un certo luogo della città in colai giorno do- 
vessero la loro impresa fornire 5 prima che ve- 



li 

ERIZZO. 275 

nisse il termine di mandare 1' opera a compi- 
mento, uno delli due compagni, o per paura 
che gli entrasse nell'animo, pentito, o per 
farsi più al principe grato, o qual che si fusse 
la cagione che dalla impresa lo ritraesse , seco 
del tutto dispose di non trammettersi più ol- 
tre in questo fat4<f; E non fu solamente di ri- 
manersi dalla impresa contento, che volle an- 
cora per esser in maggior grazia del tiranno , 
scoprire a lui del compagno le insidie. Non 
era adunque venuto il giorno ancora, nel 
quale s'era da loro ordinato ciò che avessero 
a fare, quando questi ,yl' animo ed il propo- 
nimento di cui era all'altro compagno nasco- 
sto, entrato dentro al palagio del principe, 
chiese secretameli te di avere udienza. Perla 
qual cosa fu nella camera di Nicocie introdot- 
to , ove gli scoperse le insidie poste alla per- 
sona di lui , dicendogli che essendo egli a que- 
sta malvagia opera da colui Iper compagno ri- 
chiesto, né avendo voluto 9 cotal fatto con- 
sentire, gli era paruto convenevole a non 
mancare del suo ufficio colmargli pervenire 
alle orecchie di colui il tradimento 5 il nome 
del quale disse che era Timocare. Laonde 
avendo Nicocie inteso le apparecchiate insidie 
alla sua vita , prestando alle parole di costui 
intera fede 3 subito ciò udito mandò alcuni sol- 






2j6 NOVELLE. , 

dati bene armati della sua guardia alla casa 
diTimocare, e gittate le porte iti terra, lui 
presero a man salva. Il quale poscia per co- 
mandamento del principe fu imprigionalo , 
e da lui quello istesso giorno condannato a 
morte. Ma perchè si costumava a quei tempi , 
che ehi per qualche grande misfatto fusse sen- 
tenziato a morte , dovesse essere di notte fatto 
morire; impose alle guardie Nicocle , chela 
notte seguente russe in prigione , Timocai e 
decapi taloyV/Essendosi adunque la sentenza 
sulla vita di lui data , a casa sua rapportata 
alla moglie, che Arsinoe si ch'amava, la quale 
il marito a pari della sua vita amava , cia- 
scuno può pensare da quanto dolore ed afflizio- 
ne d'animo ella fu assalita. Perchè rivolgen- 
do tra sé medesima la misera moglie molti 
pensieri , per trovar qualche rimedio da cam- 
pare al marito la vita , avvisò che per andare 
a spander lagrime davanti al tiranno , anzi 
potesse essere cagione di affrettare al marito la 
morte che di liberarlo. Peiò pensò di tenere al- 
tra via alla salute di lui-, onde immaginatasi 
la donna una nuova malizia , quella deliberò 
al tutto per lo scampo suo di tentare. Avea , 
come si è detto, Timocare la notte vegnente 
da finir la sua vita , quando subito che inco- 
minciò ad imbrunir la sera, e che le tenebre 



ERIZZO, 277 

già avean cacciato la luce della terra , si vesti 
Arsinoe di panni bruni, quali a cotai tempo 
si richiedevano a lei , e copertasi con un velo 
il capo , se n'uscì fuori di casa sola , e verso 
la prigione, dove stava il marito rinchiuso s' 
avviò. E dopo che quivi fu giunta, tratta in 
disparte una delle guardie , le richiese , ama- 
ramente piangendo, scoprendosi prima chi 
essa era , che si contentasse , poscia che il ma- 
rito era stato quella notte condannato a mor- 
te , di lasciarla nella prigione entrare, accioc- 
ché innanzi che egli morisse lo potesse vedere , 
e di lei le ultime lagrime e gli abbracciamenti 
alni fussero conceduti. Ora scorgendo le guar- 
die costei essere la moglie di Timocare , sì per 
essere x^rsinoe di bruno vestita,' come per 1' 
angoscioso pianto, in che la vedevano, vinte 
da compassione del suo rammarico, dentro 
la prigione al marito la misero. Arsinoe , poi 
che si vide essere col marito, non caro , come 
il più delle femmine fanno , di mostrargli con 
romore e con lagrime la sua doglia , ma in 
vece di femminili strida , di lamenti e ramma- 
richi, lo cominciò benignamente a conforta- 
re, dicendogli che stesse di buon animò. E 
comunicatogli tutto quello che intendeva di 
fare , dopo alquanto spazio vestito de' suoi 
panni il marito , e cangiati i suoi in quelli àis 



Ini, copertogli bene coi velo il capo, ne Io 
mandò dell;» prigione Fuori, ed in iscambio di 
lui essa dentro rimase. Le guardie , che nulla 
di ciò sospettavano, credendo lui esser la mo- 
glie , Io lasciarono andare. E così Timocare si 
fuggì quella notte fuori della terra con la vita 
salva. Ma venuta l'era che doveva il carnefice 
farlo morire, entrò nella prigione con le guar- 
die insieme, ove in vece di lui trovarono la 
moglie dei panni suoi travestita , e così ingan- 
nati e scherniti rimasero. Per che venuto il 
giorno , rapportarono il fatto al principe e 
davanti a lui menarono Arsinoe, a cui con 
grande orgoglio e fiero volto dimandòil tiran- 
no, eome fosse stata sì ardila, che contra il 
suo volere, ed in dispregio della data sentenza 
avesse dalla sua podestà liberato Timocare ; e 
lui fatto fuggire , ingannando le guardie ; Ar- 
sinoe molte e pietose lagrime spargendo, gli 
disse queste pai ole: non per ischernire la vostra 
sentenza , o signore , né per volermi opporre 
al comandamento vostro io infelicissima mo- 
glie fui trasportata a trarre di prigione il ma- 
rito mio con inganno, e liberarlo dalle vostre 
mani , ma vinta più dalP amore , che dal ti- 
more , ho posto questa mia vita in abbandono 
per salvar quella di lui. Ed avvenga eh' io non 
sappia la cagione che vi mosse a condannare il 



ERIZZO, 279 

mìo marito a morte , io tosto che ebbi la dolo- 
rosa novella della vostra sentenza , cominciai 
pai blamente ad esaminar la sua vita , nèpolei 
cosa trovare in lui, ovver peccalo, che fusse 
del vostro gastigo meùtevole, ma comunque si 
stia il l'atto , a voi piacque di voler Ini far mo- 
rire. E sì come fu il timore dello sdegno vostro 
dentro di me vinto dallo ardente amore , cV 
io a Timocare ho portato e porto , allora eh' 
io m' ingegnai con inganno dalla morte cam- 
parlo ; così ora è quello dal medesimo supe- 
rato , trovandomi al vostro cospetto , e nelle 
vostre forze ristretta. Conciossia cosa eh' io 
più contenta mi trovi di avere al mio manto 
liberata la vita con pericolo della mia, che col 
salvarla a me, non aver fatto prova ch'egli 
potesse fuggire. Eccomi adunque in vece di 
lui nelle vostre mani, o signore; e se la in- 
nocenza mia, l'afflizione , le lagrime, non 
desteranno in voi qualche pietà 9 che a perdo- 
narmi vi conduca , muovavi almeno la uma- 
nità a considerare , che questo fallo ( se fallo 
si dee stimare che sia il salvare da sovrastante 
pericolo le cose sue ) non è di me , ma del 
soverchio amore al mio marito portato; il 
quale sì altamente aveva nel mio cuore messo 
radici , che d' indi non mai lo avrei potuto 
svellere, 4E si come non è mio il fallo , non 



280 NOVELLE. 

deggio per quello che io non commisi , alcuna 
pena portare. Dell' amore non prenderete voi 
castigo , non polendo le passioni dell' animo 
soggiacere ad alcuna esterna forza . Però mi 
conforta una speranza che non avendo, voi 
onde giustamente possiate rivolger l'ira ; e 
conoscendo ancora che non è convenevole me 
dello errore altrui gastigare , acqueterete , 
come giusto principe, l' impetuoso movi menc- 
io dello sdegno vostro , sì che affatto ne dove- 
rò libera andare. Cotali furono le parole della 
dolente 4rsinoe ; le quali tanto poterono nelP 
animo di Nicocle adoperare, che quantunque 
esso fusse crudele e rigido per natura, ed ap- 
presso pieno conferà Timocare di cruccio e dì 
mal talento , ebbero non di meno forza di 
fargli incontanente cadere il furore e l' ira m 7 
onde iscusandola lo amore , che al marito por- 
tava , da se la licenziò ; e poi quello stesso gior- 
no fece il principe le guardie morire , perchè 
si avevano lasciato ingannare. Ma non con- 
tenta Arsinoe ancora di avere il suo marito 
dalle mani del tiranno campato, non passò 
molto tempo che sentì di lui novella j e le per- 
venne a notizia dove Timocare fuggito dalla 
patria dimorava. Per la qual cosa cominciò 
tutta ardere di disiderio di vederlo 5 e quando 
tempo le parve di dover dare effetto al suo di- 



FIORENTINO. 23 1 

sio contra il consentimento della madre , sì 
vestì un giorno di abito virile, e togliendo in 
sua compagnia un fedel servo , già stalo per 
avanti del marito , si fuggì secrelamente di 
casa ed andò a ritrovare Tnnocare. Ove si può 
comprendere, quali fussero le strette acco- 
glienze dall' una e dall'altra parte fatte, e con 
che festa essa ricevuta ne fosse, vedendosi il 
marito davanti la cara moglie, che non sola- 
mente avea a lui liberata la vita , ma quella dì 
lei ancora avea saputo salvare. Da che si vede 
che contendendo in costei queste virtù, lo 
amore del marito e la magnanimità, mentre 
ciascuna di quelle avea , verso di luì il suo uf- 
ficio fornito , la fecero degna d' essere anzi di 
Timocare marito , che moglie. 



SER GIOVANNI FIORENTINO. 

Come nacque parte Guelfa e parte Ghibel- 
lina . e come il maladetto seme venne e 
cominciò in Italia. 

Neil' Alamagna furono già due carissimi 
compagni, i quali erano gentili e ricchi , e 
vicini 1' uno all' altro un miglio, e Y uno ave- 
va nome Guelfo e l'altro Ghibellino. Avvenne 



233 NOVELLE. 

che tornando loro un dì da cacciare, ebbero 
quistione insieme per una cagna , e dove che 
prima egli erano compagni ed amici , diven- 
tarono nimici , e sempre attesero a inimicare 
1' un 1' altro; e vennero in tanta divisione, che 
P uno e 1' altro faceva le invitate e le raguna- 
te grandi di loro amici , per farsi guerra insie- 
me. E moltiplicò tanto questo scandalo , clre 
tutti i signori e baroni dell' Alamagna ne ven- 
nero divisi per questo , però che 1' uno te- 
neva con Guelfo, e l'altro con Ghibellino, ed 
ogni anno ne morivano assai dell' una parte 
e dell' altra. Ora. veggendosi Ghibellino ol- 
traggiare da Guelfo, e parendogli che Guel- 
fo avesse più potenza di lui, raccomandossi 
alP Imperadore Federigo I.°, il quale re- 
gnava a quel tempo. Perchè veggendo Guelfa 
che Ghibellino s' era raccomandato all' Im- 
peradore , mandò a Papa Onorio II il quale 
era in discordia con l' Imperadore , e a lui si 
raccomandò e significò il fatto come stava. Do- 
ve il Papa intendendo che l' Imperadore aveva 
presa la parte de' Ghibellini, pre-se anche egli 
la parie de' Guelfi. E quindi derivò che la Se- 
dia Apostolica è Guelfa, e l' Imperio Ghibelli- 
no. Sì che quella maladetta cagna fu origine 
e fondamento di parte Guelfa e Ghibellina. 
Ora avvenne che negli anni di Cristo 1216 il 



FIORENTINO. 285 

detto seme venne in Italia in questo modo. 
Essendo podestà di Firenze messer Guido Or- 
landi (ed era un grande e bello ufficio l'esser 
podestà di Firenze) era in casa di Buondelmon- 
te un cavaliere eh' aveva nome messer Buon- 
delmonte, il quale era bello e ricco e valoroso; 
il detto messer Buondelmonle giurò una fan- 
ciulla de gli Amidei per moglie, e impalmol- 
la , e promise con quelle solennità che s' ap- 
partengono intorno a ciò. Passando poi messer 
Buondelmonte un giorno da casai Donati, una 
donna la quale ebbe nome madonna Impac- 
cia , vide messer Buondelmonte , e chiamollo 
e disse: Messere, io mi maraviglio forte di voi, 
come voi vi siate inchinalo a tor per moglie 
una , che*non si confarebbe a scalza ivi ; ed io 
v'aveva servata una mia figliuola , la quale io 
voglio che voi veggiate. E subito chiamò que- 
sta sua figliuola la quale aveva nome la Giulia , 
bella e vaga quanto fanciulla di Firenze , e mo- 
strolla a messer Buondelmonte e disse : questa 
vi serbava io. Perchè messer Buondelmonte 
veggendo questa fanciullate ne fu innamo- 
rato , e disse : madonna io sono apparecchiato 
di fare ciò che voi volete, e innanzi che si par- 
tisse la tolse per moglie , e dielle 1' anello. Sen- 
tendo gli Amidei che messer Buondelmonie 
aveva tolta un' altra moglie , e non voleva la 



284 NOVELLE, 

loro , furono insieme, e con loro altri amici e 
parenti si consigliarono di vendicarsi di questo 
che aveva fallo loro messer Buondelmonte. 
Nel qua! consiglio si trovò Lambertuccio Ami- 
dei , e Schiatta Ruben i e '1 Mosca Lamberti , 
ed altri assai. E chi consigliava che si gli desse 
delle busse, e chi diceva che si gli desse un 
colpo nel volto , e chi diceva una cosa , e chi 
un' altra. Ove si levò su il Mosca Lamberti, e 
disse : cosa fatta capo ha: quasi volendo inten- 
dere, che uomo morto non fa mai guerra. Fu 
preso dunque partito d' ucciderlo, e così fu 
fatto , che tornando messer Buondelmonte una 
mattina di Pasqua da mangiare d' olir' Arno 
da casa Bardi , essendo in su un palafreno tutto 
bianco , ed egli vestito d' una roba bianca, es- 
sendo a pie del ponte vecchio , di qua dov' era 
una statua di Marte , la qual adoravano i Fio- 
rentini quando erano pagani , ed era dove oggi 
si vende il pesce , uscì addosso a costui una bri- 
gata, e liraronlo a terra del cavallo , e quivi 
l'uccisero ; di che Firenze n'andò a remore per 
la morte di questo messer Buondelmonte. E 
per delta morte si divisero le nobili famiglie e 
casati di Firenze; echi tenue co'Buondelmon- 
ti , i quali si fecero capo di parte guelfa , e chi 
tenne con gli Amidei , che si fecero capo di 
parte ghibellina. Quei che tennero parte guel- 



FIORENTINO. 2§5 

fa, furono questi : Buondelmonti , Nerli , Ja- 
copi , Deti, Rossi, Bardi , Frescobaldi , Mozzi, 
Pulci , Gherardini , Foraboschi , Bagnesi , Gui- 
datiti, Sacchetti, Manieri, que' da Quona , 
Luccardesi , Chiaramonlieri , Cavalcanti, Com- 
piombesi, Giandenati, Scali, Gianfigliazzi , 
Importuni, Bosticchi,Tornaquinci, Vecchiet- 
ti, Tosingbi , Arigucci , Agli , Astimari, Bis- 
domini, Tedaldi, Cerchi , Donati , Arighi e que' 
della Bella. Tutte queste famiglie con altre po- 
polane per la morte di messer Buondelmonte 
si fecero guelfe. E quelle che diventarono ghi- 
belline furono queste : gli Uberti , Amidei , e 
ne furono capi i conti da Gangalandi , Ubria- 
chi , Mannelli, Fifanti, Infangati, Malespini, 
que' da Volognana , Scolari, Guidi, Galli, 
Capiardi, Lamberti, Soldanieri , Cipriani , 
Toschi , Amieri , Palermini , Migliorelli , Pi- 
gli , benché parte di loro si fecero poi guelfi , 
Barucci , Catani , e Catani da Castiglione , 
Agolanti , Erunelleschi , benché poi si faces- 
sero guelfi , Ca pensaceli* , Elisei , Abati , Te- 
daldini , Ginochi , Galigai. Tutti questi di- 
ventarono ghibellini per la morte di messer 
Buondelmonte-, dove si vennero partendo e di- 
videndo tutti i signori e popoli d'Italia, riem- 
piendosi di questo mal seme, e tulli i Guelfi 
tennero con Santa Chiesa ? e i Ghibellini con 



236 NOVELLE. 

io Imperadore. Si che ora hai udito che per una 
cagna si cominciò parte guelfa e parie ghibel- 
lina nell'Alamagna , e poi in Italia nacque per 
una femina come detto è di sopra. 

Democrate di Ricanati delibera di dare una 
caccia di animali selvaggi a certi signori 
forestieri. Muore di questi un orsa grossis- 
sinia. Alcuni masnadieri fanno disegno di 
rubare Democrate. Un di loro si veste della 
pelle di essa 3 e messo dagli altri in una gab- 
bia , si presenta a D< mocrate , fingendo 
che gli mandi quesV orsa un Albanese suo 
amico. La notte introduce i compagni. Al 
rumare accorre un fante , e va a raccontare 
che V orsa è fuori della gabbia. E uccisa 9 
ed allor si scuopre V infelice masnadiere 

Nella città di Ricanati era un gentil uomo 
chiamato Democrate, il qual era ricchissimo e 
liberale dei beni eh' egli aveva; e perchè era 
il primo nella sua città , ogni anno faceva fare 
giuochi e spettacoli, de' quali si dilettava molto. 
Or avvenne eh' e' si deliberò di fai* un giuoco, 
ovvero caccia grandissima d' animali selvaggi , 
nella sua città , per onorare certi signori fores- 
tieri che vi dovevano venire. Per la qual cosa , 
da diversi luoghi , aveva con grandissima spesa 



FIORENTINO. 267 

congregata una gran moltitudine d' animali 
selvaggi, fra' quali v' erano molli orsi- ma di- 
morandosi più che non si credeva , quei signo- 
ri, per cui principalmente voleva fare questa 
caccia , stando le fiere chiuse, molte se mori- 
vano, ed essendo gittate in luoghi publici , 
molti poveri le raccoglievano , e per mangiarle 
le scorticavano. Essendo adunque morta un' 
orsa grossissima e terribile da vedere, una bri- 
gata di masnadieri, che poco fa erano venuti 
nella città , fecero disegno per mezzo di quesl* 
orsa, col lor ingegno, rubare Democrate, per lo 
modo che procedendo tu intenderai. Egli pre- 
sero quest* orsa morta, e se la portarono al loro 
alloggiamento e destramente la scorticarono 
lasciando però i piedi e'1 capo intieri; ed avendo 
nettata la pelle da ogni carne, la sparsero di 
cenere, e la posero al sole ad asciugarsi, e fra 
quel mezzo attesero a darsi buon tempo, man- 
giando la carne. Come la pelle fu asciutta , 
come già fra loro s' erano convenuti, posero in 
quella uno di loro che si chiamava Trasileo, e 
diligentemente lo cucirono entro , e con le 
folle setole ricopersero la cucitura , tal ch'ella 
non si poteva vedere; ed al luogo dov' era stata 
tagliata la gola all'orsa , fecero entrare il capo 
di Trasileo, lasciandogli luogo d'onde e' po- 
tesse spirare e vedere j tal che iorfecero parere 



288 NOVELLE. 

Oli' orsa vera. Dopo questo comperarono una 
gabbia , e dentro ve '1 misero. Ed avendo con- 
dotta la cosa fin a questo termine, per compi- 
mento del loro inganno ebbero indicio d' un 
cerio Nicànore, albanese, il quale si diceva te- 
nere grand' amistà con questo Democrate , ed 
era nei suoi paesi un gran cacciatore. Fecero 
adunque questi ladri certe lettere, che mostra- 
vano che quel suo amico lo facesse, per cagione 
della festa eh' egli ers^per fare } partecipe della 
sua caccia. Essendo poscia vicina la notte, 
questi masnadieri portarono la gabbia con 
quell' orsa fitta , e con quelle lettere a questo 
Democrate, il quale lodata la grandezza della 
bestia, e rallegratosi dell' opportuna liberalità 
dell' amico , comandò che a quei che l'avevano 
condotta, fossero annoverati dieci ducati, e 
che la gabbia con Y orsa fosse portata fuori ov' 
erano 1' altre. Uno di quei ladroni disse : guarda 
signore che essendo ella , e per le gran vampe 
del sole, e per la lunghezza del cammino assai 
stracca, che tu non la metta tra la moltitudine 
dell' altre, le quali anco secondo eh' io ho in- 
teso , non sono molto sane; perchè ella è da 
mettere qua in casa in qualche luogo aperto, 
dove spiri alquanto d' aere, essendo simil sorte 
di bestie use dimorare tra folti boschi e fresche 
spelonche. Considerando Democrate che molte 



FIORENTINO. 289 

ve ne erano morie , consentì alle parole di 
costui; però disse che la dovessero riponere 
dove a loro pareva che la stesse meglio. Allora 
essi la riposero in un certo cantone della casa, 
di donde Trasileo poteva vedere in qual luogo 
si riponevano i vasi d'argento che si levavano 
della mensa del padrone che molti ve n'aveva 
e di gran prezzo ; poscia dissero : noi siamo ap- 
parecchiali, quando faccia bisogno, di starci 
appresso, perchè sappiendo la natura sua, po- 
tremo, or eh' ella è stracca ed affaticata, por- 
gerle il cibo, quando ne parrà il tempo oppor- 
tuno. Rispose Democrale : non ci è mestiero 
della fatica vostra ; perchè lamia famiglia, per 
la consuetudine di governare simili bestie, sa 
ormai ciò che le fa bisogno; e detto questo, i 
ladroni si partirono ; ed uscendo fuori della 
città un poco, vi venne veduta in un luogo ri- 
posto , così un poco fuor di strada appresso a 
una chiesuola, una sepoltura; ed essi levatole 
il coperchio, che per la lunghezza del tempo 
era tutto guasto, trovato che 1' ossa de' morti 
erano divenute tutte in polvere, fecero pen- 
siero che quel fosse assai opportuno luogo per 
nascondere ciò che fuor della casa di Demo- 
ciate avessero portato. Avendo adunque osser- 
vato il più tenebroso tempo della notte, quello 

i5 



20,0 NOTE! LE. 

cioè , nel quale il sonno col primo impeto 
s' insignorisce de' mortali, s' appresentarono 
armali co' loro islrumenli avanti alla casa di 
Democrate : né minor diligenza fra quel mezzo 
aveva usata Trasileo ; perchè era uscito della 
gabbia quando comprese che lutti dormivano, 
e con un coltello aveva scannato il portinajo, 
poscia avendo aperta la porta , aveva introdotti 
i suoi compagni. Entrati questi masnadieri in 
casa di Democrate , Trasileo gì' insegnò una 
guardaroba nella quale év èva veduto riponere 
1' argento ; ed essi avendo con suoi ferramenti 
aperto 1' uscio , si caricarono di ciò che poterò 
portare, ed andandosene a quella sepoltura 
detta di sopra , lasciarono uno di loro, mentre 
ritornavano a portarsene il resto , che vicino 
alla porta ponesse mente se in casa movimento 
alcuno nasceva 5 immaginandosi fra loro che 
Y aspetto di quell' orsa fosse stato sofficienle 
a tenere in tremore, se alcuno della famiglia 
si fosse desto per avventura. Ma essendosi allo 
strepito udito levalo un fante di casa , andò alla 
porta per vedere se v" era il portinajo,, e lo vide 
giacer morto, e vide quella bestia andar per 
casa-, per la qual cosa tacitamente si partì, ed 
andossenea raccontar agli altri ciò che egli aveva 
veduto. Né vi andò guari, che la casa fu piena 



DONI. 29I 

d'uomini con torchie accese tal che le tenebre 
sparirono via, né fu alcuno fra tanta gente, 
che venisse senz' arme ; ma alcuni con stanghe, 
altri con lancie e spiedi, e molti con spade 
ignude ; e più fecero venire grossissimi cani da 
caccia , e furono fra tulli intorno a quest* 
orsa , e con gran strazio 1' uccisero, ed egli mai 
non mandò fuori voce niuna. Ma egli aveva 
però posto tanto spavento nella mente di tulli 
quei che la videro che così morta niuno ardiva 
toccarla ; pur alla fine un certo beccajo volen- 
dola scorticare , spogliò il misero ed infelice 
masnadiero. 



ANTON FRANCESCO DONI. 

In Portogallo due cavalieri hanno nemi- 
cizia mortale fra loro. Uno di essi , ben- 
ché ingiuriato _, non potendo vendicarsi 
dell' altro , gli uccide il padre ed un fra- 
tello. Il Re bandisce che sia arrestato 
ovunque lo scellerato. Questi 3 incerto del" 
la vita ,per tutto 3 si presenta al suo ne- 
mico perchè V uccida piuttosto che veder* 
si strangolato dal nianigoldo. Egli, invece 
di ciò } V accompagna in luogo sicuro , ed 
ottiene dal Re un salvo condotto per ri- 
io* 



292 NOVELLE. 

chiamarlo e sfidarlo a balta glia. Compa- 
risce , lo vince , gli dona la vita , e gli 
ottiene anche dal Re il perdono. 

Furono due nobilissimi cavalieri nel regno 
di Portogallo , i quali forse anco oggidì vivo- 
no , ch'avendo inimicizia mortale concetto in- 
sieme, tutti quei modi operavano _, che loro 
parevano acconci a pigliare V un dell' altro 
vendetta , ancora che Funo di quegli , sì come 
intimato , maggiore studio vi ponesse , e per 
lo più non ispendesse il tempo in altro , se 
non a pensare d' alcuna via , che all' in lento 
suo lo conducesse. La quale tuttavia pensando 
gli pareva più aspra e più difficile riuscire , 
veggendosi inferiore e d' animo e di forze all' 
inimico, e d' amici e di facultà né anco supe- 
riore. Perchè sentendosi tale , ed ognora più 
disperando di arrivare al desiderio suo, cono- 
scendo anco che all' inimico cavaliere da solo 
a solo non era bastante a fare danno alcuno , 
dt liberò come poteva il meglio saziare la cru- 
deltà del cor suo bramoso di vendetta. Là on- 
de , benché virtuoso ed onorato fosse, acce- 
cato non di meno dal nostro avversario auli- 
co , un giorno gli venne pensalo del modo; ed 
al pensiero incontanente seguì il vergognoso 
filetto. E ciò fu che venendogli in acconcio 




DONI. / 2g5 

il farlo, uccise di nascoso e di notte tempo il 
padre e' 1 fratello dell' inimico suo, i quali se- 
curi e senza sospetto vivendo, di lui guardia 
alcuna non prendevano. Commesso eh' egli 
ebbe sì vituperoso delitto , e venuta la nuova 
agli orecchi del Re e della corte, subito per 
parte di sua Maestà andò un bando , che in 
ogni parte del regno suo , dove si ritrovasse il 
cavaliere colpevole, sotto pena di ribellione 
ed altre gravissime pene , gli dovesse essere 
presentato ; e senza indugio alcuno furono 
mandati sergenti a cercare diligentissimamente 
di lui. I quali facendo il loro ufficio noi sep- 
pero ritrovar giammai. Aveva il malfattore, 
dopo successo il fatto , tra se medesimo molte 
volte pensato, come gli era impossibile che 
fuggisse 1' ira del Re e conseguentemente il 
gastigo della giustizia-^rer che fatto diversi 
pensieri, e nessuno parendogli buono a sal- 
varsi la vita , finalmente come di gran core ch , 
egli era pure , deliberò fra se stesso di volere 
più tosto morire per mano del suo inimico, 
che a guisa di persona infame essere straziato - a . 
per mano del manigoldo e della giustiziandosi [ [n 
più animoso che consigliato, fatto animo alla 
sua deliberazione, secretami ente andò a ritro- 
vare il suo nimico, e presentatogli un pugna- 
le , gli disse che di lui facesse quella vendetta 



20,4 NOVELLE, 

che P oltraggio fatto gli avea meritato. Il ca- 
valiere, vedendosi innanzi agli occhi chi tanto 
P avea offeso, fu molte volte vicino a conten- 
tare P appetito suo del sangue di colui , ma 
sendo virtuoso e di nobil core, veggendo che 
ciò non gli ritornava a onore, rivolto a lui, 
che tuttavia gli stava innanzi disarmato, disse : 
unqna non piaccia a Dio che io mi lordi le 
mani nel sangue d' un tuo pari 5 perchè leva- 
tolo su , e fattolo securo della vita , seco stesso 
propose di mostrare in altro e più onorato 
modo la grandezza dell' animo suo. Là onde 
aspettato tempo comodo, fatto montare a ca- 
vallo P inimico, P accompagnò fuor de' con- 
fini del regno. Poi ritornato addietro , andò a 
ritrovare il Be ? e gli ragionò in questo modo : 
Sacra Maestà, io ho inteso che '1 cavalier mio 
nemico è ridotto in securo , e fuor del vostro 
regno ; e non saprei dir come , tale che egli 
ora si può molto bene stare allegro d' aver 
commesso sì crudel scelleraggine , e d' essere 
sicuro dalle mani della giustizia vostra*, però 
le domando una grazia , ed è questa , eh' a lei 
piaccia farli salvo condotto sopra la fede sì eh* 
io lo possa chiamare a singoiar battaglia , e 
vendicarmi con P ajuto di Dioe col favor della 
ragione di così fatto oltraggio; con questa 
condizione , che se la sorte ed il valor suo gli 



DONI. 295 

daranno di me vittoria , la Maestà Vostra si 
degni perdonargli , e rimettergli ogni delitto; 
e s' io lo vinco, possa far di lui il voler mio. 
Il Re benché il malfattore non meritasse tal 
grazia , non di meno intendendo la nobiltà 
del cavaliere offeso , deliberò compiacergli ; e 
così gli fece carta dì salvo condotto. Il cava- 
lier magnanimo , ottenuto eh' egli ebbe la 
domanda sua , incontanente mandò cartelli , e 
sfidò V inimico in campo securoed aperto, 
facendolo chiaro e della securtà , e delle con- / f*J 

dizioni impetrate per lui dalla Maestà del Re,\ * tC 
Così non passarono molti giorni, che venuto 
il dì della battaglia , 1' uno e l'altro si presentò 
alla presenza del Re e della corte, e quivi am- 
bedue valorosamente combattendo , volse così 
la ragione , che il cavaliere oltraggiato, poi 
eh' ebbe in due luoghi della persona ferito l' 
inimico e mandatolo in terra, postoli sopra, 
lo fece arrendere , ed ebbelo prigione, secon- 
do le convenzioni. Là onde presolo per mano, 
e presentatolo al cospetto del Re, disse pubbli- 
camente che lo ritornava in sua libertà ., e gli 
donava la vita ; ed appresso pregò sua Maestà 
che gli perdonasse. II Re maraviglialo d'atto 
sì generoso , volentieri gli compiacque. E questi 
cavalieri furono poi grandissimi e leali amici; 
e forse sono ancora, se l'uno e l'altro vive. 



296 NOVELLE. 

GIULIA BIGOLI1NA. 

Raccontata nelV amenissimo luogo di Mira- 
bello. 

Fu dunque già dugenlo e più anni nella 
città nostra di Padova , a tempo che sollevata 
dalla strage d' Eccelino , e non pervenuta an- 
cora alle mani de' Carraresi , ella si governava 
a repubblica , signoreggiando molti castelli e 
alcune città circonvicine con molta sua gloria 
e soddifazion di tutti , un giovane della nobil 
famiglia de' Vitaliani , chiamato Tesibaldo, al 
quale siccome Iddio e la fortuna erano siati 
sommamente favorevoli e nel farlo nascere il 
più bello e grazioso giovane che fosse mai 
stato per avanti veduto , e si potesse sperare 
forse di vedere per 1' avvenire , così avea egli 
con sì meraviglioso artificio atteso ed alla 
cognizione delle lettere , ed alla istruzione 
delle armi , una e V altra sommamente con- 
venevoli alla vita cittadinesca , che era ripu- 
tato di gran lunga avanzare gli altri tutti. Da 
queste sue rare bellezze congiunte a così cilia- 
re doti di animo procedeva eh' era non pine 
stimalo ed onorato da tutti i cittadini , ma 
era singolarmente amalo da ogni condizione 






BIGOLTNA. 297 

di donne, ma da quelle principalmente che 
erano da marito , ognuna delle quali riputava 
sé felice oltre modo , se -avesse potuto ardire — f 
di sperare grazia di così avventuroso giovane^ 
Accompagnava egli la bellezza e dottrina con sì 
mirabil arte, che furono molti che dubitarono 
che piuttosto fosse celeste che umana crea- 
tura ; e come sempre rimaneva superiore in 
qualunque delle più ardite disumazioni , che 
molte e frequenti aveva nelle scuole , e nelle 
deliberazioni della repubblica, nella quale ave- 
va sempre onorato luogo , così in danzare , 
giostrare , in lottare non era alcuno che più 
"ardisse di seco contrastare, però che era altret- ^ . 
tanto destro, agile, forte e gagliardo, quanto lì/ -, 
dotto , arguto e ingegnoso.V Avea fatto egli jW^ 
fermo proponimento di non maritarsi giam- 
mai , benché fosse e solo e ricchissimo : però 
fece lungamente resistenza grande a qualun- 
que donna che per marito lo ricercava : anzi 
essendo da molte vie di continuo combattuto » 
di lasciarsi almeno amare , dimostrò sempre 
di non aver cosa alcuna che maggiormente lo 
travagliasse di questo :£ in questo suo fermo 
parer fermato visse qualche anno lontano da 
sì gran travaglio. Avvenne pure che vinti e 
superati gli Scaligeri dalla Repubblica Pado- 
vana in quella ìnemorabil sempre , e sempre 

il. 






2Q& NOVELLE. 

gloriosa guerra , giudicarono i Padri della re- 
pubblica (seguendo in questo le vestigie de' pas- 
sati ) che fosse ben fatto di far pubbliche feste, 
e di bandire onorate giostre in segno di così 
grande allegrezza alla città. Però daio ordine 
alle feste , che sempre hanno fatte grandi e 
onorevoli per la speziai grazia che ha avuta 
questa città di aver sempre copia grande di 
belle donne, fecero di più bandire per il primo 
giorno di Maggio una pubblica giostra , il 
prezzo della quale fu una pezza di panno 
d' oro foderata tutta d' ermellini , con una co- 
lomba d' oro in cima , che aveva in bocca un 
ramo d'olivo carico di smeraldi. Alla gran- 
dezza di questa giostra concorsero molli e > 
onorati principi e cavalieri di molte parti.V 
Traltanto non restavano i giovani a questo 
deputati di fare onorevoli feste in coite delti 
Signori; a una delle quali danzando Tesibaldo 
a caso con Giulia Camposampiero , unica fi- 
gliuola al cavalier Tito non manco bella che 
artifiziosa , avvenne che ora mirandola fissa , 
quando ragionando con lei che parlava accor- 
tamente , s' avvide Giulia , eh' era mutato in 
parte il molto rigore di Tesibaldo. Però dive- 
nuta animosa ebbe ardir di dirgli che per suo 
amore fosse contento di dimostrare il suo va- 
lore nella giostra. A questo non ebbe vive ra- 



B1G0LTNA. / 295 

gioni dì contravvenire il Vitaliano • anzi con- 
vinto e violentato promise di soddisfare in 
maggior cosa. Contenta Giulia di quesla pro- 
messa , e finito il ballo , giudicò esser benissi- 
mo fatto di sollecitar V amor suo. Tesibaldo 
veramente quando combattendo con gli studj 
della filosofia procurava di resistere alle fiam- 
me di amore , ora contemplando le bellezze di 
Giulia , eli' avea accompagnata alla bellezza 
una viril dispostezza , si fermava in proponi- 
mento di amarla 5 ora riducendosi a memoria 
la vita sua passata , deliberava di rimoversi 
dalla sua promessa; ora considerando l'effi- 
cacia della fede data di dover giostrare , giu- 
dicava d' esser astretto a farlo di maniera che 
combattuto da questi due così gravi pensieri, 
e stando nel fare che questo cedesse a quello , 
finalmente mirando in quella dubbietà gli' oc- 
chi di Giulia, conobbe nel vivo raggio di quelli 
esser descritto, donde mancar tu tratti di quel 
che sei obbligato ? E però risoltosi e d' amarla 
e di dover giostrare, ebbe ricorso a M. Daulo 
de' Dotti suo strettissimo parente, col mezzo 
del quale fatta secretissima provisione di ca- 
valli ed armadure ebbe comodità di apparec- 
chiarsi alla giostra che già era principiata ; 
e nella quale per giorni tre continui fu da 0- 
gnuno riputato vincitore Lucio Orsino, gentil- 



300 VOVELLE. 

uomo romano t col quale oramai non compa- 
riva alcuno che ardisse di contrastare. Poco 
prima che al fine de' giorni tre comparse final- 
mente Tesibaldo, tutto armato d' armi bian- 
che , con una sopravveste di raso medesima- 
mente bianco , ricamate tutte d'oro con l'elmo 
eh' aveva una man d'avorio con un motto che 
diceva TU sola puoi. Fu così subito all' ap- 
parire conosciuto da Giulia , come dal resto 
della città tutta fu riputato cavaliere incogni- 
to. Ora dati i segni della tromba si venne 1 Or- 
sino , e Vitaliano ad incontrare con le grosse 
lance di tal maniera, che rotte quelle in mille 
pezzi alfine fu astretto di cadere in terra l'Or- 
sino. Per la caduta del quale subentrò Tesi- 
baldo nelP obbligo di mantenere la sbarra , 
e quella sera istessa molti abbattette da ca- 
vallo , e fece il simigliarne il seguente giorno , 
di modo che fu ragionevolmente pubblicalo 
vincitore della giostra. Per la qual pubblica- 
zione avvenne , che conosciuto da In Ha la 
città fu senza fine allegra quella vittoria, sì per 
le condizioni del Vitaliano , come per onore 
universale. Ma come fu di contento quesla vit- 
toria a tutti , così fu di disturbo e dolore all' 
Orsino , il quale fra se medesimo concluse di 
non lasciar inai senza vendetta quella caduta. 
Vittorioso adunque Tesibaldo della giostra , 



bigolina. 5oi 

ma vinto dall' amor di Giulia , ebbe poco di 
poi comodità di esser in casa di lei , ove fa Ite 
secrete nozze secretamente anche la fece di 
donzella donna. Ma mentre che spesso fre- 
quentavano questi novelli amanti e sposi questi 
reiteramenti amorosi , venne nuova alla Re- 
pubblica che SigismondoJmperatore, era giun- 
to a Bologna da Eugenio IV, e per coronarsi ,"/^ 
e per dare ordine a molti loro importanti ne- 
gozj. Giudicarono però eonvenevol cosa i Padri 
della Repubblica di far elezion di quattro am- 
basciatori , i quali subito andassero ed a quella 
coronazione , ed a fare uffizio con Sigismondo 
di rallegrarsi dello imperio poco prima ca- 
duto nella sua persona. Furono perciò eletti 
M. Giacomo Dotto, M. Gio. Francesco Capo 
di Lista , M. Ruberto Trapolia , uomini gravi 
e vecchj , ed a loro fu aggiunto Tesibaldo per 
compagno, a' quali fu dato ordine espresso di 
partirsi subito. Dispiacque questa elezione a 
Giulia sopra modo, ma con la certezza che 
presto dovesse ritornare si consolò molto. Ora 
fatta provision presta ed onorata da gli oratori, 
b J inviarono a Bologna , ove giunti ebbe carico 
Tesibaldo di soddisfare al desiderio della Repub- 
blicar«^er ciò messa insieme una eloquente ora- 
zione in lingua latina , in pubblica udienza alla 
presenza di Eugenio e di tutta la città fece di 



502 NOVELLE. 

tal maniera che fu giudicato, com'era uomo 
superiore a tulli nel parlare eloquentemente, e 
piacque sì 1' uffizio che fece e ad Eugenio e a 
Sigismondo , T che da quello indutli 1' uno e 
P altro più che dall' onorevolezza dell' amba- 
scieria (che era per il vero sommamente onore- 
vole, e per i vestimenti degli amhasciadori e di 
tutta la loro corte, e per tutti gli accidenti, 
come di cavalli , muli , ed argenterie ) volsero 
far tutti quattro gli amhasciadori loro cavalieri 
con molti privilegi. Venne a Padova fama di 
così egregio portamento di Tesibaldo, ed in- 
sieme la certezza della cortesia che infinita gli 
usava 1' Imperatore, di modo che avendo finito 
l 'ufficio suo 1' oratore, che seguitava ordinario 
di continuo l'Imperatore, elessero in luogo 
suo Tesibaldo , e subito gli fu dato comanda- 
mento che dovesse seguire l' Imperatore. Fu di 
travaglio questa nuova a Tesibaldo , ma di 
cruccio infinito a Giulia : queslo si doleva che 
desiderava di ritornare a Padova a dar compi- 
mento a' suoi sludj; questa si crucciava che 
morto il cavalier Tito, suo padre, intendeva di 
pubblicare le sue nozze. Ma astretto dalla viva 
forza de' comandamenti della sua repubblica , 
d' animo assai composto ritornò con V Inip'era- 
tore a Vienna , ed accasalo appi esso il palazzo 
imperiale faceva sempre operazioni degne di 



4/t¥***j^ BIGOLTNA. ' 3o5 

3ui ; né cosa alcuna mai domandò in nome 
de' suoi signori all' Imperatore che più ampia 
mollo non la ol tenesse. Sigismondo, parte per- 
la sua virtù , parte perchè era graziosissimo- 
Tesibaldo , sempre quando gli occorreva di ra- 
gionar di lui, con vive e vere ragioni conclu- 
deva che fosse impossibile , che si trovasse 
vivente alcuno che di gran lunga se gli potesse 
pareggiare. Udì questi lagionamenti Odolarica, 
sua figliuola , che era a quei tempi Ja più bella 
e più graziosa giovane che si potesse ritrovare, 
e senza averlo pur veduto s' accese talmente , 
che reputò se beata se poteva acquistare Y amore 
di sì lodato giovane. Però deliberata di volerlo 
vedere, avvenne , che il seguente giorno an- 
dando Tesibaldo all' Imperatore, non pur visto 
da Odolarica , fu riputalo angelo di cielo , di 
modo , che accese maggiormente le fiamme 
d ? amore tentò di avere comodità di vederlo 
quando lei voleva in casa sua, nella quale certe 
finestre del palazzo potevano guardare como- 
damente. Era usato Tesibaldo dipoi i suoi studi 
di attendere a molti onorevoli esercizi , quando 
giocava a saltare, quando ballava, ora maneg- 
giava cavalli, e mentre ciò operava, senza 
punto avvedersene era non pur veduto, ma 
ammirato da Odolarica. Fra tanto essendo 
sparsa per tutto il mondo la fama delle sopra 



5c4 NOVELLE, 

umane bellezze d' Odolarlca , e pervenuta all' 
orecchie dell' Orsino, riputò se felice se poteva 
aver luogo di donzello appresso di lei. Fugli in 
questo molto favorevole la fortuna, però con 
lettere simplici d'Eugenio fu non pur accettato, 
maraccomandatodall'ImperatoreadOdolarica. 
Era costume dello Imperatore di far molte e 
solenni feste a consolazion d' Odolarica ; però 
facendone una sera una più solenne delle altre, 
a quella invitato Tesihaldo , ma tardando egli a 
venire con molto dolore di Odolarica, fu lei 
astretta di commettere alt' Orsino, suo nuovo 
donzello, cheandasse a levarlo, il quale contento 
per il comandamento , ma dolente per 1' odio 
che portava a Tesihaldo, andò di subito a le- 
varlo , e fece sì eh' indusse Tesihaldo ad andar- 
vi, che per avventura pocosicuravavGtìmparse 
alla festa Tesihaldo a lume di torce<con la sua 
corte avanti eh' era fornita di fioriti giovani, 
vestito alla italiana di calze rosse coperte di 
velluto ricamato d'oro con un rohbone di so- 
pra pur di velluto cremesino foderato di lupi 
cervieri , ed aveva in testa un cappelletto d l 
pelo guernito di seta e d' oro. Al comparire del 
quale le donne tutte, che più noni' avevano 
veduto, conclusero , che mai più fosse stato 
veduto il più hello ed il più grazioso giovane ; 
il comun parlare delle quali sentendo Odola- 



BIGOLTNA. 3o5 

rica , maggiormente si confermava ed accen- 
deva nel suo amore. Ora principiato il ballo , 
al quale è lecito alle donne di levare un 
uomo, piacque all' Imperatore ed al resto de' 
principi che facesse Odolarica questo favore all' 
ambasciatore padovano di danzar seco ; la 
quale non aspettando d'esser molto astretta, 
con riverente inchino presentossi a Tesibaldo, 
e lo invitò a ballare : ma cortese egli levato di 
subito principiò in germana lingua da fui be- 
nissimo appresa a ringraziare la signora Odo- 
larica di sì gran favore, la grandezza del quale 
affermava di riconoscere e dalla cortesia di sua 
signoria , e dal rappresentar egli così onorata 
Repubblica, come quella di Padova. Da queste 
parole prese ardire Odolarica , e subito sog- 
giunse : anzi al vostro valore ed alle vostre bel- 
lezze dovete voi quest'obbligo, dalle quali accesa 
il primo giorno che vi vidi , il primo giorno 
medesimo me vi donai tutta , e non mi pen- 
tisco ora di averlo fatto, anzi tanto più sono 
contenta quanto che vedo il mio giudizio con- 
forme non pure a quello dell'Imperatore , mio 
padre , que vi ha concluso superiore a tutti in 
lettere, ma a quello di queste signore que vi 
concludono voi di bellezza contrastare con qual 
si voglia angelo del cielo. Però, onorato si- yf^ 
gnore , piaccia a voi d'esser contento eh' io vi 
serva ed accettarmi per vostrajidrques'te parole 



5o6 VOVELLE. 

mutossi Tesibaldo e più volte dubitò che da 
altri non fossero state intese, avendo lei par- 
lato altrettanto liberamente quanto ardita- 
mente : pure avveduto che non erano state 
ridite , principiò egli a rispondere in tal ma- 
niera : grave offesa fate , signora , alla vostra 
bellezza a ricercare che io per mia accetti vos- 
tra signoria alla quale sono indegno di ser- 
vire, e ben mostrate esser desiderosa di fa- 
vorirmi maggiormente poi che scherzando 
meco prendete giuoco di darmi ad intendere 
che quello diciate col core che con le parole 
esprimete. Soggiunse allora Odolarica inter- 
rompendo il parlar di Tesibaldo : piacesse a 
Dio che come parlo io da dovero , così foss' io 
da voi esaudita , che presto non tarderebbero 
ad aver fine i miei tormenti, anzi ora sareste 
voi mio. Non sopportò l'accorto ambasciatore 
che più continuasse Odolarica a parlargli ~in 
questa maniera, anzi le affermò que ad ogni 
altra cosa pensasse che a questa, però chea 
lei nata avventurosamente figliuola di sì grande 
Imperatore conveniva pensare di aver signore, 
e marito conforme alla sua grandezza. Finì 
fra tanto il ballo, e rimase da questa conclu- 
sione sopra modo dolente Odolarica, pensando 
ora una cosa, ora un' altra. Tentò vari mezzi 
i giorni seguenti per indurre al suo volere 
Tesibaldo, ma furono tulli indarno, però che 






BIGOLINA. 507 

ad Emilia, figliuola del duca d* Alba, che di 
quesle cose le parlò molte volle efficacemente , 
le diede risposta tale che intese che quando 
fosse egli più di ciò sollecitato, lo propale- 
rebbe al signor suo Imperadore. Avvenne poi 
che Odolarica soprappresa da molta maninco- 
nia gravemente infermò, né trovandosi medi- 
cina che la potesse sanare, anzi facendole ogni 
cosa nuocimento, Lucio Orsino che dell' amore 
suo s' era benissimo accorto, giudicò questa 
opportuna occasione e di acquistare la signora /J l 
Odolarica , e di vendicarsi col Vitalian/3rJ f erò 
fatto un giorno animoso , e condotto alleilo 
di Odolarica con queste parole cominciò a 
parlarle : Sacra corona , mal si ponno celare le 
forze d' amore, alle piaghe del quale non si 
trova rimedio che basti. So io , e me ne sono 
accorto che il mal rostro procede da mollo 
amor che portate al signor oralor Padovano ; 
né me ne maraviglio punto che voi savia ed 
accorta donna l'amiate : anzi mi maraviglerei 
se così non fosse, essendo egli tale qual' è. A. 
quest' amore pensando io , pietade molte volte 
ni' ha astretto a fare questo uffizio, il quale 
prego vostra Altezza che non giudichi presun- 
tuoso, perchè spinto da solo desiderio di ser- 
virla mi sono mosso a farlo. Voi dunque amate? 
Il mal vostro è amore? A questo poss' io darvi 



Oo3 NOVELLE, 

quel solo rimedio, eli' è bastante di sanarvi > se 
così vi piace : pero ditemi liberamente se così 
volete , e del resto lasciate a me il pensiero. 
Piacque ad Odolarica V accorto parlamento 
dell' Orsino, e desiderosissima d' ajuto non solo 
accettò le sue profferle, ma lo pregò grande- 
mente che facesse sì che suo diventasse Tesi- 
baldo , che in ricompensa di questo gli pro- 
metteva la signora Emilia figliuola del duca 
d' Alba per moglie. Lucio rispose che atten- 
desse lei a guarire , che quanto prima a lei bas- 
tasse 1' animo di venire di notte alla finestra 
che guarda sopra una corte, allora gli darebbe 
l'animo di dare Tesibaldo in suo potere. Rimase 
di questa promessa talmente consolata Odola- 
rica , che di là a pochi giorni non solo risanata, 
ma ritornata al pristino slato di bellezza fece 
intendere all' Orsino che facesse quanto aveva 
detto di dover fare. Contento l' Orsino fuori di 
modo , avuto fra tanto 1' abito medesimo , col 
quale comparse quella sera Tesibaldo alla fes- 
ta , per via d'un cameriero di quello vestito la 
notte medesima, secondo l'ordine dato andò 
a ritrovare Odolarica , la quale credendo che 
fosse veramente Tesibaldo lo ricevette in ca- 
mera allegramente , e continuò cosi più notti ; 
una delle quali però veduto pure a salire 
quelle scale con l'abito conosciuto da tutti di 



BIGOLIXA. 5og 

Tesihaldo, fu la seguente mattina detto all'Im- 
peratore , il quale non potendo ciò credere 
per le condizioni di Tesihaldo , si risolse di 
voler intendere se ciò vero fosse da Odolarica ; 
all'appartamento delle camere della quale an- 
dò , e seco principiò a trattare di darle per 
marito Odoardo , figliuolo del re d' Unghe- 
ria ; il quale per avventura per questa occa- 
sione avea mandati suoi ambasciadori a Vienna. c/ ; ^> - luta 
Rispose a queste parole Odolarica : Indarno 
tenta Vostra Maestà di darmi marito alcuno ; 
però che quale m'è stato conceduto da Iddio , 
tale l'ho avuto prima che ora : e bene che io 
sappia che vi debbe esser molesta cosa d'inten- 
dere , pure io vi faccio sapere che Tesihaldo 
è mio signore e marito , e con lui ho celebrato 
secrete nozze. Travagliarono queste parole l'Im- 
peratore talmente che fu più volte per incru- 
delire contro Odolarica -, ma pur vinto dalla 
ragione comandò di subito che secrelamenle 
fosse lei posta in fondo di Torre ; il che fu 
fatto. Ma non si dolse lei tanto di questo che 
non si dolesse maggiormente di quello che 
dubitava che accadesse a Tesibaldo ;«* casa del 
quale andò per comandamento del Im pera- 
dorè di subito il governatore della città , e senza 
difesa lo ritenne che a punto studiava , e lo 
custodi in orribii prigione. Si meravigliò Te- 



010 NOVELLE, 

sibaldo assai di questa ritenzione , né sapen- 
dosi immaginare la causa , stando in molto af- 
fanno fugli portata nuova , che piaceva alla 
maestà dell' Impera dorè , che fosse pubbli- 
camente non pur morto, ma arso. Dolente 
di questa nuova , ma consolato nella sua in- 
nocenza procurò , ma mai potè ottener gra- 
zia di parlare allo Imperadore ; anzi quanto 
più procurava , tanto più era repulsato. Do- 
vendosi dunque dar esecuzione a questa impe- 
riai sentenza, una mattina dappoi molto con- 
trasto dei consiglieri cesarei prevalse final- 
mente il parer d' uno che affermò non potersi 
di ragione far morire un oratore , se prima il 
Principe da lui rappresentato non intendeva 
la causa. Però ottenuto questo parere , sospesa 
l'esecuzione, furono subito inviati ai capi della 
Repubblica Padovana due oratori con lettere 
imperiali, nelle quali era dato pieno avviso 
non pure dell' eccesso dell' oratore, ma della 
capital condennazione , alla quale era piaciuto 
allo Imperadore di condannarlo. Giunti questi 
oratori a Padova, ed inleso così orribil man- 
camento dai capi della Repubblica fu non pur 
commendo la la condarinazion cesarea , ma 
fa Ita deliberazione di eleggere oratori che sup- 
plicassero V Imperadore e a dare a Tesi baldo 
maggior pena , e a credere fermamente che la 



BIGOLINA. 3ll 

Repubblica avesse di questa ingiuria conferita 
olire ogni sua aspettazione dolore infinito, -//^£, 
Fatta perciò questa cosa palese nella città , e 
pervenuta con molto rammarico all' orecchie 
di Giulia (benché si sentisse ella offesa grande- 
mente da Tesibaldo per questa imputazione ) 
argomentando per;) e concludendo che potes- 
te se esser che fosse Tesibaldo innocente di questa 
colpa , subito si risolse , comunicato questo 
suo parere con due suoi cugini della medesima 
famiglia de' Composanpiero , di andar a Vien- 
na vestita da uomo , concludendo se felice 
oltre modo , se dalle mani di quei che condu- 
cevano a morir Tesibaldo fosse lei prima mor- 
ta. Però fatta provvisione secreta d'ogni cosa 
necessaria , e principalmente d' arme e di da- 
nari andò a Vienna, a giungere alla quale non 
tardarono molto gli oratori eletti. Ma giunti 
subito pregarono io pubblico sua Maestà e ad 
incrudelire maggiormente contro il Vitaliano, 
e a perdonare alla signora Odolarica , la colpa 
della quale avevano commissione e d' allegge- 
rire, e d'attribuire tutto al troppo ardire di Te- 
sibaldo. Avendo dunque questi oratori eseguito 
questa commissione , poterò bene dall' Impera- 
dore ottener la condennazione di Tesibaldo , 
ma non già l'assoluzion d'Odolarica, contro la 
quale avea di già pubblicata la medesima sen- 



3 12 NOVELLE. 

lenza, cioè che fosse insieme arsa. Questa sen- 
tenza quella mattina medesima fu dato ordine 
che fosse eseguita. Però condotta al luogo so- 
lito in mezzo la piazza Odolarica vestita di 
panni neri ardita , ed affermando di aver ciò 
commesso che 1' era 1' opposto , ma negando 
di aver fallato , fu da tutti comunemente pian- 
ta, e tanto maggiormente, quanto che m lei 
si vedeva grandissima costanza .^Con do ttaal 
luogo del fuoco Odolarica, e partita la corte 
per condurvi medesimamente Tesibaldo , ac- 
ciò che legati tutti due ad un medesimo palo 
un fuoco medesimo gli ardesse ed abbruciasse; 
Giulia non pentita del suo proponimento , 
anzi fatta maggiormente animosa, vestita pur 
da uomo non sì tosto vide fuori delle prigioni 
il suo signore, tutto languido ed afflitto , che 
subito, messa mano alla spada, cominciò quan- 
do a ferire un officiale , quando ad ammaz- 
zarne un altro , di maniera, che non venivano 
altri in ajuto, lei sola ed abbandonala da suoi 
cugini avea liberalo lo innocentissimo suo con- 
sorte dalle mani di venti e più ufficiali : ma 
corsi altri non solo impedirono la sua libe- 
razione, ma la ritennero , e in quella prigion 
medesima la condussero , delle (piale a ve ano 
poco prima tiralo fuori Tesibaldo , il qual con- 
dotto al luogo medesimo ove era Odolarica , 



BIGOLINA. , 5l5 

e dovendosi allora dar esecuzione alla senten- 
za , corse un ufficiale a comandale che si so- 
prassedesse. Fra tanto meravigliandosi Tesi- 
baldo più di vedere nel medesimo travaglio 
Odolarica che se medesimo, cominciò Odola- 
rica a così dire : Mio signore, sarebbe a me 
questo tormento se non dolce , almeno manco 
nojoso , se in questo non vedessi voi ancora 
mio unico contento. Ma poiché così piace 
all' Imperador , mio signor e padre , che noi , 
quali avea congiunti insieme il voler di Dio , 
insieme corriamo un medesimo tormento nel 
morire, consolatevi e siate sicuro , che io più 
compassiono voi che me stessa. Da queste pa- 
role comprese Tesibaldo , che qualche falsa 
dimostrazione intorno ad Odolarica avea mos- 
so l' Imperadore ad incrudelire così atroce- 
mente e così ingiustamente. Però a lei rivolto 
così disse : Fin qui certo , signora , mi ha 
doluto non pur il morire e il modo del mori- 
re, ma anco il non sapere per qual cagione 
abbia V Imperadore contra di voi e me pub- 
blicata così atroce sentenza. Se per non aver 
io voluto assentire alle vostre preghiere ciò è 
accaduto, mi contento di quello che piace a 
sua Altezza : se veramente perchè abbia avuta 
qualche sinistra informazione di me e di voi , 
questo mi travaglia più del morire, e del mo- 

1* 



-•* 



5l4 ^^ NOVELLE. 

t do di morirej Rispose Odolarica , non accade, 
*TH*^r^ignWe, che neghiate quello eh' è fatto pa- 
lese a tu Ito il mondo per la mia causa ; anzi 
confessiate, come confesso io , che non me- 
rita il nostro amore così crudel fine; e così 
confessando siate sicuro d' esser maggiormente 
compassionato da tutti. A queste parole ri- 
spose Tesihaldo arditamente ed affermava che 
gli piaceva il morire , ma che gii dispiaceva 
che restasse impressione dell' animo degli uo- 
mini, che avesse egli usato tal viltade quale 
sarebbe stata di domesticarsi con la signora 
Odolarica sua signora , e sperava che Dio avria 
dimostrato miracolo di questa sua innocenza ; 
ma intanto che con efficaci parole s' affaticava 
l'innocentissimo ed eloquentissimo oratore di 
persuadere questo a tutti, allora un padre di 
Si Francesco uomo di molta religione affermò 
alla Maestà dell' Imperadore, che avendo con- 
fessato quell' istessa mattina 1' Orsino subilo 
poi venuto a morte per infermità , avea egli 
e passamente detto a lui , e pubblicato a tutti 
l'orribil tradimento fatto ad Odolarica ed a 
Tesihaldo , comprovando la verità di questo 
tradimento e con l'abito di Tesihaldo che si 
ritrovava ancora in casa , e con molte cose, le 
quelle tra no successe tra Odolarica , e lui. In- 
teso questo dall' imperadore , e certificato e da 



BIGOLINA. 5l5 

altri , e dall' aver ritrovato P abito istesso , 
comandò subito che fossero non pure liberati, 
ma condotti l'uno e V altro alla sua presenza,^'?. 
Giunti i quali cominciò l'Imperatore non pure ^^ 
a scusarsi con Tesibaldo , ma a domandargli 
perdono, avendo egli creduto che ciò che di- 
ceva la figliuola fosse vero. Tesibaldo vera- 
mente veduti i due oratori da lui benissimo 
conosciuti cominciò in tal guisa a parlare : 
Sacra Maestà , quello che possa Dio sopra di 
noi ho apertamente conosciuto in questo af- 
fare, nel quale ha piaciuto a sua Divina Mae- 
stà ad un medesimo tempo e di far prova della 
mia costanza , e di mostrarmi la sua pietade, 
non mi lasciando morire con tal calunnia. 
Ringrazio dunque sua Divina Maestà , ed all' 
Altezza Vostra affermo che non accade che 
meco si scusi per questo , che ha piaciuto a 
Dio di provare di me. Ben mi duole che inno- 
centemente abbia non pur patito, ma la si- 
gnora Odolarica insieme. Anzi soggiunse l' Im- 
peratore , voi solo altrettanto a torto foste da 
me condannato, quanto che giustamente Odo- 
larica, la quale però rimarrà condannata gran- 
demente , quando eh' ella intenda che creden- 
do d' essere stata vostra , sappia e conosca es- 
ser di Lucio Orsino ; come a voi Odolarica fi- 
gliuola non pur affermo ma con grave mia 



il. 



5l6 NOVELLE. 

dolore attesto. Il che inteso da Odolarica ed 
essendosi Lei di ciò certificata a vaij segni , de* 
r * .quali ne park; fra tanto il frate, fu talmente 
dolente , che manco dolente era prima ; ma 
Fa ccorto Imperatore trattò di consolarla dicen- 
dole pubblicamente : Odolarica , poi che così 
a voi son piaciute e piacciono tuttavia le bel- 
lezze e condizioni di Tesibaldo, io che sono 
a voi padre amorevole , mi contento ( se così 
a lui piace ) che voi che siete rimasa miraco- 
losamente vedova , siate sua moglie. A questo 
rispose Odolarica , ringraziandolo grandemen^ 
te : ina diversa fu la risposta di Tesibaldo , 
perciò che disse che non era in termine di 
accettare così gran cortesia, essendo obbligata 
la sua fede a donna , la quale se ben non era 
da eguagliarsi alla signora Odolarica , meri-» 
lava però per le degne sue condizioni di non 
esser ingannata. Dispiacque questa risposta a 
tutti , ma ad Odolarica più d' ognuno. Aveano 
frattanto i consiglieri Cesarei comandato, che 
quello che avea non pur violentato , ma ferito 
ed ammazzalo alcuni ufficiali fosse pubblica- 
mente decapitato-, quando che trattandosi di 
eseguire questa sentenza intese Giulia, mentre 
che era condotta al luogo destinato , eh' era- 
no tatti liberi e Tesibaldo ed Odolarica dalla 
pena del fuoco per la innocenza di Tesibaldo 3 



EIGÒLINA*. 3 17" 

e perciò supplicò ella che fossero conlenti quei 
minisi ri di far intendere all' Imperadore che 
avanti morisse intendeva palesargli importan- 
tissima cosa. Fu ciò riferto all' Imperatore , il 
quale si contentò : e condotta alla sua pre- 
senza Giulia , e di lutti i circonstanti , e benis- 
simo conosciuto Tesihaldo , cominciò a così 
dire : Sacra Maestà , sono io non uomo, ma 
donna; e quella donna, alla quale sola ha 
concesso Iddio sì maraviglioso signore e ma- 
rito coni' è Tesibaldo. Viva forza d' amore con- 
giunta ad una certezza che avea della sua in- 
nocenza m' ha indotto a far questo che ho io 
fatto. Pregovi dunque o che mi scusiate, o 
ciò ricusando il rigore delle vostre leggi-, che 
almanco soprastiate a questa sentenza per tre 
giorni , fin tanto che io dia alcuni ordini al 
mio signor consorte. Non poterò V Impera- 
tore e gli altri circonslanti tutti attenersi 
dalle lagrime , quando conobbero esser quella 
Giulia Camposanpiero. Ma sopra lutti Tesi- 
baldo , il quale corso a lei con licenza dell' Im- 
peradore non pure la liberò , ma condotta in 
camera della signora Odolarica , e vestitala da 
donna la ricondusse fuori , ove Y Imperatore 
non puri' assolse , ma la commendò grande- 
mente ; e di poi dato buon ordine fece per 
questo solennissime feste ; e volendo pur lutti 



3l8 NOVELLE, 

due ritornare a Padova non solo gli ornò loro 
e suoi discendenti di molti privilegi facendoli 
conti , ma li donò molle gioje e alcuni castelli. 
Per il che non pur ritornarono tutti e due a 
Padova felici e gloriosi , ma furono a quei 
tempi e dipoi altrettanto ornamento e splen- 
dore di questa città , come amplissimo testi- 
monio della nobiltà degli animi Padovani. 
Odolarica veramente visse il restante del tem- 
po in un monastero di venerande monache. 



GIO. BATISTA AMALTEO. 

Wranceschln da Noventa invola un cavallo a 
M» J e ronimo Ricino; lo vende a lui medesi- 
mo, e vassene e coi danari e col cavallo. 

Raro è che la volubil fortuna non s'opponga 
con inopinati accidenti a quelle medesime im- 
prese, a cui essa da principio mostrata s'era mag- 
giormente propizia. Qualora questointerviene 
ad uomini di pusillanima natura noi li veggiamo 
scoraggiali ed inviliti arretrarsi, e perder mise- 
ramente quel frutto delle passate fatiche , cui 
sarebbe ior per avventura venuto fatto di cor- 
rere non a vesserai di leggieri perdutele lusin- 
ghevoli speranze. A correggere una pusillani- 



ÀÀfALTEÒ. OTO, 

mila di tal fatta è molto acconcia la novella 
presente : essi mostra quanto vaglia la imper- 
turbabilità dello spirito non solo a trarci d'im- 
paccio allora che la sorte con subiti a ttra ver- 
samenti frastorna i nostri disegni, ma ezian- 
dio a rivolgere in nostro avvantaggio gli stessi 
sinistri , ond' ella ci minacciava.; 

Nella nostra città , più per antichità illus- 
tre, e per qnel che un tempo ella fu , che per 
lo presente stato, usava talora un certo Fran- 
cescano da Noventa , ladro il più scaltrito, e 
mariuolo il più tristo di quanti se ne trovasser 
giammai. Costui sentendo , che un nostro 
orrevol gentiluomo , chiamato M. Jeronimo 
Bigino , teneva un bellissimo palafreno ad una 
sua villa, dov' egli solea dimorare buona parte 
del tempo , siccome colui che della cultura de' 
campi dilettavasi molto, si pose in cuor di 
rubarglielo : il che sperava dovergli agevol- 
mente riuscire. Atteso pertanto il tempo in 
cui egli sapeva che M. Jeronimo non si tro- 
vava ne' suoi poderi , e presa notizia si del 
castaido e sì di colui che del destriere avea 
cura , come pur d'altre particolarità, che al 
suo intento facevano , andossene alia villa di 
M. Jeronimo; e quivi fattosi credere loro un 
suo domestico, venuto di fresco al servigio di 
lui , in nome del padrone chiese conto d'ai- 



32 NOVELLE. 

cune faccende , altre ve ne ordinò ; e fatto 
sembiante di aver eseguite le avute commi ssio- 
ni , contento per quel giorno soltanto di ciò , 
prese commiato. Ma la seguente mattina ri- 
tornatosi quivi alquanto per tempo , disse 
d'esser mandato da messer Jeronimo per il suo 
palafreno, cui egli doveva subitamente con- 
durgli in città. Diede il buon castaido pienis- 
sima fede alle costui parole _, e fattogli allestire 
il destriere, glielo consegnò , raccomandando- 
glielo il più che seppe. Franceschino assicu- 
ratolo che gli avrebbe quella cura che a co;-ì 
fatto destriere si conveniva , condusselo a 
mano per poco di via; ma come si fu dilun- 
gato alquanto dalle possessioni di M. Jeroni- 
mo , salivvi sopra , e datevi delle calcagna ne' 
fianchi , se n'andò di galoppo , né mai £>i ri- 
stette sino a che non fu giunto al Castel di Sa- 
cile. Credutosi quivi per allora in sicuro , e 
giudicò di dover dare alla faticata bestia qual- 
che riposo : il perchè se ne venne all' albergo. 
Non eravi peranche dimorato mezz'ora quan- 
do vi giunse inaspettatamente M. Jeronimo , 
da Franceschino molto ben conosciuto, come- 
chè egli non conoscesse costui. Se a questo 
ribaldo tremasse il cuore a tal vista non si do- 
mandi : pure veggendo che del cavallo nessuna 
inchiesta era fatta , ed udito avendo che il 



AMALTEO. 02 1 

Rigirio addirizzavasi per certe sue bisogne a 
Pordenone , lo sbigottito animo alquanto ras- 
sicurò. E perocché dubitava forte non fosse ri- 
conosciuto il destriero o dal padrone , o da un 
domestico eh' egli seco menato avea , sia che 
fuori ne '1 traesse per condurlosi via di quinci, 
sia che, lasciandolo nella stalla , o l'uno o 
l'altro d'essi due per sorte vi capitassino den- 
tro ; s'avvisò d'uno espediente ardito per certo, 
ma tuttavia il migliore che fosse nel suo caso 
possibile ad immaginarsi , e senza indugio il 
mise ad effetto nel modo che ora io dirò. Egli 
chiese di parlare a M. Jcronimo , e dall' ostie- 
re condotto dinanzi a lui , dopo di avergli fatta 
la debita riverenza , così gli disse: Messere, il 
mio padrone, mercatante di cavalli _, tiene un 
molto leggiadro destriero , del quale un fores- 
tiere che'lvide s' invaghì fortemente, e voreb- 
belo a tutti i pai ti. Ma perchè il detto mio pa- 
drone ha inteso da Gioacchino vostro castaido , 
voi averne un altro tanto simile a questo, che 
e' par proprio desso; pensando che voi aver 
potreste oltremodo caso di posseder una coppia 
di cavalli sì begli e di tanto perfetta rassomi- 
glianza ; egli , che vi porta molla venerazione, 
prima di darnelo ad altrui , ha voluto a voi 
profferirlo. E udito avendo che voi eravate par. 
tito d'Oderzo per gir vene a Pordenone , e non 

i4.. 



J22 novelle:. 

sapendo quanio poteste differirne il ritorno ? 
e dall'altro canto temendo, dove a voi non 
piacesse di comperarlo , non aver a perdere 
la opportunità di compiacerne il forestiero y 
che partiranne ben presto 5 hammi spedito 
dietro a voi col destriero incaricandomi di 
raggiungervi in qualunque luogo voi foste. Vi 
prego adunque che vogliate esser contento di 
■veder questo suo cavallo. A tai parole rispose 
M. Jeronimo che molto si protestava obbli- 
gato al mercatante di tanta cortesia che gli 
usava , e che assai volentieri vedrebbe il des- 
triere. Perchè Franceschino ito subito nella 
stalla , ne trasse il bellissimo cavallo , dopo 
di averlo alla meglio lisciato , cui M. Jeroni- 
mo 9 sceso nel cortile, avendo esaminato ben 
bene , fu pieno di maraviglia nel vederlo co- 
tanto al suo somigliante; ed anche il famigliar 
che era seco strabiliava nel trovar questo des- 
triere per sì fatta maniera conforme al pala- 
freno di M. Jeronimo : e se non fosse stato 
che il padrone era persona bonaria anzi che 
no , ed il servidore la balordaggine istessa ; si 
sarebbono di leggieri avveduti cliente si fosse 
il cavallo , che avevano innanzi. Maisì , disse 
allora M. Jeronimo , il tuo cavallo mi piace; 
ed appajato col mio , dovrebbe riuscirne una 
coppia assai bella. Giovami di comperarlo ; 



ÀMALTEO. 3 2 3 

quanto ne chiedi tu ? Rispose Franceschino : 
il forestiero n' ha proferti da quarantacinque 
fiorini , e sono ben certo che ne darebbe cin- 
quanta. Siavi assai , signor mio , che il mer- 
catante mio padrone v' abbia preferito a lui 
senza volere ancora che' egli vi ci discapiti. 
Disse allora il Bigino : cotesto non saria giu- 
sto : io son contento di darne i cinquanta fio- 
rini : ben mi pare che questa bestia li vaglia. 
Ri con durra ila al tuo padrone , e diraili eh' è 
mia. La vegnente settimana fa che io l'abbia a 
casa, e saravvene dato il pregio pattuito. Mes- 
sere , rispose Franceschino , e' farebbesi ap- 
punto così , se M. Giorgio mio padrone non 
avesse a partirsi prima , ed ire a Rovigo, ed 
a Ferrara , ed altrove , senza tornarsene in- 
nanzi che siano passati parecchi mesi; e voi 
ben sapete che i mercatanti hanno mestier di 
danaro pe' negozi loro continuamente : sicché 
quando a voi non aggradi noverar ora il con- 
tante , non può il cavallo esser vostro. Vieni 
dunque su meco , disse M. Jeronimo : io te lo 
annovero immantinente, e così fece : indi vol- 
sesi alP ostiere pregandolo di trovargli una 
fidata persona , che questo suo nuovo destriero 
conducesse ad Oderzo in casa sua. Messere , 
disse allora il dabben Franceschino , dopo aver 
messe via le monete , a voi convien per mio 



52 4 NOVELLE. 

avviso lasciarlo riposare sino a che si sia ri- 
storato alquanto del fatto cammino : allora 
potrà ripigliare la via. con minor disagio. Del 
ricondurlo poi lasciatene , se vi piace , la cura 
a me : non debbo io ritornarmi a quella parte? 
Menerollovi io stesso : egli mi fìa ben leggiera 
cosa il servire in ciò un tal signore per obbe- 
dire al quale desidererei di fare assai maggior 
cosa che questa. M. Jeronimo come quegli 
che, sendo di buona pasta , non suspicava di 
nulla , di buon grado accettò la proferta di 
Francescbino , e dopo di averlo fatto desinare , 
datagli convenevole mancia, 1 accomandagli 
caldissimamente il due volte suo palafreno , 
e partì. Francescbino , come tempo gli parve, 
salito sul destriero , alla volta d' Udine s'avviò, 
lieto dello avere con una sottil malizia non pur 
liberato se dalla vergogna e dal pericolo che 
gli soprastava s e salvato ad un tempo stesso 
il furato destriero , eh' era in procinto di per- 
dere allotta , ma inoltre buscati cinquanta bei 
fiorini. Coni' egli fu giunto ad Udine , rivendè 
il palafreno quaranta cinque fiorini , ed an- 
dossi con Dio , né poscia di lui s' intese mai 
più novella. M. Jeronimo spacciati a Porde- 
none gli affari suoi , a casa si ritornò, gronde- 
mente desideroso di vedere la bella coppia 
de' suoi destrieri , la quale . secondo eh' ei giù- 



BARGAGLI. Zi 5 

dicava , dovea riuscire una maraviglia. Ma 
qual si fu [la sorpresa e il dolore di lui allora 
quando ei comprese che , lungi dall' aver ac- 
quistato un altro cavallo n' avea perduto il 
suo ! Brievemente , egli s' ebbe ancora più 
a vergognare della beffa ricevuta e della pro- 
pria baloccaggine , che a dolersi della perdita 
fatta. E perchè più rimedio non iscorgeva al 
mal seguito , e conoscea mollo bene che per 
istiamazzar eh' ei facesse né il palafreno in 
istalla , né i quattrini in saccoccia gli tome- 
rieno , prese la risoluzione di starsene cheto, 
per non averne , se la cosa si divulgasse , col 
danno eziandio lo scorno. 




^ BARGAGLI SCIPIONE. 

Dopo grave e lunga inimicizia nata fra due 
nobilissime famiglie sanesi , V una de* 
Iiinaldini , V altra de' Tegolei } un giovane 
della prima ; chiamato TJguccione, nel con- 
correre ad una festa di campagna , vide a 
caso s e s' innamorò di Antilia y unica fi- 
glia e bellissima d' Ambrogio Tegolei 3 la 
anale contemporaneamente divenne accesa 
d' amore verso il giovane de' Rinaldini. 
Varii funesti accidenti che accaddero in 



526 NOVELLE. 

que c to scambievole amore : infine da Un 
savio medico fu con una ingegnosa inven- 
zione disposto Ambrogio ad accordare la 
figlia in moglie ad Uguccione; dal quale 
parentado ne nacque la riconciliazione fra 
quelle due famiglie, e gli amanti rimasero 
consolati e contenti. 

Furono nella nostra citlà , è già molto leni- 
to trapassato, due nobilissime famiglie, delle 
quali appena oggi vi si ritrova il nome. L'ima 
di queste de' Rinaldini, e l' altra de' Tegolei era 
nominata. Tra le quali famiglie nate erano e 
cresciute tuttavia gravi discordie e Serissime 
nimistà, in maniera, ch'una di esse, la quale 
fu la Rinaldina, venuta per le ricevute per- 
cosse mollo al basso, e battuta ognora mag- 
giormente dalla parte avversa , montata già 
in possente slato nel governo della repubblica 
in quel tempo le fu giuoco forza, piegando 
alla fortuna le spalle, con que' pochi de' suoi 
che dall' uccisioni n' erano salvi rimasti, fug- 
girsi della patria, ed in luogo ricoverarsi che 
più tornasse in acconcio de' fatti suoi. Questo 
si fu Colle di A aldelsa , lena posta come sapete, 
quasi nel confino del territorio nostro e di 
quello de' Fiorentini. Perciocché i R inaldini po- 
tevano quindi godersi alcuna parte de' 1 or beni 



LARGAGLI. 527 

materni, non istali come gli altri robati, arsi , 
o guasti , rimasi loro a Marmòraia , villa quivi 
nella montagnuola alquanto vicina. I Tegole! 
avevano di loro molli e belli poderi in Valdis- 
trove, castello allora, oggi villa , nove miglia 
lonlana dalla città , e la fortezza o rocca di 
quello era tenuta da loro, ed è presso a Colle 
due miglia. Stanti le cose in questi termini fra 
]e predette casate, eia in quella de' padroni di 
Strove un messer Ambrogio cavaliere , ricco 
mollo sì di contanti, sì d' altri beni , sì d' uti- 
lissime possessioni e riputato assai ed adoperato 
mollo nelle faccende pubbliche della sua cittadi- 
nanza ; ma si poteva dire scarso e povero di fa- 
miglia , altri figliuoli non si trovando avere che 
una fanciulla sotto la custodia della sua mo- 
glie, madre di lei. Ella tuttavia col vago a- 
spetto suo, colla dolce grazia onde eia som- 
mamente ornata , e colle sue leggi ad rissime 
maniere, sapeva tenere il padre e la madre 
molto consolali, il che faceva ella ognora mag- 
giormente 3 sì come in bellezze, in leggiadria 
ed in senno andava tuttavolta con gli anni 
crescendo , ed ormai ali* età era giunta di poter 
la compagnia del marito convenevolmente sos- 
tenere. Usava il cavaliere sì come usano lutti 
i nostri gentiluomini, di tenere in villa, là 
d* autunno la sua famiglia, ed egli v' andava , 



528 NOVELLE. 

ed alla città ne tornava , secondo che le co- 
muni oporlunità glielo permettevano. Avvenne 
dunque una volta che pervenuto il giorno di 
S. Martino , sendo la chiesa ivi del comune a tal 
santo dedicata , si celebrava festa solenne più 
dell' usato , e con tanta voce e sì fatto concorso 
de' vicini, che non era di quei contorni chi 
non si volesse quel dì ritrovare presente. Fra 
que' pochi uomini de' Rinaldini, che dicemmo 
ricoveratisi in Colle era un giovane d' età forse 
di ventidue anni, grande della persona , bello 
d'aspetto, avvenente assai, e corraggioso quant 
altro se ne sentisse , e sopra il suo potere n' an- 
dava ancora pomposamente ornato, il quale 
chiamavasi Uguccione. Questi, destato dalla 
voce della detta festa , si mosse in compagnia 
d' alquanti giovani Colligiani da' quali per le 
sue amabili qualità era ben veduto e prezzato 
assai e seguito, ed a Strove n' andò con essi in- 
sieme ben proveduto. Il giorno nel festeggiare 
e nel danzare che facevano , secondo il costume 
del paese, le genti così forestiere come paesane, 
venne per ventura ad Uguccione, nel voltare 
gli occhi ivi d' intorno, veduta Anlilia , che 
così nomata era la figliuola del cavaliere Tego- 
lei , la quale con altre nobili fanciulle circon- 
vicine, venute a dimorarsi quel dì con esso 
lei , si slava in una loggia che sopra la piazza 



BARGAGL1. %2g 

guardava , gioiosamente rimirando i balli delle 
citole contadine e de' garzoni loro amadori y 
che guidavano al suono di villaneschi stru- 
menti, colla speranza del dono che ivi a balla- 
rmi proposti si sia vano a mostra. Dal nuovo 
aspetto adunque della bellissima Antilia venne 
eoa mosso a prima vista Uguccione, e si sentì 
punto in tal guisa , che dal riguardare e dall 
udire cosa ivi si facesse o si dicesse, rimosse in 
tutto l'animo ed i sentimenti; tutto quanto fer- 
matosi in rimirare e contemplare le belle fat- 
tezze , l' aria gentile e l' altero sembiante 
di colei , senza voltare allora pure uno de' 
pensieri suoi a considerai del luogo , donde 
ella gli si scopriva chi ella s ? era , o di cui fi- 
gliuola , essendo di lei il padre a lui, come 
stato era a' suoi passati, aspro e mortalissimo 
nimico. 

Non bastò alla fortuna di far tirare verso il gio- 
vane questo colpo sì fatto, che per prendersi 
più bel giuoco fé' fare il medesimo tiro allo in- 
contro, il quale colpì altrettanto, movendo 
dalla presenza e dalla bellezza di lui sopra la 
vaga giovane ; la quale da disusata passione, 
ed a lei nuova del tutto , si sentì commuovere 
V anima , tosto che quegli s' andò per buon 
verso parando davanti agli occhi suoi, non 
mai più per vista conosciuto, ma solo forse 
alquanto per nominanza di bello e pio della 



3 5ò NOVELLE, 

persona a lei venuto in notizia. Ma pnre le 
parve, le fattezze considerando e le maniere 
sue, che di gran lunga trapassar dovesse ciò 
che talvolta n'avea udito ragionare. Così la de- 
licata fanciulla in un momento presa forte del 
piacere di costui , venne a mettere gli altri 
pensieri in ahbandono , avendoli tutti quanti 
per minori assai di quello di riguardare il vago 
in uno e virile aspetto d' Uguccione, finché il 
fin della festa e di quel breve giorno lo fé' co' 
suoi amici là ritornare onde era la mattina ve- 
nuto; ma senza una parte , e la migliore di sé 
stesso, vi ritornò. La giovane Antilia parimente 
ben si rimase colle gentili compagne, parten- 
dosi pure col meglio e col più di sé medesima. 
Chi sarebbe qui bastante appena ad immaginare 
non che a narrare i tanti e sì varj effetti che in 
questi due giovenili cuori amor cagionasse ad 
una , si può dire semplice occhiata dall'uno 
dell' altro presa? che amore in essi nato appe- 
na , grande si vedeva già volare, e di loro an- 
dar trionfante. Era tuttavia in ciascuno di co- 
storo la dolcezza , per lo sguardo quel giorno 
sentito, turbata dall'amaritudine cagionala 
dal pensiero che dinanzi loro metteva di qual 
disposizione d' animo fossero già tanto tempo i 
parenti d' essi fra loro stati, per gli acerbissimi 
odii e spietati accidenti corsi tra le [or famiglie. 
Ter la cara vista gustata prendeva vigor d' ogni 



BAEGAGLT. 35 1 

parte V amoroso disio, ma per il detto pen- 
siero mancava la speranza del poter mai con- 
ducerlo al desiderato fine. JL desio, col suo 
andar in essi tuttavia crescendo, operava di 
render Ja speranza maggiore, la dove quella 
vedeva venirgli meno. Questi nel suo scemare 
attendeva a far minore il desiderio , il quale 
rendendosi pure ad ogni ora più caldo e più 
fervente , lasciato stare ancora il proprio cibo 
della speme che nutrirlo potesse , si elevava 
in guisa , che ogni gran cosa ardiva di sé e pre- 
sumeva. E ciò maggiormente avveniva nell' ani- 
mo d' Uguccione, il quale veggendo pure che 
indarno per più vie cercando s' andava alcun 
buon effetto il suo amore , tutto di mala voglia 
ripieno , seco stesso diceva : ancora non eri 
conlenta, non eii sazia ancora, fortuna cru- 
dele, degli strazj tanti, e de' torti sì fatti che 
usati m'hai? Non si erano abbastanza i corribat- 
timenli che a fare ho avuti con questa possente 
casata, e coli' inimichevol ferro e col crudo 
fuoco , se ora col ferro e colle fiamme amorose 
non mi costringevi con genti nuove di quella a 
combattere? Facendomi ancora parerepLii grave 
assai quello che da sostenere ho con una tenera 
fanciulla e pura verginella , che con tutli gli 
uomini armati della sua schiatta non m'è in- 
contrato giammai. Ma qual fiero combatti- 



J0 2" NOVELLE. 

mento sento ora io dentro me medesimo tra* 
miei medesimi pensieri ? Grave odio antico mi 
commette eh* io non più contra i suoi , che 
contra costei tutto di ferro e di sdegno mi 
renda armato ; caldo amor nuovo mi comanda 
che non meno contra quelli , che contra questa 
dell'uno e dell'altro mi disarmi, e più ancora, 
che ignudo mi faccia incontro alla mia nimica, 
e legato me le offerisca e renda prigione, e li- 
berameute diamele in perpetua preda : di cui 
se la benigna natura , che negli occhi suoi e nel 
volto m' è partito di scorgere, a portar non rni 
viene alcun fedel soccorso, lasso me^ ben veg-^ 
gio in che stato la mia speranza si trovi e la 
mia sventurata vita. La giovanetta Antilia, dall' 
altra banda , condotta a non diverso rischio 
dell'innamorato giovane, sperava, e disperava 
in un medesimo tempo ; ora con isperanza e 
gioja , ora con paura e tormenti passando la 
vita secondo eh" a' vecebj odj ed a r freschi 
amori s' andava col pensiero accostando, a cui 
pareva che d' altrettanta ferita di lei si mos- 
trasse ancora piagato il suo avversario, se da' 
segnali di fuori aveva sapulo discerner bene in 
lui 'ostalo suo di dentro. Di questa maniera mo- 
vendosi ad ogni ora i pensieri per la mente 
de" novelli amanti, così, per quelli s'andò 
travagliando da loro ed in guisa investigando, 



BARGAGLT, 333 

che per opera d' accorti e fidi messaggi si per- 
venne da essi in alcuno buono intendimento 
de' casi loro. Intanto che renduto avvisato lui 
del tempo che il padre di lei fosse andato alla 
città , convennero eh' egli di notte tempo alla 
villa di lei n' andasse , che gli presterebbe agio 
da poterle alquanto parlare. Venne Uguccione 
a Strove , all' ora destinata, con un sicuro 
compagno, che Morozzo Luci aveva nome, e 
lasciato quello forse un tiro di mano a dietro 
entro un oliveto s' accostò da quella parte ai 
palazzo, dove era fatto avvertito che da una 
finestra bassa ferrata poteva udire ed essere 
udito dalla sua donna, la quale tutta sola e 
bramosa lo stava attendendo. Ma non s' ave- 
vano appena dati e ricevuti i primi amorosi 
saluti , che da loro si sentì sopragiungere , 
quando meno se 1' aspettavano ( né d' aspet- 
tarlo v' avevan cagione , essendo già varcata la 
mezza della notte ) il cavaliere padre di lei , 
da due fanti, l'uno a pie , e 1' altro a cavallo, 
bene accompagnato. Sì che a fatica ebbe ella 
spazio di ritirarsi dentro , ed egli di cercare di 
ricovrarsi al compagno per istare a sentire 
a che questa cosa riuscir dovesse. Ma Uguc- 
cione nel muover di subito che fece indietro 
il passo , e per 1' oscuro grande non ci veden- 
do , percosse in un duro fittagno , de' quali il 



334 NOVELLE. 

luogo n'ha molti e spessi , e cadde ; ed in modo 
cadde , che per la caduta e per lo suono dell' 
armi eh' aveva , di leggieri fu sentito e sco- 
perto, e tantosto assalito dal cavaliere e da' se- 
guaci , sì che l'ebbero conosciuto; da' quali 
egli , che senza offesa della persona s'era da 
terra incontanente rilevato , sì schermiva co- 
raggiosamente , non cessando quelli tuttavia 
di menargli forte le mani pel dosso , e V avreb- 
bono pessimamente governato se 1 fedel com- 
pagno non fosse , quanto potè prima _, venuto 
alle riscosse , e fattosi avanti alla difesa dell' 
amico , e rinforzata la mischia , e date delle 
ferite agli avversar) , non gli avesse stretti in 
dietro ripiegare; perocché temettero ch'altri 
ancora , dopo il primo venuto , uscissero in 
soccorso altrui , e non fossero state poste ivi le 
imboscate, per coglierveli allora come uomini 
che a nuocere luogo e tempo aspettassero. Ma 
se quelli della parte del cavaliere vi sparsero 
del sangue , Uguccione ancora non vi rimase 
schietto , ma sì bene forte intaccato , il quale 
pure a salvamento coli' amico e compagno si 
ritrasse. IVI a ninna ferita da lui certamente si 
sentiva che più forte gli cocesse di quella da 
amore la prima volta ricevuta , ed ora riaperta 
e più profonda renduta per le parole uscite dal 
cuore di colei , a cui con tanta indicibil do!-. 



BARGAGLT. 355 

cezza j benché in sì scarso tempo , parlato 
aveva , non vivendo fuor di speranza che della 
medesima mano che venuta gli era tal piaga , 
gli dovesse , quando che fosse , dolcemente 
esser risaldata. Il male di lui s'andava pure 
inasprendo dal timor eh' aveva di ciò eh' all' 
amata giovane dovesse incontrare all' arrivar 
del padre in casa ; alla quale egli pur mostrò 
la consueta buona ciera , come d' ogni altra 
cagione da lui si sospicasse , fuor di quella che 
veramente fatto aveva andar là Uguccione , 
benché per altro il cavaliere scoprisse di sé tur- 
bamento in vista ; e come ad uno degli antichi 
avversari , scoperto dattorno alle case sue in 
tale stagione , rivolgeva e fissava il pensiero , 
dicendo seco in modo , che da chi presso gli 
era veniva inteso ; poco ora mai ci resta da 
sfragellar del tutto col nostro tegolo le cervella 
a chi pure intende ancora ad innalzar contro 
di noi le già fiaccate corna. Se nella tenera 
e pietosa giovane per così fatto avvenimento 
si fossero addoppiate nel suo corpo le ferite 
corse dall'una e dall'altra banda de' feritori, 
e versato avesse 1' altrettanto sangue di loro , 
non sarebbe rimasta né più dogliosa , né più 
scolorita e smorta , di quello ch'ella si rima- 
nesse. Che mentre ella più nasconder voleva 
di non aver contezza d'altra cosa che dell' ef- 



336 NOVELLE. 

fetto puro , seguito nel padre ed in quelli che 
con esso lui erano , più s ? affliggeva , e più 
si'struggeva per cagion dell'amante suo , da 
lei , dopo il parlar di lui sentito , tuttavia ama- 
to con più zelo e fervore , presentendo il feri- 
mento suo e non la qualità di quello. Del quale 
molto maggiormente a temer veniva per le 
minaccie crudeli , e per le insidie atroci che 
spiava in casa lendersegli ogni ora contra , 
oltra al bando capitale che il cavaliere gli ave- 
va fatto pubblicare addosso dai signori priori 
del reggimento di Siena. Là onde , poiché 
dopo alquanti giorni fatta ebbe la giovane 
gagliarda resistenza all' angoscia ed al dolore 
grave sopradetto , che le chiudeva gli spiriti 
e le fasciava il cuore , fuor d'ogni riposo o con- 
solazione , non osando d' esalar dramma del 
suo duolo nel seno pur della madre sua , la 
quale , oltre ogni madre, era di lei tenerissima 
e vezzeggiante , e che della sopravenuta mala 
voglia della figlia si maravigliava sopra modo , 
e si tormentava fierissimamente •, sopralatta al 
fine dalla forza del male si rese vinta, e nel 
letto cadde ammalala. Alla cura di lei i più 
intendenti chiamali furono ed i più sperimen- 
tati maestri di medicina che fossero nella città , 
dovei* avevano già fatta condurre. Ma di niuno 
V opera niente valeva > che il mal di lei di ora 



BÀRGAGLI, 357 

in ora appariva di peggior qualità ; né di 
quello si sapeva per ninno rinvenir la cagione. 
Vani maggiormente de' rimedj medicinali era- 
no tutti gli altri che si venivan tentando coti 
diversi diletti di canti e di suoni , recati all'in- 
ferma giovane. Vana ancora, anzi veleno era 
la medicina che cercavano di darle col met- 
terla in ragionamenti lieti e piacevoli di nozze 
e di maritaggi , col prometterle al suo primo 
miglioramento di farla sposa del più bello 
e più leggiadro giovane della sua terra. Im- 
perocché sapendo ella certo che quello stato 
mai non sarebbe per volontà de' suoi il suo 
Rinaldini , se ne sveniva e liquefaceva tutta 
come la cera al fuoco per passione , pensando 
solamente che ad alti' uomo eh' a lui dovesse 
per donna stare a canto giammai. Seguitava 
dunque in Anlilia e cresceva la fiera malattia , 
e mancavano non che gli argomenti edi consi- 
gli per levargliela d' intorno, ma ogni umana 
speranza per lei veniva in tutto perduta. Che 
iufino alle vanità delle mediche o femmine 
maliarde avevano riposto in mano la cura- 
gione di lei , quando in Siena capitò per ven- 
tura uno Ascolano , il cui nome era maestro 
Agabito , uomo di molto nome in saper co- 
noscere moltissime qualità diurnali occulti , 
non. saputi da altre persone conoscere, e la 

i5 



538 NOVELLE. 

fama della sua scienza veniva , per non poche 
sperienze da lui mostrate in diversi luoghi 
del mondo, tuli/ ora più raffermata. Alla dis- 
creta scienza dunque dell' Ascolano il padre e 
la madre d'Antilia con pronto animo lei com- 
misero, con quelle promissioni versola sua 
opera, e con quelle carezze verso di lui che 
maggiori per loro si dovessero e si potessero, e 
lui si raccolsero in casa. Ma egli veduto in che 
termini della vita si stava la giovane giacente, 
non volle por mano in quella cura , se la loro 
figliuola non proponevano a lui come corpo 
morto e consumato del tutto. Appresso volle 
che la camera ove ella si giaceva, con una an- 
ticameretta insieme, fossero date in sua halìa , 
né persona ninna entrasse o s* accostasse là 
entro senza saputa sua e volontà , anzi senza 
la presenza sua. Tutto da que' dolenti geni- 
tori agevolmente il maestro ottenuto _, dispose 
1' opera sua al guarimento della fanciulla , 
non si lassando giorno e notte cosa indietro 
da lui , che per lui a prò e beneficio di quella 
si conoscesse , o pur sperar si potesse. Ma 
niente più profittevole si provava in parte 
ninna 1' opera di questo nuovo medico, che 
di tanti e tanti altri si fosse sperimentata. Dall' 
altra banda , si era Uguccione ben risanato e 
fatto gagliardo come prima delia persona, 



Largagli. 55q 

benché lasso mollo e tristo fosse dell' animo 
e del pensiero. Perciocché intendendo cerio 
la qualità del viver di colei , da cui pendeva 
la vita sua, esser vicina e forse giunta a mor- 
te , risolvette, sprezzata ogni faccia di morta! 
pericolo, tentare se in alcun modo recar le 
potesse alcun conforto e soccorso; e pensò per 
avventura se questo esser potesse il condursi 
con la presenza propria davanti a quella sì 
come ad altre persone amanti , in simili casi 
come ella ridotte, intendeva esser avvenuto 
d'aver preso conforto grande e salute dall' 
aspetto della cosa amata, od almeno ei ve- 
nisse con tal atto a confermarle quanto le 
avea mai dell' animo suo amoroso verso di lei 
fatto sentire. Per che trasmutatosi dell' abito 
della persona , in guisa da non esser ricono- 
sciuto eziandio da' suoi più famigliali , fé' sì 
ed in modo che in brevissimo gli venne sicu- 
ramente fatto di parlare all' Ascolano medico. 
Al quale mostrò, quantunque giovane d' anni, 
che stato era fin dalla sua puerizia mollo per 
diverse parti dei mondo attorno , imparando 
tuttavia ed esperimentando grandi e rari se- 
greti di medicamenti ; onde pregavalo a vo- 
lerlo introducere alla mancante , e per lui 
come egli udiva, sfidata giovane, che lui pre- 
sente si prometteva di portarle del suo corpo 

i5. 



54o NOVELLE. 

intera salute. Il maestro non seppe far niego 
alla costui domanda , benché poco o nulla in 
quella sperasse , veggendo che la cura era per 
sé disperatissima, e che simil tenlamento nien- 
te nuocere non poteva, Così chel amente in- 
tromesse il giovane forestiero alla nei letto 
distrutta fanciulla , la quale niente quasi al 
primo entrar d' Uguccione in camera si mos- 
se né al suo accostarsele fé' nuovo segno al- 
cuno , non raffigurando in lui né l'abito ne '1 
portamento consueto ; ma poco stante, e dalle 
piacevoli parole risentita , e da' pietosi sguardi 
svegliata , che tanto dolci e possenti provati 
gli aveanelsuo cuore , cominciò con atto nuo- 
vo a drizzar gli occhi e fissarli nel volto di lui , 
e come cosa mirabile a riguardarlo, tra pau- 
ra e speranza di ciò eh* esser potesse ivi in 
quell' ora. Tuttavia rassicurata al volto ed alla 
favella, ch'egli era pur quel desso colui eh* 
esso d' essere affermava , riprese alquanto il 
parlare , per più giorni quasi in lei perduto, 
e rispose a lui che favellava , ma in maniera , 
che se dall' Ascolano era ogni cosa veduta che 
tra loro passava . non era già di loro ogni co- 
rJ > sa, anzi niuua udita né intesat'IVia ringra- 
y/K*^ z ; a t P amante suo di così alta cortesia , con- 
fortatolo, quanto seppe, a doverci quindi par- 
tire , e guardar molto bene che mentre era 



ÉARG4GLI. 34 1 

tentilo per recare a lei prosperità e vita , da' 
suoi non venisse a ricever miseria e morie f 
li quali per ogni modo e via procacciavano a 
tutte le ore lui di diradicare e di cacciarlo del 
mondo , affermandogli pienamente che la vi- 
sta e le sue parole erano state al mal di lei 
di tanto vigore , veggendolo sano ritornato , 
e riconoscendo in esso la gran fermezza dell' 
amor suo che la poteva ora ravvissolare , e del 
tutto, come sperava appresso , risanare e ren- 
der felice v quando mai per onesta maniera di 
lui avesse potuto godere. Tornato Uguccione 
a parlar coli' astante ornai, più tosto che col 
dottore , sì gli disse : voi qui sì Vedete quanto 
di miglioramento preso abbia 1' ammalata gio- 
vane dal mio primo apparire in questo luogo > 
ed in quanto breve spazio di tempo dati ir 
abbia segnali aperlissimi , sì che comprender 
potete , da me intendersi la natura del male , 
e la ragion della infermità sua : e non essendo 
questa infermità a morte , potersi da me senza 
fallo portarle il proprio medicamento. Per la 
qual cosa , fa itosi da' primi di lei e suoi in- 
namoramenti , gli venne in breve narrando a 
conlare quanto fra essi avvenuto era infino a 
quell' oraTmDn senza alcuna maraviglia co- 
lui che ascoltava, sentì il successo del caso; 
né rimase perciò di dar fede a quello che gli 



S42 NOVELLE. 

teniva narrato, sapendo eh* al guarire delle 
piaghe d' amore non v' ha sughi migliori , 
né più sicuri impiastri dell' armi stesse che 
quelle apportano; ma volle che un' altra vol- 
ta il giorno appresso tornasse il novello me- 
dico alla visita per meglio dell' opera certifi- 
carsi , ed un' altra fiata medesimamente , e 
così fece ; dove tuttora più conferai ossi eh' al- 
tra ricetta più valevole di quella non v'era 
che messa aveva in opera Uguccione , avven- 
ga che tratta non fosse dal volume di quelle 
di Mesue , o d' altro tale famoso scrittore $ 
perciocché Antilia ad ognora evidentemente 
spirito ripigliava nelle sue memhra e vigore , 
ed il colore nel suo hel viso ritornava. Onde 
maestro Agabito veduta la giovane in così po- 
chi giorni tornata e fresca come una mattu- 
tina rosa, benché di ciò niente da altri sentito 
fosse , confortata da Ini a meglio sperare tut- 
tavia di sé e dell' amante suo, 11' andò un dì 
al padre ed alla madre di lei, e cosi entrò con 
loro a rigionare. Io mi penso a quest' ora es- 
sere ad amendue così nota la fatica, e certa 
la diligenza per me usata dietro alla malattia 
della vostra figliuola , che non guarendo lei , 
m come se ne veggon per me perdute le spe- 
ranze , si possa da voi e da qualunque altro 
ad ogni altra cagione darne la colpa eh' al mio 



B 



BAtìGAGLt. 543 

valore, e dirò forse anco al mio sapere ed in- 
tendere del medicare. Disfidata dunque è sì 
falla cura se dal cielo a sorte non viene qual- 
che ventura buona , sì come già venne sopra 
caso simile a questo in Napoli , d' altra fan- 
ciulla pure, coni' è questa vostra , unica a ? 
suoi , e non meno da suoi quella , che la vos- 
tra da voi sommamente amata. Che arrivato 
in quella città nn uomo , il quale si vantava 
di render sana la giovane e salva , né voleva 
ragionare di premio alcuno , quantunque nelP 
arbitrio di lui il riponessero i parenti di quella, 
infino a tanto che in effetto non si vedesse lei 
esser ritornata nella pristina sanità. Alla quale 
ha breve la donzella interamente pervenuta il 
buon uomo addimandò in guiderdone dell'ope- 
ra e delle fatiche sue la giovane medesima, che 
guarila aveva, per sua moglie; la qual cosa 
tanto più giusta gli pareva di dover ottenere, 
quanto provava per assai tempo addietro da 
lui essere stata caldamente amata quella fi- 
gliuola. In questo scoprendosi costui non fo- 
restiere , come da tutti stato era fino allora 
stimato , ma gentiluomo napolitano , ed uno 
de' mortali nimici della lor famiglia, non vol- 
lero attenergli nulla della liberale e sì larga 
promessa fattagli pur poco prima. Di che re- 
putali furono quel padre e quella madre , per 




544 NOVELLF. 

chi V intese , così disleali e cosi ingrati , come 
troppo bene per voi lo potete comprendere. 
Ingratissimi per certo e dislealissimi, con una 
voce corsero a dire il cavaliere e la suàHonna , 
sono da giudicare cotestoro , che ne contate r 
a non concedere la loro figliuola a chi così 
ben governala 1' aveva renduta loro , poscia 
che per loro pure ella perduta e finita era , 
potendo insieme colla figliuola guadagnare un 
figliuolo ancora. Veramente, seguitò messer 
Ambrogio , son degni cotesli tali di rigida e 
notabil penitenza; alla qual pena mi vorrei 
sottomettere per me stesso, qualunque volta 
che cotanto beneficio usato mi fosse, nel pre- 
sente avvenimento delle mie carni. E come si 
porria mai colui reputare che la vita e la sa- 
lute più che smarrita viene a rimettere in 
casa tua ? Deh piacesse a Dio di consolarci in 
questa avversità per sì fatto modo , che non 
già in modo così fatto ingrati ce ne renderem- 
ma noi ed isconoscenti. La moglie mezzo pian- 
gendo , aggiunse : Eh noi meritevoli non sia- 
mo di ricever del Signore tanto bene e così 
gran dono , e perciò conviene solamente colle 
lagrime e col pianto soddisfare al nostro così 
gran cordoglio , al qual pur , maestro , ci raf- 
fermate non esser più riparo ninno fra gli uo- 
mini in terra, e di già ci pensiamo che più gli 



BARGIGLI; 545 

uomini ella non ispiri, perciò andiautie a 
prender di lei quest' ultima vista con occhi 
qósì Tristi e così infelici, comeson questi nostri y 
.E volendo già essi levarne il pianto grande, 
l'Ascolano di' agevolmente s'accorse dell' in- 
ganno nel quale vedeva coloro entrati, e ri- 
trasse appieno ciò che degli animi loro più 
bramava di sapere e conoscere , cangiato il 
mesto in lieto volto ed assai baldanzoso : da- 
temi qua, disse, prestamente amendue la 
vostra mano , e promettetemi ciascun di voi 
w sopra la vostra intera fede quanto detto avete 
che ìnandereste ad effetto se da morte a vita 
tornata da alcuno vi fosse (che questo proprio 
di l'ei qui si può dire) la vostra amatissima 
figliuola. Tutto quanto il caso da me narra- 
tovi , sì come in Napoli avvenuto , saper do- 
vete nella città di Siena veramente essere in- 
contrato , dentro le case vostre enei vostro 
medesimo sangue. Così messosi giù, fé' loro 
la narrazione distesamente di quanto fra Uguc- 
cione e lui passato era , e di quanto da Uguc- 
cione era di se e dalla nata di loro slato in- 
formato, ed a che buon termine a quell' ora 
jt'ràotta si stava 1' opera , e ciò che goderla fosse 
bisogno loro di dover fare. Per lo che rimasi 
il marito e la moglie storditi ad annunzio ta- 
le, non pareva sapessero se prestar dovesser 

io.. 



5iO NOVELLE. 

fede o no alle parole del medico udite , e come 
trasognati pur da lui condotti furon nella 
camera di lei , che col volto tornato già y 
come dissi, al primo stato, e colle proprie pa- 
role, di quanto udito avevano , li rendè cer- 
tificali ; la quale di tutto umilissimamente y 
non senza certa debita vergogna mostrare , do- 
mandò loro perdonanza. Essi , come dalla 
fossa tornata vedessero la figliuola , abbrac- 
ciatala , e mille volte in fronte baciatala , le 
perdonarono interamente, dicendo il padre r 
io non so , figliuola mia, se in te od in noi 
abbia amore mostrate le sue forze maggiori j 
e dopo questo abbracciarono Uguccione, dan- 
do a lui parimente perdono , ed abbracciare 
e baciar lo fecero alla lor figliuola per sua 
sposa ,• il che se di voglia l'un come 1' altro si 
facesse non è da dimandare , ricevendo essi 
lui per genero e per erede di tutte le lor so- 
stanze e facoltà , sì come da lui al fine molta 
ben meritate. E fattogli il cavaliere riavere 
il bando, e rimettere ne' beni perduti , paci» 
Beatolo con quelli che da lui e dal compagno 
toccale avevano delle ferite, diedero opera in- 
contanente di far le care nozze. Lui si rico- 
vra rono in casa loro , e fecero nascer pace 
fra tutti gli altri ancora che rimasti v'erano 
di casa Rin aldini con quelli della famiglia de* 



sxwìxjcct.- 347 

Tegolei , di che in tutta la città apparvero 
segnali non piccoli d' allegrezza e di festa. 
Maestro Agabito, delle fatiche e de' buoni 
trattamenti usati, altro ristoro dimostrò di 
non volere, che ritrovarsi a goder insieme 
delle I iete nozze (benché gli sposi della lor buona 
gratitudine pur gli facessero sentire)lequalicon 
ogni sortedi contentezza, di piacere e di magni- 
ficenza furori celebrale, sì come alle persone, 
ad alle occorrenze ivi passate , molto ben con- 
venienti. 



SALT1UCCIO SALVIUCCI. 

Il viceré di Napoli , dopo un banchetto dato 
a più illustri signori del regno } prende 
occasione dell' esser in carcere un legale _, 
un medico, un capitano , un mercante 3 
di proporre a decidere chi di costoro offerì' 
de più , o giova al mondo nella vita _, nella 
roba e nelV onore. Quattro duchi dicono 
il loro parere, féltri due danno final sen- 
tenza j ed il primo afferma che de' quat- 
tro soggetti ninno prevale fra loro in po- 
ter far del bene , il secondo che ni uno 
d' essi cede alt altro in far del male. 

Al tempo eh' il viceré di Napoli di maravi- 
gHoso splendore e bontà, nolo per lutto il 



348 NOVELLE. 

mondo, con giustissime maniere Pannò ibyy. 
il regno governava , occorse una sera fra le 
altre del carnasciale , facendo un splendidis- 
simo banchetto a'più illustrissimi principi, du- 
chi , e signori in copia , dopo il finito con- 
vito, il principe di Bisignano , uno d' essi lo- 
dando assai il viceré ( o per aggradirselo con 
ciarli , come si suol dire, la carne della lodo- 
la, o che così credesse dicendo, dir vero ) 
della buona giustizia , che non sol fatta aveva , 
ma ancora che nell' avvenir di far in leu dea , 
lo domandò, poiché tanto era persecutor de' 
tristi , e meritamente , se allora nelle carceri 
aveva persone che per delitto d ; importanza e 
di gravissima pena degne , per doverle gasli- 
gar , vi si trovassero : al che rispose il viceré 
di sì i e che fra quelli che fosser più degni di 
grave punizione , secondo che da' ministri 
detto gli era slato, quattro si trovavano in 
prigione di grande importanza , sotto buonis- 
sima custodia ritenuti. Per cortesia ditemi che 
delitto hanno fatto , replicò il principe. Allor 
il viceré seguendo , disse : il primo essendo 
dottor in leggi , confar produr testimonj falsi, 
ha fallo tor la vita e roba a uno, e '1 secondo 
per danari ha dato veleno, medicando, a un 
altro, eh' all'altra vita per tal causa se ri' è 
ito. Il terzo guardando la fortezza dell' Uovo ,. 
ha frodate molle paghe a' soldati 3 e lrallav*t. 



SALVitICCT. 34 9> 

di tradii* sua Maestà con dar il luogo al Tor- 
co ; e 1' ultimo , avendo grandissima quantità 
di danari d' altri in mano , che nel suo banco- 
sicurissimi gli tenevano , ha fa ! Co mille fal- 
sila , e di poi con fra ude s' è finto fallito; e 
di Napoli partile j a Costantinopoli (sicuro 
ricetto di simili trasgressori con poca lode, di" 
tal nobilissima città ) se n' era per dover an- 
dare , che fu preso prima che del regno u- 
scisse. Bruttissimi delitti son questi, e merite- 
voli, a mio giudizio, con ogni più fiera seve- 
rità dell' ultimo snpplicio, disse il principe y 
e, per quanto mi pare , son quattro de' prin- 
cipali negozianti del mondo , il dottore , me- 
dico , capitano e mercante , che son fatti per 
giovargli , là dove essi han cerco gravemente 
di nuocergli, e pertanto più degni di pena mr 
pajono. Disse allora il viceré : poiché co>i è, 
e noi siamo qui per trattenerci , desidererei 
che si scorresse chi di loro offende , ed altresì 
chi giova più al mondo nella vita , roba ed 
onore, quando che tutti loro in ciascuna di 
queste cose di poter ciò fare hanno grandissi- 
mo valore^JPrinia dica il duca di Civita dì (tU*-*^' 
Penna , di poi Atri , il terzo Amalfi e V ultimo 
il Somma ; e s'aranno dello bene o no lo giu- 
dichino perfettamente il signor principe di 
tignano in quanto al primo capo dell' utile,. 



55(7 novelle:; 

ehe più apportare ne possino costoro ; e circa 
il danno , sentenza dia il principe di Saler- 
no 5 dalle dichiarazioni de' quali non sia lecito 
appellarsi , o in altro modo in contrario re- 
plicare. Poiché a me tocca pel primo, il duca 
di Civita di Penna disse , sopra si atta e no- 
bil materia a scoprirvi come io 1' intenda , 
per obbedienza dirò il mio piccol parere , con 
protesto di non offendere alcuno in partico- 
lare , riferendomi , se fallito mi venisse , a chi 
di voi meglio l'intenderà. Il viceré soggiunse : 
senz' altro dire, in questo nostro ragionamen- 
to non s ? intenda in specie offender alcuno ; 
perciò seguite allegramente. Seguendo disse 
subito il duca, P ordin proposto , che prima 
del dottor di leggi ha fatto menzione , circa 
d'esso dirò P animo mio, lasciando degli altri 
il discorso di man in mano a chi successiva- 
mente tocca. Dico adunque che il legista è 
quegli, che più può giovare e nuocere , eli' il 
capitano , mercatante, o medico, quando eh' 
esso col suo gran sapere difende al reo la vita, 
roba ed onore , insieme facendolo assolvere ; 
che se condannato stato fosse, ciascuna delle 
dette cose per se aria ; e pel contrario , per- 
chè ogni dritto si dice aver il suo rovescio. 
^jAnco soggiungo , che se il dottore la sua grande 
ÌXp ignoranza adopera ( di che appieno par che il 



• 
s al viticci. S Si- 

mondo ben fornito sia , poiché i più son per 
necessità, che non ha legge ) e' l suo sapere 
in mal vuol adoperare, fa al suo clientulo , e 
ad altri insieme perder la vita , roba ed onore 
quando fa condannare falsamente , o per igno- 
ranza a morte il reo , che per tal iniqua sen- 
tenza perde il tutto appo del mondo : onde co- 
munemente si suol dire che la prudenza in 
man d'un tristo è come un coltello in man 
del pazzo , e da' presenti lasciandosi piegare , 
fa che il donato porco spesse volte al barile 
dell' olio ? dato prima , dà la volta. 11 duca 
d'Atri , tacendo di già quel di Civita di Penna, 
s' accorse esser venuto '1 tempo che del dire 
a lui toccasse la volta ; però dicendo , in tal 
maniera espose : dà il medico all' ammalato in? 
più casi tutte le dette tre proposte qualità r 
spesse volte più. a caso che per iscienzia , es- 
sendo tanto pericoloso tal mestiere , per do- 
versi accordare tante diverse cose nel medicare 
insieme; le cui bugie sono innumerabili, come 
>er lutti si sa : per la qual cosa in molti luo- 
ghi non si ritrovano , come si dice , nelF isola 
del Giappone , e ne' tempi antichi per molli 
e molli anni di Roma furono scacciati , onde si 
suol dire : Medico f cura te stesso ; ed un Ro- 
mano consigliando per mandargli via , esor- 
tava il popolo, dicendo ;Non vedete che, per 



3SV VOVELLE. 

dar essi la morte , chieggono il pagamento, fi ,« 
li medico, oltre agli altri casi, particolar«-- 1 \flh 
mente dà" salute al carcerato dj^ delitto grave 
imputalo , jche la morte avesse con la cojrfis-- 
cazione de' beni meritata , quando che^ curari-- 
dolo il rende salvo -, onde contro la sia propria 
confessione giustifica 1' errore di quella , me- - 
ritevole decidendo d'assoluzione. Che se morto 
fosse , senza altro la vita , roba e onore si tro- 
ieria aver persi; e quanti o per ignoranza 
e poca esperienza, o dolo questi n'ammazzi , 
lo sa quegli del giudìzio suo che al tulio non 
fosse privo •, e così tacendo fece fine. Amalfi , 
che a se di dire il tempo vede esser giunto, - 
allegramente continuando disse : Il capitano 
guardando il forte luogo , o essendo in campo 
aperto con Tarme in mano, alle volte lutti 
quelli difenderne sotto la sua protezione si van- 
no riposando , che da'nimici non sien lor tolti 
vita , roba e onore, quando .secondo il debito 
del suo offizio far intende ; ma quando d'allro^^ 
pensiere si ritrova , nel qual sovente è incli-^ 
nato 5 poiché da dotto autore dir si suole, esser 
contra là sua fede, per esser lontano della bontà, 
ancorché esso , per certo costumacelo che ha , 
spesso dica : Da leal soldato, l'amico come il ni- 
mico non liensi sicura alcuna di dette cose: die 
ciascuna d'esse in tanto conto del mondo sono ; 



salviucci. 355 

e questo, che detto mi viene, senza più esempi, 
a difender la mia opinione vo' che basti e fece 
fine)\Il duca di Somma , che l'ultimo luogo in 
questo discorso teneva, veduto ch'ai suo parlare 
il compagno aveva dato il suo debito fine , pia- 
cevolmente con molta leggiadria in tal ma- 
niera disse : Il mercante buono e leale a quelli 
dà vita , roba e onore , che desiderosi , come 
i più degli uomini sono , cumular oro e ar- 
gento col crescere stalo e riputazione affati- 
candosi , pigliano da lui mercanzie a creden- 
za , a' debiti tempi con qualche comodo per 
poterle pagare , come lutto il giorno far si 
Tede 5 che sempre la moneta pe' contanti aver 
non si puote , attesoché dir si suole che de' da- 
nari , senno e fede ci son men che l'uom non si 
slima o crede. Ma se il banchiere, o altro traf- 
ficante, mosso dall'atroce stimolo d'esecrabil 
ed ingorda avarizia , malignamente operando, 
di scellerato vuol la corona guadagnarsi con 
le tante usure , che chi e scrocchi , è abile non 
men che il legista , medico , o capitano a tor 
altrui la desiata vita , Putii roba , e '1 celebra- 
tissimo onore , quando chi fingendosi fallilo 
( come spesso si vede , e massime in alcuni 
luoghi , che per il meglio mi laccio , che di 
copia di mari u oli han nome esser ripieni ) 
rapisce sotto colorito pretesto l'aver di chi 



354 NOVELLE, 

fidandosi di lui , divien fallito , per ir poi , 
come dir s'usa alla spagnuola mercader mal ar- 
rivado carta vieja va buscando , che in lingua 
nostra suona : mercante mal arrivato carta 
vecchia va buscando ; che dal mondo in poco 
conto dopo essendo tenuto , perde ogni ri- 
putazione ; quando che si suol comunemente 
dire, la povertà da lutti esser conculcala, e mi- 
glio esser terminar la sua vita , che meschina- 
mente vivere -, e che la povertà puzzerebbe , se 
salata fosse : la quale , e bene spesso , può fare 
che il possessore di quella, per poter vivere , 
facci cosa che indegna sia della sua buona pas- 
sata vita, e che ne muoja ancora per misfatto 
che potesse aver commesso . per trapassar vi- 
vendo più là ; ovvero , non avendo il modo 
a curarsi di malattia, perisca; e questo è quanto 
in animo mi cade in tal proposito di dire; e così 
tacendo più oltre non procedette. Questo di- 
scorso di questi quattro duchi fu da ciascheduno 
ch'udito l'aveva , sommamente lodato , con 
dir ch'ai certo meglio esporre non si poteva, 
ch'esposto era stalo ; e quegli che più di tutti 
lo lodasse largamente fu il viceré , che di poi 
voltatosialprii'cipedi Bisignanoequel di Saler- 
no, disse : A. voi, signori, adesso tocca col vostro 
gran giudizio , senza speranza d'appello dar la 
sentenza, chi de' detti difenda, o più offenda il 



salviucci. 555 

mondo , e prima di chi sia più utile direte voi 
Bisignano. 11 principe adunque fatte le debite 
riverenzie , e di poi le solite cerimonie, delle 
quali era ottimo maestro , così disse : Troppo 
grave peso è questo , che sopra le mie deboli 
spalle imposto viene, e da non dover di leg- 
gieri esser sostenuto per le molle difficultà , 
che seco riporta : pur, per obbedire (poiché 
con tutto il cuore di soddisfar intendo ) dirò la 
notissima novella a tutloFuniversomondo cheil 
detto Boccaccio gentilmente disse a unoch'a un 
caso importantissimo rispose: che fu questa. Un 
padre di famiglia aveva un ricco e bello anello, 
che chi de' suoi figli dopa la morte 1' aveva, 
quello era il vero erede , scacciali tutti gli altri 
dalla possessione de' beni. In tal maniera an- 
dando in più mani di successor in successore , 
finalmente a uno pervenne, che tre figli aveva, 
che ciascuno contentar disiava grandemente, 
poiché da tutti , che sapevano la virtù dell' anel- 
lo , era infestato a doverglielo lasciare. Onde 
il padre, trovato di nascosto un valentissimo 
orefice, due altri sì simigliavili ne fece fare, che 
1' un dall' altro qual fosse il vero non si discer- 
nea : e così occultamente a ciascuno de'suoi fi- 
gli uno di detti anelli pose in mano, commel- 
tendo che mai mostrar non lo dovessero , se 
non dopo che lui all' altra vita il transito fatto 



$5$ NOVÈLLE, 

avesse. Di poco poi gli venne una gravissima in- 
fermità, che facilmente per esser esso vecchio e 
debole , siccome pare eh' a questi tali giornal- 
mente intervenga, del numero de' viventi il 
trasse fuori ; onde i figliuoli venendo in gran 
contesa , volendo ognun d' essi esser il vero 
erede solo , per giustificazione del fatto, in giu- 
dizio produssero i detti anelli; che, per esser 
simiglianti , operarono che il giudice, di tal caso 
stando molto confuso e incerto, non potesse più 
all' un che all' altro darla sentenzia in favore; sì 
che tutti per pari porzione i beni paterni inpace 
terzo terzo possederono. Così dico io nel pre- 
sente gran dubbio, che tante e tante cause di 
giovamento all' uomo da tutti costoro prò* 
poste si sono, eh' io non so né credo che altri r 
per dottissimo che sia, possa dir sicuramente 
che 1' un più dell' altro prevaglia in far bene 
al mondo. Aecomodameute, disteil viceré, ris- 
posto avete, e molto m'aggrada il vostro dire; 
però a voi tocca , principe di Salerno, a risol- 
vere il resto; il che tan tosto farete, che da 
tutti si spera che col vostro dir saggio e pru- 
dente, sì come in tutte le vostre cose pel pas- 
salo è stato, così siate per soddisfare. Dio voglia, 
disse il principe, che questo avvenga che voi 
sperale, e che pel passato sia stato tale, qual 
sagace, e astuto mi dipingete, quando eh' iw 



SALVIUCCI. 357 

me veggio le medesime , e più imperfezioni , 
che poco fa di se stesso diceva il Bisignano : 
però, per non vi tediar col dire lungamente, 
venendo quanto prima alla conclusione , per 
risposta vi dirò anco io una novella ( poiché 
^1 principe di risolverla con favola larga occa- 
sione m' ha porta ) la qual udii già dire in Sa- 
lerno da un mio contadino molto vecchio , 
eh' avendo gran pratica in Norcia , da un suo 
parente di tal luogo udita l'avea, eh' è questa. 
Annibale Fini da Urbino , non raen valoroso 
nell'armi, che buono in amministrar bene la 
giustizia , ed esser liberale , trovandosi pro- 
posto a terminar per sentenza P altrui sì cri- 
minali , che civil controversie in Norcia un d 
fra gli altri ritrovandosi senza troppe faccende 
fermo davanti al palagio di giustizia fra molti 
cittadini per passa tempo ( che dello star in tal 
luogo con altri molta copia data non gli era ) 
venner in ragionamento de' podestà e gover- 
natori di Spoleto, ed altri circonstanli, chi di 
loro meglio portato si fosse ; e chi biasimava 
questi , e chi quegli d' avarizia , o di poca 
bontà , o d' altro simil difetto , che più op- 
porre si possa quando la natura dell' uomo a 
dir mal si va molto accomodando ; e pel con- 
tràrio chi lodava 1' uno, e chi l'altro. Annibale, 
parendogli esser più degli altri tutti podestà più 



558 NOVELLE. 

meritevole di lai lode, poiché liberalmente vi- 
vendola tutti buona giustizia indifferentemente 
resa avea ; disse verso un contadino eh' alla 
volta lor camminava : Martino ( che così era il 
suo nome) chi credi tu che si sia portato me- 
glio di quanti ministri di giustizia son iti già 
un pezzo fa per questo ducato ? Martino adun- 
que, che, come F orso, e secondo la norcina 
usanza , era goffo e destro , come se mollo 
tempo prima la risposta pensata avesse senza 
freno alcuno di temperato parlare, e secondo 
al grado eh' al reltor di dir non si conveniva , 
prestamente rispose : ti voglio dicere , messer 
lo podestà, come ciarlò un mio spar contia- 
dino, ch'in un paniere aveva quattro lupaie- 
gli, a un altro villano che comprarne un sol 
intendeva, dicendo: scioveraimene uno, che 
sia il megliore ; che di chiapparlo da me non 
mi dà il cuore; che non me ne intiendo. Il 
rustico venditore sappiendo benissimo la trista 
natura di tal traditori animali , soggiunse ris- 
pondendo : cappa qual vuo' fra te; che tutti 
son a un ino! Donde il podestà sentendo tal 
arguta risposta ripiena di spirito , senza più 
farci parola , per non sentir peggio , fingendo 
aver che fare, si partì, andandosene in pala- 
gio. Così voglio io dir a voi per resoluzione 
dell' importante lite che proposta avete, che 



SALVI UCCI. 359 

togliete pur a vostra posta chi voi volete, le- 
gista, medico, capitan , o mercante; tanto 
pare a ciascuno d' essi aguzzato nel mai far 

V ingegno , che se lo vogliono adoperare , 
sanno tanto ciascun far nel suo mestiere , che 

V un non cede all' altro di menzogne, delle 
quali tutti ahbondevolmente son ripieni, e non 
si può sapere il vero. 11 viceré e tutti i circon- 
stanti di maniera risero di questa risposta, che 
non si potevano quasi contenere dalle lacrime , 
che per allegria, siccome è noto, sogliono alle 
volte dagli occhi cadere , a pieno non si potria 
dire : e finalmente il viceré soggiunse ch'ognu- 
no si stia nel suo credere in tal fatto senza 
cercar più là, poich' altrimenti non può saper 
il vero. E finito il ragionamento: per esser va- 
licala in là molto la notte, falle le debile e 
cortigianesche ceremonie , siccome s' usa in 
corte, dove l'adulazione il primo luogo tiene , 
se n' andarono a dormire- per riposar non 
meno lo stanco corpo delle molte fatiche del 
giorno, che la travagliata mente dalle gravi e 
importami cure, che da esse continovamente 
infestala si ritrova. 



36 NOVELLE. 

ALESSANDRO SOZZINI. 

NOVELLA I. 

Salvador e di Topo Scarpeìlino _, sopranomi- 
nato Dorè , comprò un paio di capponi . 
e menò il contadino che glielo vendè al 
priore di S. Martino. 

Avendo la moglie di Dorè partorito , si dis- 
pose il buon marito di procacciarle un paio 
di capponi , ancor che non avesse un quattrino 
per comperarli. Onde per ciò risoluto, andò in 
piazza , e trovò un contadino che n' avea un 
buon paio; domandogli del prezzo, ed il conta- 
dino rispose che ne voleva sei lire, e Dorè gli 
disse : io ti dirò poche parole e buone , ti vuo' 
dare cinque lire •, e così furono d 1 accordo. Al- 
lora Dorè prese subito i capponi in mano , e 
disse al contadino : vien meco che ti farò con- 
tare i danari. Ed entrali in S.. Mai tino , Dorè 
vide il priore che confessava una donna , e 
disse al contadino : aspetta costì, che li vo' 
mostrare a quel frate che gli ho compri per lui 
e gli dirò che ti dia cinque li re quando ara con- 
fessala quella donna. Ed accostatosi al priore 
^li disse : padre , io vorrei che voi mi fa- 
ceste un gran servizio : quel conladino che è 



sozzini. 55 1 

colà ( e r accennò con la mano ) è mio com- 
pare, e si vorrebbe confessare; e perchè gli è 
cinque anni che non s'è confesso, non trova 
chi lo voglia ascoltare; però vi prego che fac- 
ciate questa carità , e ditegli , acciocché non se 
ne vada, che si fermi tanto che abbiate spedita 
questa donna. Fratello, gli disse il frate , fer- 
mati un poco , che or ora ti spedirò ; e Dorè di 
nuovo s'accostò al contadino, dicendogli : 
quando ara spedita quella donna, ti conterà i 
tuoi quattrini , ed io intanto gli porterò i 
capponi in cella. Ed il contadino soggiunse : 
-avetele detto quanto m' abbia a dare ? sì , ho " 
rispose Dorè , cinque lire ; e voltossi verso il 
frate, disse forte: cinque padre. Ed il priore 
rispose : t' ho inteso. Allora Dorè tutto lieto si 
partì di chiesa, uscendone per la porta che va 
ne' chiostri, e di quindi se ne andò a casa co' 
capponi. E quando il priore ebbe finito di 
confessare la donna , si voltò verso il contadino, 
e l'accennò che venisse, il quale tosto si con- 
dusse al frate, pensando che gli contasse le 
cinque lire. Ed il frate credendo che si volesse 
confessare, gli dhse : inginocchiati giù con 
umiltà e riverenza. Il contadino stupefatto ris- 
pose : che umilia? datemi i miei denari de' 
capponi che avete fatto comprare a colui che 
ve gli ha portatili! cella, e v'ha detto che mi 

16 



562 NOVELLE. 

diate cinque lire, che così siamo restati d'ac- 
cordo. Rispose il priore : Oimè ! che cosa è questa. 
Colui che aveva i capponi mi disse che eri suo 
compare , e mi pregò che io ti confessassi; gliel' ho 
promesso, e glielo vo' mantenere; però ponti giù, 
fratel mio. Allora il contadino cominciò alzar la 
voce, dicendo : credo certo, padre, che voi 
vogliate la burla del fatto mio , non ho io udito 
con questi miei orecchi, quando vi disse che voi 
mi deste cinque lire ? Ed il fiate, anche lui tur- 
bato, gli rispose: la burla vuoi tu di me, per- 
chè colui mi disse che tu eri stato cinque anni 
che non t' eri confessato. II povero con ladino r 
non sapendo altro che dire , disse : almeno, se 
non me li volete pagare, rendetemeli. Ed il 
priore gli rispose : come vuoi tu che io te li 
renda, se non gli ho avuti. Onde il conladino, 
eli nuovo vinto dall' ira, rispose : mi disse pur 
colui che gli ebbe, che ve li portava in cella. 
Rizzossi allora il priore, e disse : andiamo in 
cella , e vedrai che non vi saranno, perchè ho 
la chiave io e non altri ; e caso che ci sieno , le 
li v'uo' rendere, e di più ti vo donare dieci lire 
di mio. Giunti alla porta , il priore prese la 
chiave che avea a canto , e disse al contadino : 
in che modo vuoi tu che colui ci sia entrato 
senza me e senza la chiave? Ed aperta la porta 
gli replicò: entra dentro, e cerca bene a tua 



sozzini. 563 

modo, e t'aprirò tulle le casse, e se li trovi 
dirami che io sia un truffatore, come colui che 
t' ha truffati i capponi. Fece il contadino di- 
ligentissima ricerca , e non trovando i capponi 
disse al priore : Almanco insegnatemi dove sta 
colui , e come si chiama. Io non lo conosco , 
rispose il priore , e non so chi si sia, perchè 
non mi ricordo averlo mai più veduto! Allora 
il povero contadino se ne andò senza i cappo- 
ni , senza danari , e poco contento , e massime 
perchè gli parve d' esser burlato e truffato. 

NOVELLA III. 

Se cica z zone finge di dare un ducato a tre c/e- 
chi , e li fa venire alle bastonate. 

Passando una sera Scacazzone dalla ma- 
donna del Poggio , entrò dentro, e vide che 
non c'era nessuno se non tre ciechi , i quali 
quando sentirono gente in chiesa , comincia- 
rono tutti a chiederla limosina , talché Sca- 
cazzone la fece a tutti loro nel medesimo modo, 
dicendolo ho obbligo di dare un ducato d'oro 
per limosina , io vo' dare a tutti tre voi e disse : 
Pigliate: e loro tutti tre pararono la mano, ed 
egli nonio diede a nessuno. Dipoi gli disse: Volete 
voi fare amiomodo?Andaleveneairosteria,efate 

16. 



56* NOVELLE, 

tutti insieme un buono scotto, Mediante questo 
parole, ciascuno di loro s'immaginò che il du- 
cato d'oro l'avesse avuto uno dei due ciechi,e così 
tra di loro si risolverono a fare il detto scotto , 
e s'inviarono ali' osteria di Marchino in Diac- 
ceto , e Scacazzone li seguitava così dietro. Ed 
entrati tutti tre uell' osteria Scacazzone av- 
vertì V oste che gli desse manco roba che po~ 
teva , perchè egli aveva fatto loro una burla , 
che gliela conterebbe poi quando loro avessero 
mangiato: e si fermò quivi dalla porta , stando 
cheto, per vedere che fine avesse la burla. I cie- 
chi si messer a tavola , e 1' oste gli pose in- 
nanzi una grande insalata , ( per principio 
d'una cattiva cena) e dopo gli portò una pol- 
petta per uno 5 e finita che V ebbero comin- 
ciarono a chieder più roba , dicendo: Voglia- 
mo cenare a scotto*, oste trattaci bene, che 
abbiamo un ducato da spendere. In somma 
l'oste gli portò non so che altra frascheria , 
e gli disse di poi , che non ci avea altro da 
dargli , che avesser pazienza ; a tale che lo 
scotto montò appunto un testone : e di nuovo 
gli disse: Perdonatemi . un'altra volta quando 
ci volete venire a questo modo in compagnia , 
fatemelo sapere , e lasciate fare a me , che io vi 
prometto di farvi sguazzare. Iciechi , sentendo 
le tante offerte dell' oste 3 si conòigliarono di 



sdzzlNf. $65 

f ornarci un' altra volta ; e dissegli uno di loro' : 
Noi ti vogliamo dare un ducato d'oro , e pa- 
garti del testone che ti siamo in debito di sta- 
sera , e del restante fa che tìe godiamo doman- 
dasse™ , che di compagnia ti torneremo a ri- 
vedere. L' oste rispose subito : Farò in modo 
che vi loderete di me ; e soggiùnse : Datemi il 
ducato. Allora uno de' ciechi disse agli altri 
due : Chi l' ha di voi glielo dia. Risposero gli 
altri due in un medesimo tempo : Io non l'ho. 
Ed il primo subito rispose: Bisogna pure che 
imo di voi l'abbia , che io non l'ho. Risposerà 
gli altri due : Bisogna pure che tu 1' abbia tu , 
se noi non F abbiamo ; e P hai pur tu , che eri 
il più vicino alla porta. Se io ero vicino alla 
porta , e voi eravate più su , e con voi ragionò 
colui che ci diede il ducato, ed a uno di voi lo 
porse, e non a me. Ahi traditore ! dissegli uno 
de' due ; noi due eravamo a canto , e se V avesse 
dato a noi , ci saremmo sentiti a chi di noi 
1' avesse dato. Oh furbi , disse il primo cieco , 
voi vorreste fare a mezzo del ducato , ed a me 
non ne toccasse la mia parte , eh ? ed alzato il 
suo bastone , cominciò a dare agli altri due 
ciechi. E loro sentendo le percosse , comin- 
ciarono ancor essi ad operare i loro bastoni, 
e davansi tutti tre gran bastonate alla cieca. 
Ed uno dei due amici colse malamente l'altro 



366 NOVELLE. 

in un braccio , talché fu forzato alzar la voce 
e dire : Chi m' ha dato di voi è un assassino ; 
e cercando di tirarsi da banda, cadde in terra. 
E gli altri due erano venuti alle prese , e si da- 
vano di cieche pugna. Intanto Scacazzone 
smascellava delle risa ; e vedendo che per 
r inganno suo quei poverelli s' erano mal 
conci , entrò tra di loro (che se bene a questo 
cieco fracasso era concorsa molta gente, non 
aveva voluto che nessuno ci s' intromettesse a 
partirli) e fece rizzare il cieco caduto, e gli altri 
due prese per mano ; e come se non avesse 
saputo niente, domandò i ciechi la cagione 
della lor questione , ed essi la gli racconta- 
rono. Ed egli disse: Colui non dovette dare 
il ducato a nessuno di voi , e potette dirvi 
a quel modo per farvi una burla. Il cieco che 
s' era ritto di terra , riconobbe alla voce colui 
che favellava , e che era quello che disse di 
voler dar loro il ducato, e gli disse con gran 
collera : Tu ci hai fatta la burla , traditore ! 
Allora Scacazzone levò un grande sparnazzo 
di risa , e gli disse : Questo non dir tu ? Io son 
comparito qui adesso , e voglio che voi fac- 
ciate la pace. Rispose uno de' ciechi : La pace 
sarà fatta , se tu vuoi pagare tre giulj all'oste 
di roba che abbiam mangiata con 1' assegna- 
mento del ducato. E Scacazzone rispose : Son 



PAR A BOSCO. 56; 

conlento , e diede Ire giulj all'oste.! ciechi se 
ne andarono, dicendo tra di loro: Manco male, 
che non ci è andata marcia affatto \ e sì tennero 
le bastonate che s s eran date , per non poter far 
altro. 



GIROLAMO PARABOSCO. 

Tomaso promette venticinque ducati a un 
notajo y che lo consiglia come elee fare per 
non restituire alcuni danari mal tolti: e po- 
scia dal notajo ricercato dei venticinque 
ducati , contra di lui si prevale del consi- 
glio che contra gli altri dato gli aveva. 

Fu già nella gentile e ricca città di Brescia 
un giovane , detto per nome Tomaso de' To- 
rnasi , casalo nobile ed antico di essa ciltà. 
Rimase costui senza padre e senza madre , solo 
erede di un grandissimo avere 3 ma a lui av- 
venne come il più delle volte avvenir suole 
a' giovani incauti , i quali poco considerando 
o temendo quel che può loro accadere , si la- 
sciano in preda alla lascivia , a giuochi ed a 
compagnie dannose e vergognose , né ad altro 
pongono cura che mostrarsi grati e liberali 
a buffoni ed a parasili , i quali , a guisa di ca- 



56S NOVELLE» 

maleonti , eon false e lusinghevoli adulazioni ,. 
di mille colori , secondo i' occasione dimo- 
strandosi , gli cavano non pure i denari della 
borsa , ma le fondamenta delle case e delle 
ville, ed il cuore gli trarriano anco del petto, 
se tornasse in loro prò ; così sanno questi ma- 
nigoldi la lor arte maestrevolmente usare. 
Costui di simili compagnie non lasciò la pra- 
tica, che si trovò nello spazio di quattro anni 
aver consumata ogni sua sostanza, ed essergli 
restalo di tante ricchezze solamente un suo 
poderetto , poco fuori della città , posto sopra 
una di quelle collinette , oltre modo ameno 
e dilettoso , siccome infiniti simili ce ne sono 
da diversi gentiluomini posseduti , e chiama n- 
si questi tai paradiselti che paradisi per la 
vaghezza loro chiamar si possono , Ronchi. 
Vedendo Tomaso non essergli restato altro di 
tante belle case e ville y eh' egli posseder sole- 
va , che quel picciolo luoghetto , dal quale, 
per essere luogo piuttosto di piacere e pieno di 
frutti , che da raccoglierne né grano né vino, 
malamente le spese trarre ne poteva per la 
sua persona sola , non che all' usato intrat- 
tenerne cani , sparvieri . e buffoni. Tardi adun- 
que costui avvisto e pentito del suo mal gover- 
no , deliberò per la vergogna eh' egli avea dei 
parenti e degli amici, che qual era statala 



PARABOsro. 369 

sua vita benissimo sapevano , di non voler più 
quivi in Brescia abitare, ma vendere una ca-. 
succia, die sola gli era restata , e quel pove- 
retto , ed altro paese cercare, ma il tutto 
colatamente fare. Però datosi a cercare tacita- 
mente , a cui gli parve a proposito fece l'ani- 
mo suo intendere, ciascuno separatamente 
pregando che cotale suo pensiero discoprire 
non dovesse; né molto andò che della casa e 
del podere da sette ad otto gentiluomini tolse 
arra, senza che F uno dell'altro s'avvedesse 
punto; perciocché ognuno di loro benissimo gli 
osservava la promessa di tenere cotal compra 
fra sé", né dirla ad altri. Avendo costui rice- 
vuto di molti ducati e da questo e da quelP 
altro per cotal conto, un giorno chea lui 
parve, della casa e del podere ad un solo, 
senza saputa degli altri, libera vendita fece, 
pensandosi chetamente portarne via agli altri 
tutti i denari che per arra ricevuto n' aveva. 
Ma che che se ne fosse cagione , il hit to subito 
si seppe; laonde il buon uomo prestamente fu 
preso e posto in prigione ; nella quale studian- 
do egli lutto dì se possibil fosse quindi uscirne 
senza restituire il mal tolto , non conoscen- 
dovi rimedio né via alcuna, mandò per un 
notajo , suo grandissimo amico già nel tempo 
della lieta fortuna , ed al quale egli già di molli 

t6.. 



^70 NOVELLE. 

beni e di moki piaceri fatti aveva. Costui , 
ancorché mal volentieri ci andasse , cono- 
scendo non esservi più guadagno della pratica 
sua, pure alla fine si risolse di andarvi ed 
udire ciò eh' egli chiedeva ; e così venutone 
alla prigione, Tomaso ad una di quelle fer- 
rate fece chiamare, con il quale dolendosi 
della disavventura gli domandò ciò eh' egli co- 
mandava; al quale rispose Tomaso e disse : Tu 
sai, Falelro, che così nomato era il notajo , 
la liberalità ch ? io , mentre ho polulo , ho e a 
te ed a molti altri usata , talmente che da 
quella condotto al termine sono che tu mi 
vedi, lo non ti ricordo già quello che verso di 
te mi sono dimostrato, perchè io voglia che 
tu me ne renda cambio ora in quello che io 
ti domanderò , ma sì bene perchè più di me 
t'incresca , onde poi con affetto maggiore pro- 
curi la mia salute, lo so che punto non t'è na- 
scoso , perchè io qui prigione mi sia , perchè 
non perderò tempo a racconta rloti di nuovo ; 
bastili intendere coni' io mi sono disposto di 
non voler più rendere ad alcuno i denari eh* 
io ho ricevuto per arra e del mio podere e della 
mia casa , e piuttosto me ne lascierei morire 
costì serrato. Ma io m' ho pensato che tu , vo- 
lendo, me ne potrai facilmente trarre, sicco- 
me quello ch > io so che molto sei grato al ma- 



PAKABOSCty. S^i 

gnifico podestà , e per esser V uomo faceto che 
sei, ed ancora per aver la servitù antica ehe 
tu hai con esto lui fin in Vinegia. Quel che 
io vorrei è, che tu gli facessi intendere ch ? io 
sono al tutto pazzo e fuor del senno , ed asse- 
gnarne la cagione al vedermi avere in così 
brieve spazio di tempo e così poco onorevol- 
mente consumata cotanta facoltà. Io non re- 
sterò dai canto mio di fare tutti quegli alti , 
quei gesti e segni che possono far conoscere 
uno per pazzo, e poscia, appresso 1' obbligo 
che eternamente a te ne terrò , voglio che tu 
goda per amor mio venticinque ducati ; e sappi 
che se io di quinci entro esco senza restituire a 
nessuno quel che io debba , mi pare ritornale 
un signore di nuovo. Sicché procaccia il mio 
scampo, che iute solo mi fido , e solo a te mi 
raccomando. Il notaro che astutissimo era, 
e che appresso al rettore si conosceva in qual- 
che favore , tirato piuttosto dal guadagno che 
da scintilla di pietà che fosse in lui , larga- 
mente promise ogni cosa tentare, ond'egli fos- 
se liberato di prigione senza averne altro a 
parlare che i venticinque ducati a lui pro- 
messi ; e perchè talora simulando troppo il 
pazzo , egli non fosse conosciuto esser non 
pazzo , consigliò eh* egli non facesse altro se- 
gno, se non che interrogato , a chiunque li do- 



3? 2 KOVELLE. 

mandasse , facesse la fica colle dita; e dato* 
quest' ordine, di subilo si parti , ed a trovare 
il podestà n' andò, e, come persona famigliare 
di casa , a ragionare di molte cose facete e 
piacevoli si mise; nel qual tempo per avven- 
tura uno di quei gentiluomini , per la truffa a 
lui fatta da Tomaso , a parlare al podestà ne 
venne, con istanza grande domandandogli ch'- 
egli gli facesse ritornar i denari eh' esso To- 
maso aveva da lui presi per arra della sua vil- 
letta. Al quale gentilmente rispondendo il nò- 
taro , e rivolto al podestà , così disse : Gen- 
tiluomo , voi adunque impacciato con quel 
pazzo vi siete? Al quale subito rispose il gen- 
tiluomo : che pazzo? Non fosse egli più tristo 
di ciò eh' egli è pazzo ; io so ben io soggiunse 
il notaro che gli è pazzo e da catena , e che 
egli farebbe peccato ad un giudeo ! e quasi ss 
io non sapessi eh' egli tanto innanzi più non- 
na sapulo, mi inaia vigilerei qui del magnifico 
rettore , che così in distretto tenesse un pazzo 
come è costui ; al qual, se avete danaro al- 
cuno , per avventura saranno stati involati , 
ovveramente gli avrà, come fanno i pazzi , 
gittali giù -per un canale , o per istrada , dove 
meglio sisarà abbattuto. 11 gentiluomo ribat- 
tendo le parole del nolajo , diceva benissimo .. 
le sue ragioni 3 e similmente dal notajo rihai-- 



parabosco; SjS 

fato era- benissimo ; lai meni e che il' rettore 
Tolle vederne il lutto. Perchè fattosi condurre 
avanti Tomaso che già per dare arra della sua* 
pazzia s* aveva stracciato di dosso quasi tulli 
i panni , ed interrogatolo di ciò che quel gen- 
tiluomo gli domandava , mai altro da lui non^ 
si polè avere che fischi , e fiche , siccome con- 
sigliato gli aveva il notajo disfacesse. Ven- 
nero similmente degli altri ai quali similmente 
la ti uffa era comune, e dicendo che costui il 
pazzo faceva , fecero sì che il podestà coman- 
dò , per fargli paura, che costui alla corda 
fosse posto, senza però fargli altro che paura 5 
per la qual cosa nulla di più potè però aver 
da Tomaso di quel che senza corda avuto 
s'avesse ; perciocché di patto n' avrebbe egli tre 
tratti benissimo sopportati prima che ritor- 
nare a chi doveva i ricevuti denari. Fu adun- 
que , e perchè far altro non si poteva e per* 
la diligente e sollecita cura che n* ebbe il no* 
tajo, Tomaso, senza pagarne cosa alcuna , 
di prigione come pazzo liberato ; al quale 
poco dopo dimandando il notajo i venticin- 
que ducati promessi , altro mai non ne potè 
trarre che quello che per suo consiglio tratto- 
n' avevano gli altri creditori e messer lo po- 
destà , cioè fischi e fiche -, talché tutto bef- 
fato y con T ordita inganno ingannato rimase 



5*4 NOVELLE. 

Io ingannatore. Il quale bisognò che in pa- 
zienza la si togliesse, non volendo, mani- 
festando quello che era , accusar sé stesso, e 
dimostrarsi egli stesso più degno di pena e di 
castigo che Tomaso non era. 



BANDELLO. 

Prodezza mirabile di una giovane ita in ser- 
vare la patria cantra i Turchi 3 dalla Si- 
gnoria di Venezia magnificamente rime- 
ritata. Alla signora Giovanna Sanseverina 
e Castigliona messer Bartolommeo Boz~ 
uomo. 

Per essere io stato più di quaranta anni 
schiavo nelle mani delli Turchi, fui più volte 
condutto in varii luoghi di essi Turchi, emas- 
simnmenle per la Grecia , ove sono di bellis- 
simi paesi e molte fruttifere isole sotto F ob- 
bedienza loro. E al proposilo di quello che ora 
voi ragionavate del valore di alcune donne , vi 
dico signori miei che avendo Tarmata turche- 
sca per quanto intesi da uomini turchi, che si 
erano trovali ali assedio di Cocchio, terra 
nelF isola di Leimo , assalila essa isola nel mare 
Egeo-, e posta F ossidione attorno a Coccino 



BANDELLO. 5^5 

dopo V avere indarno combattuto Lepanto, 
cominciaronoconartegliaria a battere le mura 
di Cocchio e fieramente danneggiarle di modo 
che in più battiture con cannoni fatte, getta- 
rono per terra una delle porte, per la quale i 
Turchi facevano ogni sforzo per intrar dentro. 
Li soldati veneziani^ insieme con gli uomini, e 
donne del luogo, facevano gran resistenza ; ma 
nessuno era che più valorosamente e con mag- 
giore animo combattesse con tra i Turchi di 
quello che faceva uno compagno della terra 
chiamato Demetrio. Egli innanzi a tutti sovra 
V intrata della porla , faceva prova da uno pa- 
ladino, avendo di già di propria mano assai di 
quei Turchi ancisi, e tuttavia esortava i suoi 
cittadini alla difesa, e già fatto si avea quasi 
uno bastione di Turchi da lui ammazzati perdi 
ogni intorno. Alla fine dal numeroso saelta- 
mento turchesco , in mille parti del corpo fe- 
rito , avendo gran sangue perduto, in mezzo 
degli morti nemici, in terra si lasciò cadere e 
morì. Era non lunge da lui una sua figliuola 
vergine , di anni circa diciotto in diciannove 
della persona assai ben disposta, e più grande 
di quello che era la sua età, che Marnila si 
chiamava. Come Manilla vide il caro padre 
caduto in terra e morto, senza perder tempo r 
né mettersi con feminili ululati a piagnere ? 



sys- VOVELLE. 

prese la spada e la rotella del padre ed esor- 
tando i suoi popolari, che la dovessero animo- 
samente seguitare, come una furiosa leonessa 
e famelica , quando ne 1' Africa assale uii 
branco di vitelli, si cacciò ira' Turchi e quivi a 
destra e a sinistra ferendo, con la morte di 
quei cani vendicò quella del padre. Ne con- 
tenta di questo, dagli suoi Coccinesi seguitata, 
fece tanta e s: forte impressione nel li nemici, 
che li pose in tal disordine, che gli sforzò sfug- 
gire al mare e levarsi fu ora dell' isola. Quei 
che non furono presti a montare su le galere, 
tutti furono messi a filo di spada mortiin terra; 
di modo che Coccino e tutta l' isola di Lenno 
rimase libera dall' assedio. Sovvienimi ora che 
Morsbecco, che era capo di que' Turchi 3 uo- 
mo isperimentato in varie imprese, e istimato 
molto prode e di gran core, essendo a Costanti- 
nopoli, enarrando la cosa come era seguita, disse 
che quando vide Marulla cacciarsi tra' Turchi, 
che li parve che in lui ogni forza e ardile gli' 
mancasse , e che vinto dalla paura fu astretto 
a fuggire ; cosa che non gli era in tanti peri- 
coli della battaglia, comesi era trovato, avve- 
nuta già mai. Liberata adunque l'isola, come 
poi s' intese venne Antonio Loredano, che al- 
lora per i Veneziani era generale di mare e 
sentendo la fortezza e valore della vergine 



BINDELLO. 5; 7 

Marnila , ordinò che se gli appresentasse ac- 
compagnata onestamente, innanzi a lui. Con- 
dotta che li fu la vergine greca , cominciò parlar 
con lei , e di leggero conobbe essere in quella 
un animo generoso e virile, e forse più grande 
che a fanciulla non si conveniva. Diede alla 
presenzia , così degli soldati come detli Cocci— 
nesi , alle vertù della giovane quelle vere lodi , 
che ella valorosamente combattendo, meritate 
aveva; por le fece alcuni ricchi presenti di da- 
nari e altre robe, acciò che onestamente ma» 
rilare si potesse. A imitazione del loro generale, 
i padroni delle galere e gli altri officiali le die- 
dero lutti qualche danari e altri doni. 11 gene- 
rale poi sì le disse. Figliuola mia , affine che tu 
conosca che la nostra serenissima Signoria di 
Venezia ama e onora la virtù in qualunque 
sesso si sia, e che è gratissima riconoscitrice di 
ogni servigio che fatto le sia , sta di buono 
animo , e fermamente spera che come quelli 
nostri giustissimi senatori intendano ( il che 
particolarmente e caldamente io gli scriverò 
del tuo valore , e quanto per salvezza di questa 
isola tu ti sei affaticata) sta , dico, di bonissimo 
core, che da loro sarai bene ri conosciuta e 
largamente rimeritata. Fra questo mezzo se ti 
pare di eleggere per marito tuo uno di questi 
prodi uomini, che teco la patria hanno difesa, 



5-8 NOVELLE, 

o quale altro più ti diletta , io ti aj utero a far- 
telo avere, e ti prometto che dagli nostri si- 
gnori sarai del pubblico dotata. Ella ringra- 
ziando il generale di questa maniera, gli rispose 
che bisognava non solamente nell' uomo la for- 
tezza e valore del corpo , ma che più importava 
investigare con somma diligenza la qualità 
della vita e degli costumi e bontà di quello, 
perchè la fortezza corporale , senza il buono e 
nobile ingegno e virtuoso nulla valeva. Vera- 
mente questa risposta mostrò più chiara la 
bontà e prodezza di quella valorosa giovane, 
che meritava essere agguagliata a qualunque 
altra donna di quelle che più famose furono, 
così delle Greche come Latine. Onde il gene- 
rale rimise il tutto all'arbitrio della serenissima 
Signoria, che poi del tutto informata , quella 
degli danari del pubblico onoratamente ma- 
ritò , donandole molte esenzioni e rari privilegi 
dalle pubbliche gravezze, che si sogliono per 
conservazione dello stato alli sudditi comune- 
mente imporre. 



BANDELLO. O79 

NOVELLA XLI. 

Varj e bei motti con pronte risposte dati 
a tempo 3 esser bellissimi , e giovare spesse 
fiate. 

Voi , signori miei , sentirete come un po- 
vero compagno che meritava la fune con una 
artificiosa risposta si liberò. Era Nicolò Por- 
ci nario dottore aquilano, il quale, per esser 
giudice molto giusto, ebbe diversi magistrati 
in Italia , ove severamente castigava i malfat- 
tori. Avvenne un dì che egli fece prendere 
quattro uomini reputati i maggiori ghiotti 
della contrada ; e come gli furono menati 
innante, ne fece porre uno alla corda , e dargli 
quattro coliate di fune: poi fece il medesimo 
al secondo ed altresì al terzo. Restava il quar- 
to, al quale domandò il giudice come egli 
a\esse nome. Messere _, rispose egli con un 
viso ardito, io mi domando sestodecimo al pia- 
cer vostro. Di così nuovo nome forte si mera- 
vigliò il giudice , e gli disse : che nome è co- 
testo che tu hai? Non vi meravigliate rispose 
il povero compagno , che io così mi chiami ; 
perciocché non è mio nome impostomi al 
battesimo, ma mi tocca per sorte; voi, Signo- 



58o KOVELLE, 

re, ai miei compagni avete fatto dare dodici 
tratti di fune , quattro per ciascuno di loro ; 
poi a me dovendone esser dati quattro che 
fanno sedici , da questo evento il nome , ora 
è nasciuto. Piacque meravigliosamente al dot- 
to giudice l'arguto e faceto detto del mal- 
fattore , e senza altrimenti farlo porre al tor- 
mento, lo liberò. Ora vedete che effetto buono 
fece una savia parola d' un uomo letterato. 
Mentre che il Re Federico d' Aragona tenne 
il regno di Napoli fu in quella città un gen- 
tiluomo , che aveva per moglie una assai bella 
e leggiadra giovane , chiamala Paola 5 ma 
tanto bizzarra e spiacevole e così fastidiosa , 
che tutto il dì altro mai non faceva che far ro- 
more per casa con ciascuno che alle mani le 
capitava ; e se non ci era persona con cui po- 
tesse gridare , ella da se entrava in collera , e 
fra' denti mormorava. Guai poi se nessuno le 
avesse risposto, perciocché saliva in tanto sde- 
gno , che stava due e tre dì, che altro non 
faceva che garrire. Il marito , che era uomo 
dotto e mollo piacevole ebbe sul principio 
assai che fare ad accordarsi seco ; ma veu- 
gendo che cosa che egli facesse o le dicesse 
non giovava , deliberò lasciarla gridare e mai 
non le rispondere; e così pazientemente se ne 
yisse seco treni' anni , che mai non la sgridò. 



BAN DELLO. 58 1 

Avvenne che egli un dì invitò a desinar seco un 
suo amico. Ora essendo a tavola e desinando , 
ella , che era dirimpetto all' amico del marito, 
veggendo in tavola certa vivanda che non era 
concia a modo suo , entrò in collera ; e quivi 
cominciò una intemerata di gridare e garrire 
ora quel servidore ed ora una fantesca , e tut- 
tavia crescevano i gridi ; di modo che V amico 
invitato non poteva quella seccaggine soffe- 
rire, e fu quasi per levarsi da mensa. Di 
questo accorgendosi il marito disse oimè , fra- 
telmo che poca pazienza è la tua ! io treni' 
anni ho sofferto le strida e i gridi, i romori e le 
molestie insopportabili di costei , e giorno e 
notte mai altro non sento , e pazientemente il 
tutto soffro , e la mezza ora sentire non la 
puoi ? L'amico a queste parole s'acquetò, eia 
donna tanto virtuosamente trafitta si sentì che 
la sua vita cangiò , e divenne poi sempre quie- 
ta , umana , piacevole e graziosa. Voglio rao 
dimostrarvi come un Guascone con una bella e 
pronta risposta si seppe da un vantatore spa- 
gnuolo schermire. Andava da Bologna a Firen- 
ze Girrinicolo Guascone, il quale essendo a 
Bianoro all' osteria trovò che l'oste aveva con- 
cia un' anitra giovane e grassa arrosto, tutta 
piena d'aglio , che è il pepe dei Guasconi. Ve- 
duta che egli l'ebbe , disss all' oste che altra 



582 NOVELLE. 

carne per desinare non voleva che quell' ani- 
tra ; e a tavola s'assise , e cominciò a smem- 
brare 1' augella che ancora fumava e rendeva 
un buonissimo odore. Ed ecco in questo che 
entrò dentro un giovine spaguuolo, grande 
di persona , con la spada e ii brocchiero a 
lato il quale, come senti 1' odore dell' arrosto 
gittò l'ingorda vista sovra l' anitra , e disse al 
Guascone : Signore, vi piace egli dar luogo in 
tavola ad un vostro amico ? A questo rispose 
G ironico lo , e gli domandò comesi chiamava, 
io, signore, disse lo Spaglinolo, mi chiamo 
per mio proprio nome Alopanzio Ausunar- 
chide lberoneo Alorchide. Per le piaghe di 
Cristo ! soggiunse allora il Guascone , io non 
credo che sì picciola augella debba bastare ad 
un desinare a quattro così gran baroni, come 
voi m' avete nominati e tanto meno essendo 
Spaglinoli: io non mi farei mai questa vergo- 
gna. Questa anitra a me, che Girrinicolo sono 
detto sarà assai -, a voi sì gran signori bisogna 
che 1' oste apparecchi vivande convenienti a 
sì magnifica grandezza. Udirete adesso come 
il signore Prospero Colonna argutamente ri- 
spondesse al re Federico del quale , s'è par- 
lalo. Essendo il re Federico , nel castello dell" 
Ovo , si mise a ragionamento col signore Pro- 
spero , allora suo capitano e molto giovine $ 



BANDELLO. 585 

e diceva d'alcuni segni che hanno gli uomini, 
perii quali facilménte la natura e i costumi 
loro questi chiromantici e fisionomisti di- 
cono conoscere. Diceva adunque il re che se 
T uomo ha i capelli duri egli è audace : se ha 
il petto largo e debitamente carnoso, è ga- 
gliardo : se di questi segui ha i conlrarj sarà 
timido : se ha la faccia troppo rotonda , è 
pazzo e senza vergogna : se ha in faccia colore 
troppo rosso come sono i fruiti del gelsomoro 
non ben maturi , egli è grandissimo inganna- 
tore ; e se ha le ciglia congiunte è traditore. 
Mentre che il re queste cose col signor Pro- 
spero discorreva, sopravvenne Vito Pisanello , 
segretario di esso Federico- il quale Vito aveva 
i capelli in capo crespi , e così ricciuti come 
reggiamo che hanno i Mori , onde seguitando 
ilre, e fra mille altri segni delti, dicendo 
esser impossibile che chi avesse capelli cre- 
spi non fosse o musico, o di perverso e ma- 
ligno animo, e di poca stabilità, subito ri- 
spose il signor Prospeio ; ed accennando Vi- 
to , disse : per Cristo benedetto ! o re , que- 
sto tuo Vito non saprebbe cantar una noia di 
canto. Arguta veramente e pungente risposta ; 
perciocché secondo la opinione del re che 
detta aveva , necessario era dire che Vito 
fosse Ubaldo e scelleratissimo. E per con- 



584 NOVELLE. 

chiudere il mio ragionare , vi dico che venen- 
do da Roma , passai per Siena e volli veder il 
lor tempio mollo hello , vidi anco la superba 
libreria che Pio secondo ha fatto . Andai poi 
veggendo molte belle cose che sono in quella 
città e passando dalla loggia dei Piccolomini , 
fabbrica pur di Pio secondo ecco venir un gar- 
zoncello di dieci in undici anni sovra un ca- 
vallaccio tanto magro e disfatto , che non si 
poteva a pena reggere in piedi , che solamen- 
te aveva la pelle e V ossa , il fanciullo grida- 
va ad alta voce : aita , aita , che io non posso 
tener questo ronzone , erano nella loggia as- 
sai gentiluomini , dei quali uno disse : certo 
questo fanciullo è pazzo ; e rivoltato verso 
lui, gli disse : tu farnetichi, questo cavallo 
a pena si muove , e tu dì che non lo puoi te- 
nere : che pazzia è la tua ? Tutto ad un tem- 
po rispose il garzoncello ; cotesto è il male, 
vi dico io che non lo posso tenere, percioc- 
ché non ho da pascerlo. Fu da tutti lodata 
la pronta risposi a del fanciullo; e perciò con- 
vien dire che i bei motti sono come le medi- 
cine le quali date a tempo all'infermo soglio- 
no mirabilmente giovare , e che date fuori di 
tempo , non solamente non giovano, ma più 
loslo sono di nocumento. 



BANDELLO. 585 

NOVELLA LUI. 

Tomasone Grasso, usurajo grandissimo , fa 
predicar contra gli usurai , per restar egli 
solo a prestar ad usura in Mila?io. 

Quando noi , s : gnori miei , avremo dello 
e detto, converrà per forza dire, che questa 
cieca cupidigia di voler aver danari fuor di 
modo è cagione di molti mali ; e non solamente 
rende bene spesso l'uomo infame_,efa cheda tutti 
è mostralo a dilo , ma sovente anco lo caccia 
a casa di trenta paja di diavoli in anima e in 
corpo. Onde ora io vo mostrarvi in una mia 
novelletta , che è vera istoria , come gli uo- 
mini oltre modo cupidi del guadagno diven- 
tano sfrontati , e quanto poco stimano Dio, 
Fu nella ciltà nostra di Milano ( non è gran 
tempo ) uno chiamato Tomasone Grasso ; il 
quale a suoi tempi avanzò in prestar danari ad 
usura quanti usurai mai furono innanzi a lui; 
onde ne divenne olirà misura richissimo. Non- 
dimeno per nasconder il suo vizio , egli ogni 
dì era il primo ad entrar in chiesa , e di sua 
mano a quanti poveri ci erano dava un impe- 
riale per elemosina : udiva due e tre messe , ed 
altre simili dimostrazioni faceva ; di modo che 

*7 



586 NOVELLE, 

chi conosciulo non l'avesse si sarebbe creduto, 
che egli fosse stato il più cattolico e santo 
nomo di Milano. Quando poi si predicava , 
égli tnai non perdeva nessun sermone , ma 
sempre dirimpetto al predicatore mettendosi , 
il tutto con sommissima attenzione udiva. Ven- 
ne a praticar in Milano Fra Bernardino da 
Siena , in quei tempi predicatore famosissimo, 
che poi fu della Santa Chiesa ijel numero dei 
santi collocato ; e perchè era d' etcì già vec- 
chio , ed appo tutti in opinione d' esser, come 
era, uomo santissimo, tutta la città concorreva 
ai suoi sermoni; di modo che in breve acquistò 
appo grandi e piccioli credito grandissimo. 
Tomasone non lasciava giorno che non l' an- 
dasse a udire , ed avendolo sentilo dodici e più 
sermoni , deliberò veggendo che non predi - 
cava contra gli usurai , andarlo a visitare , 
e v* andò. Era Tomasone un uomo di venera- 
bile presenza ed autorità e vestiva mollo civil- 
mente. Fra Bernardino visitato da costui , Io 
accolse amorevolmente, e con lui entrò in onesti 
e santi ragionamenti, essendosi posti a sedere. 
Tomasone faceva da ser Ciappelletto, e si mo- 
strava tutto religioso e zelante dell'onor di Dio 
e della salute dell' anime. Onde dopo molti 
ragionamenti egli al santo frate in questo modo 
parlò: padre riverendo, tutti noi Milanesi ab- 



BANDELLO. $$j 

biamo un infinito obbligo al nostro redentore 
Mes. Gesù Cristo, che abbia inspirato la vostra 
santissima religione a mandarvi in questa no- 
stra città a predicare : pei ciocché, mediante la 
grazia del Salvatore, io spero che le vostre pre- 
dicazioni faranno bonissimo frutto , saranno 
cagione d' emendare la mala vita di molti che 
vivono discorettamente. Regnano in questa 
nostra città dei vizj e peccati assai; ma più che 
vizio alcuno che ci sia , v' è il maladetto pec- 
cato dell' abominevole usura, e molli ci sono 
che altro mestiero non fanno. Io mosso da ca- 
rità ve V ho voluto dire , acciò che nei vostri 
fruttuosi sermoni possiate talora riprender 
questo scellerato vizio, e diradicarlo da questa 
città. Il santo uomo che altrimenti non cono- 
sceva chi fosse Tomasone e buono e leale gen- 
tiluomo lo giudicava, lo ringraziò assai, ed 
esortò a perseverare in buon proposito. Poi 
cominciò ferventissimamente a predicare con- 
tra il vizio dell'usura, di maniera che in tutte le 
prediche altro mai non faceva che biasimare e 
riprendere chi prestava ad usura; il che agli 
uditoti non poco di fastidio generava. Onde 
essendo da alcuni uomini da bene visitato, fu 
avvertito che non s J affaticasse tanto con tra gli 
usurai , ma seguitasse il suo solito modo di 
predicare,. Non vi maravigliate di questo, disse 

*7- 



388 NOVELLE. 

il santo frale, perciocché io sono slato spinto 
da quel gentiluomo vestito di pavonazzo, che 
ogni di mi sta a sedere per iscontro quando io 
predico. E dati alcuni altri contrassegni, fu da 
tutti conosciuto che egli era Tomasone Grasso, 
onde uno di quelli : oimè disse, che dite, è il 
maggior usurajo che in tutta Italia sia; e in 
questa città non si troverà chi presti ad usura, 
se non egli ; ed io per me più volte astretto da* 
bisogni , ho preso con grandissimi interessi da- 
nari da lui. Udendo fra Bernardino questa cosa, 
restò fuor di modo pieno di meraviglia ; e vo- 
lendo certificarsi , mandò per lui , il quale su- 
bito venne. Il santo frate entrò seco in ragio- 
namento , e venne a dirgli che egli era un 
grande usurajo e che essendo così, molto ma- 
ravigliava che egli 1' avesse stimolato con tanta 
istanza a predicar contra P usura. Per questo 
rispose allora Tomasone , venni io a pregarvi 
ed esortarvi che voi predicaste contra l'usura ; 
perchè vorrei esser solo a questo mestiero per 
guadagnare più danari. E chi v' ha detto che 
altri non ci sia che io che presti a usura, s' in- 
ganna ; ed io lo so che da qualche giorno in qua 
non guadagno la metà di quello che io soleva 
guadagnare; il che mi fa conoscere che altri ci 
siano così savj come io , che anche essi atten- 
dono al danaro. E dicovi , padre mio che chi 



randello. S89 

non ha danari e pur assai, è una Bestiai Voi 
siete , perdonatemi , poco pratico delle cose del 
mondo-, e il viver vostro è a un modo, e il nostro 
a un altro : e la somma del tutto è questa , che 
conviene a chi vuole esser riputato e fra gli 
altri onorato, aver danari. Sia pur l'uomo 
nasciuto nobilissimamente _, e della casa dei 
Visconti che è la casa del nostro Sig. Duca ; se 
non avrà danari non sarà di lui tenuto conto 
alcuno. Io ho qualche pochi danari , che non 
pensaste eh' io fossi tutto oro ; e se vado in 
castello per parlar al Duca, subito son fatto en^ 
tra re, se ben egli fosse in letto; perchè quando 
ha avuto bisogno di ducento e trecento mi- 
gliaja di ducati io V ho servito con quel profitto 
che tra lui e me s' è accordato. Non ci è anco 
gentiluomo, o cittadino o mercanterò povero in 
questa città che non mi onori, perchè io faccio 
servigio a tutti. Direte ma voi che io dovrei 
prestar i miei danari senza premio alcuno. Pa- 
dre mio, cotesto modo di prestar non ci costu- 
ma e non sarebbe il fatto mio : io voglio ilpe«no 
in mano e voglio che i miei danari tornino a casa 
con guadagno. Basta a me ch'io non sforzo nessu- 
no, né astringo a venire a torre danari in prestito 
da me; e perchè Fa vere danari è una cosa che 
senza line allegra il cuore, e quanto più sen' ha, 
tanto più cresce l'allegrezza : io mi mossi , 
quando vi parlai a pregarvi che voi predicaste 



59O NOVELLE, 

contra gli usurai, acciò eh' io solo tutto il 
guadagno avessi. Si sforzò il sanlo frale con 
verissime e sante ragioni di levare questa fan- 
tasia di capo a Tomasone , ed assai gli predicò, 
mostrandogli negli evangeli che Cristo, nostro 
Salvatore , di bocca sua comanda che si debba 
prestar danari ai prossimo senza speranza di 
cavarne uno spilletto. Egli potè allegare la ra- 
gione civile e la canonica e il testamento vec- 
chio col nuovo; ma niente profittò, perciocché 
Tomasone perseverava ostinato nel suo pro- 
posito. Strinsesi il santo frate nelle spalle di 
compassione udendo così fatte risposte di To- 
masone e da se licenziatolo , pregò nostro Si- 
gnore Iddio che gli occhi della mente gP illu- 
minasse. E poiché di Tomasone tanto ve n'ho 
detto , vi dirò ancora un fioretto , che poco 
innanzi a questo ragionamento che fece col 
santo frale, avvenne. Andava , come avete già 
inteso , Tomasone ogni dì alla predicazione, 
ed avendo fra Bernardino gagliardamente , 
predicato contra gli usurai , un povero calzo- 
lajo , che era ito per pigliar danari in prestito 
da lui , finito che fosse il sermone , sentendo 
così acerbamente gridar il frate contra l'usura , 
si smarrì e tornando Tomasone a casa, non ardi" 
va 1 icercarlo,ma dietro passo passo lo seguitava. 
Vergendolo Tomasone gli disse : Compagno 
vuoi nulla da me,' io vorrei bene qualche cosa 



BAN DELLO. 5p;l 

rispose il calzolaio, ma non ardisco a chiedervi, 
avendo sentito il frate sì fieramente garrire 
contra gli usurai ; e dubito che voi non siate 
convertito e più non vogliate prestare. Disse 
allora Tomasone : Dimmi , che mestiero è il 
tuo ?Io sono calzolaio , rispose egli ; sta bene, 
disse Tomasone , tu sei stato al sermone e vai 
a bottega ; che mestiero sarà ora il tuo ? Sarà 
calzolaio, rispose il pover uomo , perchè non 
so far altro mestiero ; ed io soggiunse sarò pre- 
statore, perchè altro esercizio non ho per ie 
mani, e gli diede quei danari che volle. Questo 
è quel Tomasone che poi si convertì , e resti- 
tuì tutto il mal tolto, certo ed incerto, e lasciò 
tante elemosine e cose pie , che tutto il dì in 
Milano si fanno ; il quale se visse male al- 
meno , per quello che si può giudicare morì 
bene e da cristiano. 

NOVELLA LXV. 

Una simia, essendo portata una donna a sep- 
pellire ,si veste a modo della donna quando 
era inferma , e fa fuggire quelli di casa. 

Al tempo che lo sfortunato duca Lodovico 
Sforza governava il ducalo di Milano , per 
quanto già mi narrò mio padre, che era capo 




/; 



392 NOVELLE, 

di squadra nella guardia del castello della città 
di Milano,era in detto castello una simia mollo 
grossa; che per esser piacevole , ridicola, e non 
far mai danno a nessuno , non si teneva le- 
gata 5 ma lasciata in libertà , andava per tutto 
il castello-, e non solamente in castello, ma 
usciva fuori , e nelle case delle contrade Mai- 
ne, di Cusano , e di San Giovanni sul muro 
conversava molto spesso. Ciascuno le faceva 
carezze , e le dava delle frutta ed altre cose 
a mangiare sì per rispetto del duca come anco 
perchè era piacevolissima , e faceva mille cose 
e giuochi da ridere, senza far male, né morder 
persona. Ora tra l'altre case, ove frequentava 
più era la casa d' una vecchia gentildonna , 
che aveva 1' abitazione nella contrada della 
parrocchia di San Giovanni sul muro. Aveva la 
buona donna due figliuoli , dei quali il primo 
era maritato , e molto volentieri vedeva la 
simia andar per casa , e sempre le dava alcuna 
cosa da mangiare; e si prendeva grandissimo 
piacere delle sciocchezze che la simia faceva , 
e scherzava sovente seco, come con un cagnuo- 
lino avrebbe fatto. I figliuoli , che vedevano 
la vecchia madre loro , che quasi era decrepita, 
tanto volentieri trastullarsi con quella bestiuo- 
)a ,ne prendevano .somma contentezza , come 
buoni ed amorevoli figliuoli eh' erano ; e se 




BAS DELLO. 393 

essa simia fosse stata d' altri che del signore 
duca , l'avriano più che volentieri , per ricrea- 
zione della madre , comperata. Onde coman- 
darono in casa a tutti , che nessuno avesse 
ardire di batterne molestare la buona simia j 
ma che tutti le facessero carezze , e le dessero 
da mangiare. Per questo la simia frequentava 
più la casa delia vecchia , che l'altre dei vicini; 
perchè in quella era meglio trattata, e vi riho - 
va va miglior pastura. Ogni sera però ella tor- 
nava in castello al suo consueto albergo e co- 
vile. Ora avvenne chela buona vecchia , con- 
sumata dagli anni ,■ ed anco inferma cominciò 
a non uscir di letto. I figliuoli facevano at- 
tender alla madre con ogni diligenza , e di me- 
dici , medicine e cose ristorative non le man- 
cavano in conio alcuno. La simia secondo il 
suo solito frequentava la casa, e fa menata 
nella camera ove 1' inferma giaceva , la quale 
mostrava d' aver gran piacere di veder essa 
simia , e cominciò a darle di molti confetti. 
Sapete naturalmente coteste bestiuole esser 
fortemente ghiotte delle cose dolci , e massi- 
mamente amar le confetture. Il perchè monna 
simia era quasi di continuo al letto della buo- 
na vecchia , e mangiava assai più confetto , 
che non faceva l'inferma •, la quale essendo 
fieramente da IP infermità aggravata e dagli- 

>7- 



B '. 



3 9* NOVELLE. 

anni consunta , dopo F essersi confessata , e 
ricevuti i santi sacramenti della chiesa , la co- 
munione e V estrema unzione , passò a miglior 
vita. Ora mentre che la pompa dell' esequie si 
preparava, secondo la consuetudine di Mi- 
lano , le donne lavarono il corpo della morta, 
e con la cuffia e bende le abbigliarono il capo, 
come ella solita era , e poi la vestirono. Stette 
sempre monna simia presente al tutto. Come 
il corpo fu vestito , fu nella funebre bara de- 
posto $ né guari si stette, che la chieresia in- 
vitata venne , e con le solite ambrosiane ce- 
remonie attorno ad essa bara si celebrò 1' offi- 
cio; e poi levato il corpo , fu portato alla par- 
rocchia non molto lontana. Mentre queste 
cose si facevano, monna bertuccia attese a vo- 
tar le scatole e gli alberelli che erano sulta ta- 
vola. E poiché a suo beli' agio s' ebbe empito 
il corpo le montò uno strano capriccio in ca- 
po, come le suole sovente avvenire, delle 
cose che simili bestie sogliono veder fare. Ave- 
va ella , come v' ho detto, veduto acconciar 
il capo alla morta vecchia , quando la voleva- 
no metter nella bara. 11 perchè la buona si- 
mia, presa quella cuffia, e quelle bende su- 
cide che sopra il letto erano rimase , avendo 
con quelle di bucato le donne acconcia la vec- 
chia 5 elia cominciò ad abbigliarsi con le res- 



BANDELLO. 3 95 

tate bende e cuffia il suo capo, come avevano 
le donne fa tto alla morta ; di modo che pare- 
va che cento anni avesse fatto quel mestiere. 
Indi si corcò nel letto , e con sì bel garbo vi 
si mise, coprendosi , che pareva a punto la 
madonna che in Ietto riposasse. Vennero le 
fantesche di sopra per nettar la camera , e dar 
ordine alle cose che dentro erano-, ma come 
videro la bertuccia in letto , parve loro senza 
dubbio veruno veder la vecchia morta. II per- 
chè fieramente turbate e spaventate , dando 
grandissimi gridi , con gran fretta scesero ab- 
basso , e dissero la donna morta esser in letto, 
e ^tare come prima soleva. Erano di poco ri- 
tornati dalla chiesa I due fratelli, e seco si 
trovavano alcuni loro parenti. Di brigata 
adunque salirono le scale ed entrarono in ca- 
mera ; ed ancora che avessero grand' animo , 
per esser in compagnia , nondimeno a tutti se 
gli arricciarono i capelli in capo di paura , e 
subito stupidi e pieni di grandissimo spavento 
discesero abbasso. E poiché alquanto la pau- 
ra cessò , mandarono a chiamar il loro par- 
rocchiano , facendogli intendere il caso che 
«ra intervenuto. 11 buon prete , che era per- 
sona da bene e divota , fece dal chierico suo 
pigliar la croce e V acqua santa , ed egli con 
la colta e la stola al colio se ne venne , cornici- 



5q6 novelle. 

ciando a dir i selli salmi con varie orazioni. 
Come fu entrato in casa , confortò i fratelli r 
esortandogli a non temere , perchè conosceva 
molto bene la madre loro già lungo tempo 
e che 1' aveva confessata infinite volle , e che 
certamente era donna da bene*, disse loro poi 
che se in camera avevano veduto cosa alcuna , 
o che s' erano ingannali nel vedere , come 
spesso avviene , o che per avventura erano, 
illusioni diaboliche ; ma che slessero di buon 
animo , che egli bendiria tutta la casa , e con 
gli esorcismi costringerla, con l'ajuto di Nostro 
Signore Dio , gli spiriti, e gli faria andar al- 
trove. Cominciando poi a diresue orazioni. prese 
Y aspersorio, e con 1' acqua sanla andava as- 
pergendo per tutto. Così col chierico suo sali in 
alto , non ci essendo persona che volesse , 
o ner dir meglio, osasse accompagnarlo. Come- 
eoli fu> in camera, e vide monna bertuccia: 
che se ne stava in un gran contegno , se gli 
appresenlò la vecchia morta e seppellita , ed 
ebbe pure un poco di paura ; nondimeno fatto- 
buon' animo, s'accostò assai vicino al letto, 
ed avendo 1' aspersorio, cominciò a dire : As- 
perges me , Domine , e gettar dell'acqua ad- 
dosso alla simia. Ella , come vide il prete di- 
menar l'aspersorio , qua.4 in {òrma di volerla, 
battere , cominciò a digrignare i denti e bai.- 



BANDELLO. 5q^ 

tergli insieme. Il che veggendo il domine , 
e fermamente credendo essere alcuno spinto , 
ebbe grandissima paura , e lasciato cascar l'as- 
persorio , si mise a fuggire. Ma prima di lui il 
suo chierico, geltaty per terra Ja croce , e l'ac?-- 
qua santa se ne fuggi giù per la scala con tanta 
fretta , che cadendo andò giù a gambe riverse, 
ed il prete dietro a lui -, di tal maniera anco 
egli cadette addosso al suo chierico , e anda- 
rono tombando all' ingiù , come fanno le glo- 
m erate anguille nel lago di Garda (dagli anti- 
chi chiamato Benaco) quando esse, come di- 
cono i paesani , vanno in amore. Teneva pur 
dello messer lo prete : Jesus, Jesus, Domine r 
adjuva me.. Al remore che i due caduti giù per 
la scala facevano, corsero i due fratelli con 
gli altri che in casa erano , ed aggiunsero in 
quella che essi mezzo sciancati erano al fondo 
tombali. Gli domandavano i due fratelli che 
cosa fosse questa , e ciò che gii era accaduto^ 
Pareva il prete col suo chierico , a guardarlo 
in viso , che fosse stato tratto allora fuor di 
sepoltura , sì era pallido e smarrito ! Di modo 
che stette buona pezza che mai non potè for- 
mar parola. Medesimamente il chierico pareva 
spiritato, ed aveva rotto il viso in più di tre 
luoghi. Alla fine il buon prete , che si sentiva 
solta tutta la persona ? tratto un grandissimo 



5()8 NOVELLE. 

sospiro , disse tremando :Oimè limiei figliuoli, 
che io ho visto il demonio in forma di ma- 
donna vostra madre. Monna bertuccia , che 
era uscita fuori del letto , s' era messa a visi- 
tar le scatole de* confetti ; e saltellando scese 
giù dalla scala , in quello che il Domine aveva 
cominciato a parlare. Ella avea in capo la 
cuffia e bende della vecchia , ed involte ai 
corpo alquante pezze di tela. Come fu in 
fondo alla scala , ella saltò nel mezzo di quelli 
che quivi erano , e fu quasi per farli fuggir 
di paura 3 perciocché in effetto in viso rassem- 
brava alla morta vecchia. Ma riconosciuta da 
uno dei fratelli , fu cagione che la paura degli 
astanti si convertisse in riso ; e tanto più gli 
faceva ridere ch'ella in quell T abito comincia 
a trescare e saltellare ora qua e là , facendo 
i più strani atti del mondo. Né contenta d'aver 
trastullato quelli che prima aveva spaventato, 
ella saltellando , né si volendo da nessuno 
lasciar prendere facendo mille moresche se n'us- 
cì di casa , e con quell' abito attorno se ne corse 
in castello , facendo molto ridere quelli chela 
videro. E secondo che in casa dei due fratelli 
si doveva star di mala voglia, come loro si rap- 
presentava la bertuccia con quegli atti ridicoli , 
erano tutti sforzati a ridere , gabbandosi l' une 
e l'altro della paura che avuta avevano. 



BOCCACCIO. 3o,$ 

GIOVANNI BOCCACCIO. 

Federigo degli Alberighi ama e non è amato 9 
e in cortesia spendendo si consuma , e ri~ 
mangli un sol falcone , il quale non avendo 
altro , dà a mangiare alla sua donna venu- 
tagli a casa , la qual ciò sappiendo, mutata 
cT animo, il prende per marito, e fallo 
ricco. 

Dovete sapere , che Coppo di Borghese Do- 
menichi , il qual fu nella nostra città, e forse 
ancora è, uomo di riverenda e di grande auto- 
rità ne' dì nostri , e per costumi , e per virtù 
molto più, che per nobiltà di sangue, chiaris- 
simo , e degno d' eterna fama , essendo già 
d' anni pieno, spesse volte delle cose passate 
co* suoi vicini , e con altri si dilettava di ra- 
gionare : la qual cosa egli meglio, e con più 
ordine, e con maggior memoria, ed ornato 
parlare, che altro uom seppe fare. Era usato 
di dire tra l'altre sue belle cose , che in Firenze 
fu già un giovane chiamato Federigo di m esser 
Filippo Alberighi in opera d ? arme, e in cor- 
tesia pregiato sopra ogni altro donzel di Tos- 
cana. Il quale, sì come il più de' gentili uomini 
avviene 7 d' una gentil donna chiamata Monna 



400 NOVELLE. 

Giovanna s' innamorò ne' suoi tempi ternate 
delle più belle , e delle più leggiadre che in Fi- 
renze fossero; e acciò che egli V amor di lei 
acquistar potesse, giostrava, armeggiava, fa- 
ceva feste, e donava , e il suo senza alcuno ri- 
tegno spendeva. Ala ella non meno onesta, che 
bella niente di quelle cose per lei fatte, né di 
colui si curava che le faceva. Spendendo adun- 
que Federigo oltre ad ogni suo potere mollo, e 
niente acquistandoci come di leggiere avviene, 
le ricchezze mancarono, e esso rimase povero 
senza altra cosa, che un suopoderetto piccolo, 
essergli rimasto, delle rendite del quale stret- 
tissimamente vivea, ed oltre a questo un suo 
falcone de' migliori del mondo. Per che amando 
più che mai , né parendogli più potere esser 
cittadino, come desiderava, a Campi, là dove» 
il suo poderetlo era, se n'andò a stare : quivi 7 
quando poteva, uccellando, e senza alcuna 
persona richiedere, pazientemente, la sua po- 
vertà comportava. Ora avvenne un di, che es- 
sendo così Federigo divenuto all' estremo, che 
il marito di Monna Giovanna infermò, e veg- 
gendosi alla morte venire, fece testamento, ed 
essendo ricchissimo, in quello lasciò sua erede 
un suo figliuolo già grandicello, e appresso 
questo, avendo molto amala Monna Giovanna,, 
lei y se avvenisse , che il figliuolo senza erede-- 



BOCCACCIO. 4oi 

legiltimomorisse , suo erede sustìtuì, e morissi, 
Rimasa adunque vedova Monna Giovanna , 
come usanza è delle nostre donne, 1' anno di 
state con questo suo figliuolo se n ? andava in 
conlado ad una sua possessione, assai vicina a 
quella di Federigo. Perchè avvenne che questo 
garzoncello s' incominciò a dimesticare con 
questo Federigo, e a dilettarsi d' uccelli e di 
cani , ed avendo veduto molte volte il falcone 
di Federico volare istranamente piacendogli , 
forte desiderava d" averlo, ma pure non s' at- 
tentava di domandarlo, veggendolo a lui esser 
cotanto carojE coòì stando la cosa, avvenne , 
che il garzoncello infermò : di che la madre 
dolorosa molto , come colei , che più non avea , 
e lui amava, quanto più si poteva , tutto '1 dì 
standogli d'intorno^ non ristava di confortarlo, 
e spesse volte il domandava , se alcuna cosa 
era la quale egli desiderasse, pregandolo gliele 
dicesse, che per certo , se possibile fosse ad 
avere, procaccerebbe come l'avesse. Il giova- 
ne, udite molle volte queste proferte, disse: 
Madie mia , se fate che io abbia il falcone di 
Federigo, io mi credo prestamente guarire. La 
donna udendo questo, alquanto sopra se stette, 
e cominciò a pensar quello, che far dovesse. 
Ella sapeva che Federigo lungamente V aveva 
amata , né mai da lei una sola guatatura aveva 



402 NOVELLE. 

«vula : perchè ella diceva : come manderò io 
o andrò a domandargli questo falcone che è per 
quel, che io oda, il migliore che mai volasse , 
e oltre a ciò il mantien nel mondo ? E come 
sarò io sì sconoscente , che ad un gentile uomo^ 
al quale niuno altro diletto è più rimaso , io 
questo gli voglia torre ? E in così fatto pensiero 
impacciata , come che ella fosse certissima 
d' averlo , se '1 domandasse, senza saper che 
dovere dire, non rispondeva al figliuolo, ma si 
stava. Ultimamente tanto la vinse V amor del 
figliuolo, che ella seco dispose , per conten- 
tarlo, che che esser ne dovesse, di non man- 
dare , ma d'andare ella medesima per esso , e 
di recargliele, erisposegli ; Figliuol mio, con- 
fortati, e pensa di guarire di forza, che io ti 
prometto che la prima cosa che io farò domat- 
tina , io andrò per esso, e sì il ti recherò : di 
che il fanciullo lieto il dì medesimo mostrò 
alcun miglioramento. La donna la mattina se- 
guente, presa un' altra donna in compagnia , 
per modo di diporto se n' andò alla piccola ca- 
setta di Federigo, e fecelo addimandare. Egli, 
perciò che non era tempo, né era stato a quei 
dì d' uccellare, era in un suo orto, e faceva 
certi suoi iavorietti acconciare. 11 quale udendo 
che Monna Giovanna il domandava alla porta, 
maravigliandosi forte lieto là corse. La quale 



boccaccio. 4o5 

vedendol venire, con una donnesca piacevo- 
lezza levataglisi incontro, avendola già Fede- 
rigo reverenlemente salutata disse : Bene stea 
Federigo, e seguilo : Io son venuta a ristorarti 
de' danni, li quali tu hai già avuti per me , 
amandomi più, che stato non ti sarebbe biso- 
gno ; ed il ristoro è cotale , che io intendo con 
questa mia compagna insieme desinar teco di- 
mesticamente stamane. Alla qual Federigo 
umilmente rispose : Madonna , niun danno mi 
ricorda mai aver ricevuto per voi, ma tanto di 
bene, che, se io mai alcuna cosa valsi , per lo 
vostro valore , e per 1' amore che portato v' ho, 
avvenne. E per certo questa vostra liberale ve- 
nuta m' è troppo più cara , che non sarebbe , 
se da capo mi fosse dato da spendere, quanto 
più addietro ho già speso , come che a povero 
oste siate venuta. E così detto , vergognosamente 
dentro alla sua casa la ricevette e di quella nel 
suo giardino la condusse ; e quivi non avendo 
a cui farle tener compagnia ad altrui, disse: 
Madonna , poiché altri non c'è, questa buona 
donna moglie di questo lavoratore vi terrà 
compagnia tanto , che io vada a far metter la 
tavola. Egli, con tutto che la sua povertà fosse 
strema non s J era ancor tanto avveduto, quanto 
bisogno gli facea che egli avesse fuor d' ordine 
speso le sue ricchezze. Ma questa mattina niuna 



4o4 NOVELLE, 

cosa trovandosi , di che potere onorar la donna, 
per amore della quale egli già infiniti uomini 
onorati avea , il fé' ravvedere: e olire modo 
angoscioso, seco stesso maladicendo la sua for- 
tuna , come uomo , che fuor di se fosse, or qua, 
e or là trascorrendo , né denari , né pegno tro- 
vandosi, essendo l'ora tarda, e il desidero grande 
di pure onorare d'alcuna cosa la gentil donna 
e non volendo , non che altrui % ma il lavorator 
suo stesso richiedere, gli corse agli occhi il suo 
buon falcone, il quale nella sua saletta vide 
sopra la stanga. Perchè non avendo a che al- 
tro ricorrere , presolo , e trovatolo grasso , 
pensò lui esser degna vivanda di cotal donna. 
E però, senza più pensare, tiratogli il collo, 
ad una sua fanticella il fé' prestamente pelato , 
e acconcio mettere in uno schidone e arrostir 
diligentemente 5 e messa la tavola con tovaglie 
bianchissime 3 delle quali alcuna ancora avea, 
con lieto viso ritornò alla donna nel suo giar- 
dino , e il desinare che per lui far si potea , 
disse , esser apparecchiato. La onde la donna 
colla sua compagna levatasi andarono a tavola, 
e senza sapere che si mangiassero, insieme con 
Federigo, che con somma fede le serviva, man- 
giarono il buon Galeone.' E levate da tavola, 
e alquanto con piacevoli ragionamenti con lui 
dimorate , parendo alla donna tempo di dire 



boccaccio. 4o5 

quello, perchè andata era, così benignamente 
verso Federigo cominciò a parlare : Federigo 
ricordandoti tu della tua preterita vita^ e della 
mia onestà, la quale per avventura tu hai re- 
putala durezza, e crudeltà : io non dubito punto, 
che tu non ti debbi maravigliare della mia pre- 
sunzione, sentendo quello , perchè principal- 
mente qui venuta sono; ma se figliuoli avessi , 
o avessi avuti, per li quali potessi conoscere } 
di quanta forza sia V amore , che lor si porta , 
mi parrebbe esser certa, che in parte m' avresti 
per iscusata. Ma come che tu non abbia, io , 
che n' ho uno, non posso però le leggi comuni 
dell' altre madri fuggire , le cui forze seguir 
convenendomi, mi conviene oltre ai piacer 
mio, e oltre ad ogni convenevolezza e dovere, 
chiederti un dono, il quale io so, che somma- 
mente t' è caro, ed è ragione, perciò che niuno 
altro diletto, niuno altro diporto, niuna con- 
solazione lasciata t'ha la tua strema fortuna ; 
e questo dono è il falcon tuo , del quale il fan- 
ciul mio è si forte invaghito, che, se io non 
gliele porlo, io temo, che egli non aggravi 
tanto nella infermità , la quale ha , che poi 
ne segua cosa , per la quale io il perda ; e 
per ciò io ti prego, non per lo amore che tu 
mi porti, al quale tu di niente se' tenuto , ma 
per la tua nobiltà la quale in usar cortesia »• è 



4o6 NOVELLE. 

maggiore, che in alcuno altro mostrata, che 
ti debbia piacere dì donarlomi , acciò che io 
per questo dono possa dire d' avere ritenuto in 
vita il mio figliuolo, e per quello avertali sem- 
pre obbligato. Federigo udendo ciò, che la 
donna addomanda va, e sentendo , che servir 
non la potea , per ciò che mangiare gliele avea 
dato, cominciò in presenza di lei a piangere, 
anzi che alcuna parola risponder potesse. Il 
qual pianto la donna prima credette , che da 
dolore di dover da se dipartire il buon falcone 
divenisse più, che da altro, e quasi fu per dire, 
che noi volesse; ma pur sostenutasi, aspettò 
dopo il pianto la risposta di Federigo, il qual 
così disse : Madonna, poscia che a Dio piac- 
que, che io in voi ponessi il mio amore, in 
assai cose m' ho reputata la fortuna contraria , 
e sonmi di lei doluto , ma tutte sono state leg- 
gieri a rispetto di quello che ella mi fa al pre- 
sente, di che io mai pace con lei aver non deli- 
bo, pensando, che voi qui alla mia povera casa 
venuta siete , dove mentre che ricca fu, venir 
non degnaste , e da me un picciol don vogliate , 
ed ella abbia sì fatto, che io donar non vi 
possa , e perchè questo non possa , vi dirò 
brievemente. Come io udii, che voi la vostra 
mercè meco desinar volevate, avendo riguardo 
alla vostra eccellenzia, e al vostro valore, re- 



boccaccio. 407 

putai degna e convenevole cosa , che con più 
cara vivanda secondo la mia possibilità io vi 
dovessi onorare, che con quelle, che general- 
mente per T altre persone s' usano : perchè 
ricordandomi del falcon , che mi domandale, 
e della sua bontà , degno cibo da voi il repu- 
tai , e questa mattina arrostito 1' avete avuto 
in sul tagliere , il quale io per ottimamente 
allogato avea : ma vedendo ora , che in altra 
maniera il desideravate , m'è si gran duolo , che 
servir non ve ne posso, che mai pace non me 
ne credo dare. È questo detto , le penne , e i 
piedi , e ? 1 becco le fé' in testimonianza di ciò 
gittare avanti. La qual cosa la donna vedendo, e 
udendo, prima il biasimò d* aver, per dar 
mangiare ad una femmina , ucciso , un tal fal- 
cone ; e poi la grandezza dello animo suo , la 
quale la povertà non avea potuto, né potea 
rintuzzare, molto seco medesima commendò. 
Poi rimasa fuor della speranza d'avere il fal- 
cone, e per quello della salute del figliuolo en- 
trata in forse , tutta malinconosa si dispartì , e 
tornossì al figliuolo. Il quale o per malinconia 
che il falcone aver non potea , o per la infer- 
mità , che pure a ciò il dovesse aver condotto, 
non trapassar molti giorni , che egli con gran- 
dissimo dolor della madre di questa vita passò. 
La quale, poiché piena di lagrime, e d' ama- 



4o8 NOVELLE. 

ritudine fu stata alquanto , essendo rimasa ric- 
chissima, ed ancora giovane 3 più volte fu da' 
fratelli costretta a rimaritarsi. La quale come 
che voluto non avesse , pur veggendosi infes- 
tare, ricordatasi del valore di Federigo ^ e della 
sua magnificenza ultima , cioè d' avere ucciso 
un così fatto falcone per onorarla disse a' fra- 
telli : Io volontieri, quando vi piacesse, mi 
starei; ma se a voi pur piace, che io marito 
prenda, per certo io non ne prenderò mai al- 
cuno altro , se io non ho Federigo degli Albe- 
righi. Alla quale i fratelli, facendosi beffe di 
lei , dissero : Sciocca, che è ciò che tu dì? Co- 
me vuoi tu lui, che non ha cosa del mondo ? 
A' quali ella rispose : Fratelli miei, io so bene 
che così è, come voi dite, ma io voglio avanti 
uomo, che abbia bisogno di ricchezza, che ric- 
chezza, che abbia bisogno d'uomo. Li fratelli 
udendo 1' animo di lei, e conoscendo Federigo 
da molto , quantunque povero fosse, sì come 
ella volle, lei con tutte le sue richezze gli do- 
narono. Il quale così fatta donna , e cui egli 
cotanto amata avea , per moglie vedendosi 
ed oltre a ciò ricchissimo, in letizia con lei, 
miglior massajo fatto terminò gli anni suoi. 



BOCCACCIO. 409 

Bergamino con una novella di Primasso , 
e dello abate di Clìgni onestamente morde 
una avarizia nuova venuta in messer Can 
della Scala. 

Siccome chiarissima fama quasi per tulio il 
mondo suona, messer Cane della Scala al qua- 
le in assai cose fu favorevole la fortuna , fu 
uno de' più notabili , e de' più magnìfici si- 
gnori , che dallo imperadore Federigo II in 
qua si sapesse in Italia. Il quale avendo dis- 
posto di fare una notabile, e ma ravigl iosa fes- 
ta in Verona , e a quella molte genti , e di va- 
rie. par ti fossero venute, e massimamente uo- 
mini di corte d' ogni maniera , subito ( qual 
che la cagione fosse ) da ciò si ritrasse , in 
parte provvedelte coloro, che venuti v' erano, 
e licenziolli. Solo uno , chiamato Bergamino, 
oltre al credere di chi non lo udì, presto par- 
latore, e ornato, senza essere d' alcuna cosa 
provveduto , o licenzia datagli , si rimase , 
sperando, che non senza sua futura utilità ciò 
dovesse essere stato fatto. Ma nel pensiere di 
messer Cane era caduto , ogni cosa, che gli 
si donasse , vie peggio esser perduta , che se nel 
fuoco fosse stata gittata; né di ciò gli dicea , 
o facea dire alcuna cosa. Bergamino dopo al- 
io* 



4 IO NOVELLE. 

quanti dì non veggendosi né chiamare , né 
richiedere a cosa , che a suo mestier parter- 
nesse , e oltre a ciò consumarsi nello albergo 
coi suoi cavalli, e co' suoi fanti, incominciò 
a prender malinconia ; ma pure aspettava , 
non parendogli ben far di partirsi. E avendo 
seco portate tre belle e ricche robe, che do- 
nate gli erano stale da allri signori , per com- 
parire orrevole alla festa, volendo il suo oste 
esser pagato, primieramente gli diede 1' una , 
e appresso , soprastando ancora molto più , 
convenne , se più volle col suo oste tornare , 
gli desse la seconda , e cominciò sopra la terza 
a mangiare , disposto di tanto stare a vedere, 
quanto quella durasse, e poi partirsi. Ora, 
mentre che egli sopra la terza roba mangia- 
va , avvenne che egli si trovò un giorno , de- 
sinando messer Cane , davanti da lui assai 
nella vista malinconoso. Il qual messer Cane 
veggendo , più per istraziarlo, che per diletto 
pigliare d' alcun suo detto , disse : Bergamino, 
che hai tu? Tu stai così malinconoso, dinne 
alcuna cosa. Bergamino allora , senza punto 
pensare , quasi molto tempo pensalo avesse , 
subitamente in acconcio de' fatti suoi disse que- 
sta novella : Signor mio , voi dovete sapere, 
che Primasso fu un gran valente uomo in gra- 
nitica , e fu oltre ad ogu' altro grande , e 



boccaccio. 4 1 1 

presto versificatore , le quali cose il renderono 
tanto ragguardevole , e sì famoso , che , anco- 
ra che per vista in ogni parte conosciuto non 
fosse, per nome e per fama , quasi niuno era, 
che non sapesse , chi fosse Primasso. Ora av- 
venne, che trovandosi egli una volta a Parigi 
in povero stato , siccome egli il più del tem- 
po dimorava , per la virtù , che poco era gra- 
dita da coloro che possono assai , udì ragio- 
nare dello abate di Cligni , il quale si crede , 
che sia il più ricco prelato di sue entrate , 
che abbia la Chiesa di Dio dal Papa in fuori , 
e di lui udì dire maravigliose e magnifiche 
cose, in tener sempre corte, e non esser mai 
ad alcuno, che andasse là , dove egli fosse , 
negatone mangiare né bere, solo che. quan- 
do l'Abate mangiasse, il domandasse. Laqual 
cosa Primasso udendo , siccome uomo , che 
si dilettava di vedere i valenti uomini e si- 
gnori , deliberò di volere andare a vedere la 
magnificenza di questo abate , e domandò , 
quanto egli allora dimorasse presso a Parigi. 
A che gli fu riposto , che forse a sei miglia , ad 
un suo luogo : al quale Primasso pensò di po- 
ter essere, movendosi la mattina a buona ora , 
ad ora di mangiare. Fattasi adunque la via 
insegnare , non trovando alcun , che v' an- 
dasse, temette , non per isciagura gli venisse 

i3. 



4l2 NOVELLE. 

smarrita , « quinci potere andare in parie , 
dove così tosto non troveria da mangiare : per- 
chè se ciò avvenisse, acciò che di mangiare 
non patisse disagio, seco pensò di portare tre 
pani, avvisando che dell' acqua ( come che 
ella gli piacesse poco ) troverebbe in ogni par- 
te. E quegli messisi in seno , prese il suo cam- 
mino , e venneglisì ben fatto , che avanti ora 
di mangiare pervenne là, dove l'Abate era. 
E entrato dentro andò riguardando per tutto , 
e veduta la gran moltitudine delle tavole mes- 
se , e il grande apparecchio della cucina , e 
Y altre cose per lo desinare apprestate, fra se 
medesimo disse : veramente è questi cosi ma- 
gnifico, come uom dice. E stando alquanto in- 
torno a queste cose attento , il siniscalco dello 
Abate (perciò che ora era di mangiare) co- 
mandò, che l'acqua si desse alle mani-, e data 
1' acqua, mise ogni uomo a tavola. E per av- 
ventura avvenne che Primasso fu messo a se- 
dere appunto dirimpetto all' uscio della ca- 
mera, donde V Abate dovea uscire, per ve- 
nire nella sala a mangiare. Era in quella corte 
questa usanza, che in su le tavole vino, né 
pane, riè altre cose da mangiare o da bere si 
ponea giammai , se prima 1' Abate non veniva 
a sedere alla tavola. Avendo adunque il sinis- 
calco le tavole messe, fece dire all' Abate che 



BOCCACCIO. 4\S 

qualora gli piacesse, il mangiare era presto. 
L' Abate fece aprir la camera, pervenire nella 
sala, e venendo si guardò innanzi , e per ven- 
tura il primo uomo che agli occhi gli corse, 
fu Primasso , il quale assai male era in ar- 
nese , e cui egli per veduta non conoscea ; e , 
come veduto l'ebbe, incontanente gli corse 
nello animo un pensier cattivo , e mai più 
non statovi e disse seco : Vedi a Cui io do man- 
giare il mio. E tornandosi addietro comandò , 
che la camera fosse serrata , e domandò colo- 
ro , che appresso lui erano, se alcuno cono- 
scesse quel ribaldo , che a rimpelto all' uscio 
della sua camera sedeva alle tavole. Ciascuno 
rispose del no. Primasso il quale avea talento 
di mangiare , come colui che camminato avea , 
e uso non era di digiunare, avendo alquanto 
aspeitato , e veggendo , che l'Abate non ve- 
niva, si trasse di seno l'un di tre pani, li 
quali portati avea, e cominciò a mangiare. 
L' Abate, poiché alquanto fu stato , comandò 
ad uno de' suoi famigliari, che riguardasse, 
se partito si fosse questo Primasso. Il famiglia- 
re rispose : inesser no , anzi mangia pane , il 
quale mostra , che egli seco recasse. Disse al- 
lora 1' Abate : Or mangi del suo , se egli n' ha , 
che del nostro non mangerà egli oggi. Avrebbe 
voluto l'Abate, che Primasso da se stesso si 



4 ì 4 NOVELLE. 

fosse partito , perciò che accommiatarlo non 
gli pareva fur bene. Primasso avendo 1' un 
pane mangialo , e 1' Abaie non vegnendo, 
cominciò a mangiare il secondo. Il che simil- 
mente all'Abate fu detto, che fatto avea guar- 
dare , se partito si fòsse. Ultimamente non 
venendo 1' Abate j Primasso , mangiato il se- 
condo , cominciò a mangiare il terzo, il che 
ancora fu all' Abaie detto , il quale seco stesso 
cominciò a pensare, e a dire : Deh questa che 
novità è oggi, che nell' anima m'è venuta? 
che avarizia? chente sdegno? e per cui ? lo 
ho dato mangiare il mio , già è ruoli.' anni a 
chiunque mangiare n'ha voluto , senza guar- 
dare , se gentile uomo è, o villano, povero j 
o ricco , o mercante , o barattiere stato sia , e 
ad infiniti ribaldi con V occhio me 1' ho ve- 
duto straziare , né mai nello animo m' entrò 
questo pensiero , che per costui mi e' è entra- 
to : fermamente avarizia non mi dee avere as- 
salito per uomo di picciolo affare. Qualche 
gran fatto dee essere costui che ribaldo mi pa- 
re, poscia che così mi s'è rintuzzato 1' animo 
d' onorarlo. E cosi dello , volle sapere , chi 
fosse, e trovalo , eh' era Primasso , quivi ve- 
nuto a vedere della sua magnificenza quello , 
che n'aveva udito: il quale avendo l'Abate 
per fama mollo tempo davanle per valente 



Boccaccio. Atb 

uom conosciuto , si vergognò; e vago di fare 
l'ammenda in molte maniere s'ingegnò d' o = 
norarlo. E appresso mangiare > secondo che 
alla sufficienza di Primasso si conveniva , il fé' 
nobilmente vestire , e donatigli danari , e pa- 
lali eno. nel suo arbitrio rimise l'andare e lo 
stare* di che Primasso contento, rendutegli 
quelle grazie _, le quali potè maggiori , a Pa- 
rigi , donde a pie partito s' era j ritornò a ca- 
vallo. MesserCane, il quale intendente signore 
era, senza altra dimostrazione alcuna ottima- 
mente inlese ciò che dir volea Bergamino , e 
sorridendo gli disse : Bergamino assai accon- 
ciamente hai mostrati i danni tuoi , la tua vir- 
tù , e la mia avarizia , e quei , che da me disi— 
deri , e veramente mai più che era per te , da 
avarizia assalito non fui : ma io la caccerò con 
quel bastone , che tu medesimo hai divisato. 
E fatto pagare V oste di Bergamino, e lui no- 
bilissimamente d'una sua roba vestito, datigli 
danari , e un palafreno , nel suo piacere per 
quella volta rimise 1' andare e lo stare. 



4l6 NOVELLE. 

Andreuccio da Perugia venuto a Napoli 
a comperar cavalli 9 in una notte da tre 
gravi accidenti soprapreso , da tutti scam- 
pato con un rubino si torna a casa sua. 

Le pietre da Landolfo trovate , cominciò 
la Fiammetta , alla quale del novellare la 
volta toccava, m' hanno alla memoria tornata 
una novella non guari meno di pericoli- in se 
contenente , che la narrata da Lauretta , ma 
in tanto differente da essa , in quanto quegli 
forse in più anni , e questi nello spazio d' una 
sola notte adivennero, come udirete. 

Fu (secondo che io già inlesi } in Perugia 
un giovane il cui nome era Andreuccio di 
Pietro cozzone di cavalli , il quale avendo 
inteso, che a Napoli era buon mercato di quelli, 
mescivi in borsa cinquecento fiorini d' oro , 
non essendo mai più fuori di casa stato , con 
altri mercatanti là se n'andò , dove giunto una 
domenica sera in sul vespro , dall' oste suo 
informato, la seguente mattina fu in sul mer- 
cato , e molti ne vide , e assai ne gli piacquero , 
Q di più e più mercato tenne,nèdi ninno poten- 
dosi accordare, per mostrar, che per comperare 
fosse, si come rozzo, e poco cauto, più volle 
in presenza di chi andava , e di chi veniva , 
ti asse fuor questa sua borsa di fiorini che 



BOCCACCIO. 4' 17 

aveva. Ed in questi trattati stando, avendo esso 
la sua borsa mostrata , avvenne , che una gio- 
vane siciliana bellissima , ma disposta per pie- 
ciol pregio a compiacere a qualunque uomo , 
senza vederla egli , passò appresso di lui , e la 
sua borsa vide , e subito seco disse. Chi starebbe 
meglio di me ,. se quelli danari fosser miei ? 
e passò oltre. Era con questa giovane una vec- 
chia similmente siciliana , la quale , come vide 
Andreuccio , lasciala - oltre la giovane andare , 
affettuosamente corse ad abbracciarlo , il che 
la giovane veggendo senza dire alcuna cosa 
da una delle parti la cominciò ad attendere. 
Andreuccio alla vecchia rivoltosi , e ricono- 
sciutala le fece gran festa e promettendogli essa 
di venire a lui all' albergo senza quivi tenere 
troppo lungo sermone si partì , ed Andreuccio 
si tornò a rneicatare, ma niente comperò la 
mattina. La giovane, che prima la borsa d'An- 
dreuccio , e poi la contezza della sua vecchia 
con lui aveva veduta, per tentare , se modo 
alcuno trovar potesse a dover aver quelli da- 
nari , o tutti o parte , cautamente cominciò 
a domandare chi colui fosse , o donde , e che 
quivi facesse , e come il conoscesse. La quale 
ogni cosa cosi particolarmente de' fatti d'An- 
dreuccio le disse , come avrebbe per poco detto 
egli slesso > sì come colei , che lungamente in 

18.. 



4\'Ò NOVELLE. 

Sicilia col padre di lui , e poi a Perugia dimo^ 
rata era , e similmente le contò dove tor- 
nasse, e perchè venuto fosse. La giovane pie- 
namente informata e del parentado di lui 
e de' nomi , al suo appetito fornire con una 
sottil malizia sopra questo fondo la sua inten- 
zione , ed a casa tornatasi mise la vecchia in; 
faccenda per tutto il giorno , acciò che ad An- 
dreuccio non potesse tornare , e presa una sua 
fanlicella , la quale essa assai bene a così fatti 
servigi aveva ammaestrata in sul vespro la 
mandò all'albergo , dove Andreuccio tor- 
nava. La quale quivi venuta per ventina lui 
medesimo , e solo trovò in sulla porta , e di 
lui stesso il domandò, alla quale dicendo egli, 
ch'era desso, essa tiratolo da parte, disse : Mes- 
sere, una gentil donna di questa terra, quando- 
vi piacesse, vi parleria volentieri. 11 quale 
udendola tutto postosi mente , e parendogli 
essere un bel fante della persona s'avvisò 
questa donna dover essere di lui innamorata ,. 
quasi altro bel giovane , ch'egli , non si tro- 
vasse allora in Napoli , e prestamente rispose , 
che era apparecchiato, e domandolla dove r 
€ quando questa donna pai largii volesse. A cui 
la fanticelln rispose. Messere quando di venir 
Vi piaccia , ella v' attende in casa sua. An- 
dreuccio presto senza alcuna cosa dire nell'ai- 



BOCCACCIO. 4l9 

bergo , disse. Or via melliti avanti , io ti verrò 
appresso. Laonde la fanticella a casa di costei 
il condusse, la quale dimorava in una contrada 
chiamata Mal pertugio, la quale quanto sia onesta 
contrada,il nome medesimo il dimostra, ma esso 
niente di ciò sapendo , né suspicando creden- 
dosi in uno onestissimo luogo andare , e ad 
una cara donna , liberamente ( andata la fan- 
ticella avanti) se n'entrò nella sua casa, e sa- 
lendo su per Je scale (avendo la fanticella già 
la sua donna chiamata , e dello ecco Andreuc- 
cio) la vide in capo della scala farsi ad aspet- 
tarlo. Ella era ancora assai giovane, di per- 
sona grande , e con bellissimo viso , vestita 
e ornata assai orrevolmente , alla quale come 
Andreuccio fu presso, incontrogli da tre gradi 
scese colle braccia aperte , ed avvinchiatogli 
il collo alquanto stelle senza alcuna cosa dire , 
quasi da soverchia tenerezza impedita , poi 
lagrima ndo gli baciò la fronte , e con voce 
alquanto rotta disse : O Andreuccio mio , tu 
sii il ben venuto. Esso maravigliandosi di così 
tenere carezze tutto stupefatto rispose : Ma- 
donna voi siale la ben trovata. Ella appresso 
per la mano presolo suso nella sua sala il 
menò ; e di quella , senza alcuna altra cosa 
parlare con lui , nella sua camera n' entrò 
la quale di rose , di fiori d' aranci , e d' altri 



420 NOVELLE. 

odori tulla oliva , là dove vn bellissimo Tetto- 
incortinalo ; e molte robe su per le stanghe 
secondo il costume di là , ed altri assai belli 
e ricchi arnesi vide , per le quali cose , sì come 
nuovo , fermamente credette lei dover essere 
non meo , che gran donna , e postisi a sedere 
insieme sopra una cassa , che a pie del suo 
Ietto era, così gli cominciò a parlare. Andreuc- 
cio , io sono molto certa che tu ti maravigli 
e delle carezze , le quali io ti fo , e delle mie 
lagrime , sì come colui, che non mi conosci y 
e per avventura mai ricordar non m' udisti , 
>na lu udirai tosto cosa , la quale più ti (arai 
forale maravigliare, sì come è, ch'io sia tua 
sorella , e dicoli, che poiché Iddio mi ha fatto 
tanta grazia , che io anzi la mia morte ho ve- 
duto alcuno de' miei fratelli ( come io desideri 
di vedervi tutti) io non morrò a quella ora ,. 
che io consolata non muoja , e se tu questo 
mai più non udisti, io te J l vo' dire. Pietro, 
mio padre e tuo ( come io credo , che tu abbi 
potuto sapere) dimorò lungamente in Paler- 
mo , e per la sa a bontà e piacevolezza vi fu , 
ed è ancora da quelli . che il conobbero, amato 
assai , ma tra gli altri che mollo 1' amarono^ 
mia madre, che gentildonna fu , ed allora era- 
■«edova , fu quella , che più 1' amò , tanto , che 
&Q3ta giù la paura del padre e de' fratelli ed il 



BOCCACCIO. 421' 

sa& onoi*e , in lai guisa con lui si dimesticò , 
che io nacqui , e sonne qual tu mi vedi. Poi r 
sopravvenuta cagione a Pietro di partirsi di 
Palermo e tornare in Perugia , me con la mia 
madre piccola fanciulla lasciò y né mai (per 
quello che io sentissi ) più di me , né di lei sì 
ricordò , di che io se mio padre stalo non fosse y 
forte il riprenderei, avendo riguardo alla ingra- 
titudine di lui verso mia madie mostrata 
(lasciamo stare all'amore,. che a me come a sua 
figliuola , non nata d' un fante , né di vii fem- 
mina, doveva portare ), la quale le sue cose 
e sé parimente senza sapere altrimenti chi eglr 
si fosse da fedelissimo amore mossa rimise nelle 
sue mani, ma che ? Le cose mal fatte e di gran 
tempo passate sono troppo più agevoli a ri- 
prendere , che ad emendare, la cosa andò pur 
così. Egli mi lasciò picciola fanciulla in Pa- 
lermo , dove cresciuta quasi come io mi sono , 
mia madre, che ricca donna era, mi diede pei" 
moglie ad uno di Girgenli gentiluomo e da 
bene , il quale per amor di mia madre e di me 
tornò a stare in Palermo , e quivi come colui r 
che é molto Guelfo , cominciò ad avere alcun 
trattato col nostro re Garlo , il quale sentito 
dal re Federigo , prima che dare gli potesse ef- 
fetto fu cagione di farci fuggire di Sicilia , 
quando io aspettava essere la maggior cava- 



42# NovErXE. 

leressa , che mai in quella isola fosse , donde 
prese quelle poche cose , che prender potemmo 
(poche dico per rispetto alle molte, le quali 
avevamo ) lasciate le terre , e li palazzi , in 
questa terra ne rifuggimmo dove il re Carlo 
verso di noi trovammo sì grato , che ristora- 
tici in parte i danni , i quali per lui ricevuti 
avevamo, e possessioni , e case ci ha date ,- 
e dà continuamente al mio marito , e tuo 
cognato buona provisione , sì come tu potrai 
ancora vedere , ed in questa maniera son qui , 
dove io la buona mercè d' Iddio , e non tua 
fralel mio dolce ti veggio. E così detto da capo 
il riabbracciò , ed ancora teneramente lagri- 
mando gli baciò la fronte. Andreuccio udendo 
questa favola così ordinatamente , così com- 
postamente detta , composta da costei , alla 
quale in ni uno alto moriva la parola tra 
denti , né balbettava la lingua e ricordandosi 
esser vero 7 che il padre era stato in Palermo t 
e per se medesimo de' giovani conoscendo 
i costumi , che volontieri amano nella giova- 
nezza , e veggendo le tenere lagnine , gli ab- 
bracciali , e gli onesti baci , ebbe ciò, ch'ella 
diceva , più , che per vero , e poscia che ella 
tacque , le rispose. Madonna egli non vi dee 
parer gran cosa , se io mi maraviglio , perciò 
che nel vero, o che mio padre (perchè che 



BOCCA CCIOV 42 $ 

egli sei facesse) di vostra madre ^e di voi no» 
ragionasse giammai , o che se egli ne ragionò r 
a mia notizia Tenuto non sia , io per me 
niuna conoscenza avea di voi , se non come se 
non foste , ed emmi tanto più caro l'avervi qui 
mia sorella trovata , quanto io ci sono più 
solo , e meno questo sperava , e nel vero io non 
conosco uomo di sì alto affare , al quale voi 
non doveste esser cara , non che a me , che un 
piccolo mercatante sono - r ma d'una cosa vi 
priego mi facciate chiaro come sapeste voi , 
che io qui fossi? AA quale ella rispose _, questa 
mattina mei fé' sapere una povera femmina , la 
quale molto meco si ritiene , e perciò che con 
nostro padref per quello che ella mi dica ) lun- 
gamente ed in Palermo , ed in Perugia stette r 
e se non fosse , che più onesta cosa , mi parea ? 
che tu a me venissi in- casa tua ? che io a te 
nelP altrui , egli ha gran pezza , che io a te 
venula sarei. Appresso queste parole ella co- 
minciò dislini amente a domandare di tutti 
i suoi parenti nominatamente , alla quale di 
tutti Andreuccio rispose , per questo ancora 
più credendo quello , che meno di credere 
gli Insognava. Essendo stati i ragionamenti 
lunghi , ed il caldo grande ella fece venire 
greco e confetti , e fé' dare bere ad Andreuc- 
cio^ il quale dopo questo partire volendosi ; 




424 NOVELLE, 

perciò che ora di cena era , in niuua guisff 
il sostenne , ma sembiante fatto di forte tur- 
barsi abbracciandol disse : Ahi lassa me , che 
assai chiaro conosco , come io ti sia poco cara , 
che a pensare , che tu sii con una tua sorella 
mai più da te non veduta ed in casa sua , dove 
qui venendo smontato essere dovresti , e vogìi 
di quella uscire , per andare a cenare all'al- 
bergo ? Di vero tu cenerai con esso meco , 
e perchè mio marito non ci sia , di che forte 
mi grava , io ti saprò bene secondo donna fare 
un poco d'onore. Alla quale Andreuccio non 
sapendo altro , che rispondersi , disse : Io. vi ho 
cara quanto sorella si dee avere, ma , se io 
non ne vado r io sarò tutta sera aspettato 
a cena , e farò villania. Ed ella allora disse : 
Lodato sia Iddio , se io non ho in casa , per cui 
mandare a dire , che tu non sii aspettato , 
benché tu faresti assai maggior cortesia e tuo 
dovere mandare a dire a' tuoi compagni , che 
qui verni isserò a cenare, e poi se pure andare tu 
ne volessi, ve ne potreste tutti andare di brigata.. 
Andreuccio rispose, che de' suoi compagni non 
volea quella sera, ma poi che pure a grado 
t'era, di lui facesse il piacere suo. Ella allora 
fé' vista di mandare adire all' albergo, che 
egli non fosse atteso a cena, e poi dopo molti 
altri ragionamenti postisi a cena , e splendi— 



BOCCACCIO. 4s5 

damente da più vivande serviti astutamente 
quella menò per lunga infino alla notte os- 
cura, ed essendo da tavola levati, e Andreuccio 
partir volendosi, ella disse, che ciò in niuna 
guisa sofrerrebbe, perciò che Napoli non era 
terra da andarsi per entro di notte, e massi- 
mamente un forestiere, e che come, che egli , 
a cena non fosse atteso, aveva mandato a dire, 
cosi aveva dello albergo fatto il simigliante. 
Egli questo credendo, e dilettandogli ( da falsa 
credenza ingannato ) d' esser con costei , stette. 
Furono adunque dopo cena i ragionamenti 
molti, e lunghi non senza cagione tenuti 7 ed 
essendo della notte una parte passata , ella 
lascialo Andreuccio a dormir nella sua camera 
con un picciol fanciullo, che gli mostrasse, 
s' egli volesse nulla , con le sue femmine in 
un' altra camera se n' andò. Era il caldo grande , 
per la qual cosa Andreuccio Figgendosi solo 
rimaso , subitamente si spogliò in farsetto, e 
trassesi i panni di gamba, ed al capo del letlo 
gli si pose, e richiedendo il naturale uso di do- 
ver deporre il superfluo peso del ventre, dove 
ciò si facesse, domandò quel fanciullo, il quale 
nelF uno de' canti della camera gli mostrò un 
uscio e disse: andate là entro, Andreuccio 
dentro sicuramente passato gli venne per ven- 
tura posto il pie sopra una tavola , la quale 



42(3 NOVELLE, 

dalla con tra posta parte era sconfitta dal travi- 
cello sopra il quale era, per la qual cosa capo 
levando questa tavola con lui insieme se n'andò 
quindi giuso, e di tanto 1' amò Iddio, che 
niuno male si fece nella caduta , quantunque 
alquanto cadesse da alto, ma tutto della brut- 
tura , della quale il luogo era pieno, s'imbrattò. 
Il quale luogo, acciò che meglio intendiate, e 
quello, che è detto, e ciò, che segue, come 
stesse, vi mostrerò. Egli era in un chiassello 
stretto ( come spesso fra due case reggiamo ) 
sopra due travicelli tra 1' una casa, e l'altra 
posti alcune tavole confitte, ed il luogo da se- 
dere posto, delle quali tavole quella, che con 
lui cadde, era V una. Ritrovandosi adunque là 
giù nel chiasselto Andreuccio dolente del caso, 
cominciò a chiamare il fanciullo come sentito 
1' ebbe cadere, così corse a dirlo alla donna. La 
quale corsa alla sua camera prestamente , 
cercò se i suoi panni r' erano , e trovati i 
panni, e con essi i danari, li quali esso non 
fidandosi mattamente sempre portava addosso , 
avendo quello, a che, ella di Palermo sirocchia 
d'un Perugino facendosi , a rea leso ii lacciuolo, 
più di lui non curandosi prestamente andò a 
chiudere P uscio, del quale egli era uscito, 
quando cadde. Andreuccio non rispondendogli 
il fanciullo cominciò più forte a chiamare r ma 



BOCCACCIO. 4^7 

ciò era niente , perchè egli già sospettando, e 
tardi dell'inganno cominciandosi ad accorgere, 
salito sopra un moretto, clic quel chiassolino 
dalla strada chiudeva, e disceso nella via all' us- 
cio della casa, il quale egli mollo hen riconobbe, 
se n'andò, e quivi invano chiamò, e molto il 
dimenò, e percosse, di che egli piangendo co- 
me colui , che chiara vedea la sua disavventura 
cominciò a dire. Oimè lasso in come picco! 
tempo ho io perduti cinque cento fiorini ed 
una sorella, e dopo molte altre parole da capo 
cominciò a batter 1* uscio , ed a gridare, e tanto 
fece così che molti de' circonstanti vicini desti, 
non potendola noja sofferire, si levarono, ed 
una delle servigiali della donna in vista lutla 
sonnacchiosa fattasi alla finestra proverbiosa- 
mente disse. Chi picchia là giù? O, disse An- 
dreuccio, o non mi conosci tu? Io sono An- 
dreuccio , fratello di Madonna Fiordaliso. Al 
quale ella rispose: Buon uomo, se tu hai troppo 
bevuto^ va dormi , e tornerai domattina. Io non 
so che Andreuccio, né che ciance son quelle 
che tu dì, va in buon' ora , e lasciaci dormire , 
se ti piace. Come, disse Andreuccio, non sai , 
che io mi dico? Certo sì sai , ma, se pur son 
così fatti i parentadi di Sicilia ehe in sì piccol 
termine si dimentichino rendimi almeno i panni 
miei , li quali lasciati vi ho, ed io m'andrò 



42 8 NOVELLE, 

volpo tier con Dio. Ai qual ella quasi ridendo 
disse : Buon uomo e mi pare , che tu sogni , ed 
il dir questo, ed il tornarsi dentro , e chiuder 
la finestra fu una cosa. Di che Andreuccio già 
certissimo de ? suoi danni quasi per doglia fu 
presso a convertire in rabbia la sua grande 
ira, e per ingiuria propose di rivoler quello , 
che per parole riaver non potea , perchè da 
capo presa una gran pietra con troppi maggior 
colpi, che prima, fieramente cominciò a per- 
cuotere la porta. La qual cosa udendo molti de' 
vicini avanti destisi e levatisi, credendo lui 
essere alcun spacievole, il quale queste parole 
fingesse per noiare quella buona femmina , re- 
catosi a noja il picchiare, il quale egli faceva , 
fattisi alle finestre non altrimenti, che ad un 
can forestiere, lutti quelli della contrada ab- 
bajano addosso , cominciano a dire. Questa è 
una gran villania a venire a quest' ora a casa 
le buone femmine, e dire queste ciancie. Deh 
va con Dio buon uomo , lasciaci dormire , se 
ti piace, e se tu hai nulla a fare con lei , torne- 
rai domane, e non ci dar questa seccaggine 
stanotte. Delle quali parole for.se assiemalo 
uno, che dentro della casa era ruffiano della 
buona femmina , il (piale egli né veduto, 
né sentito avea, si fece alla finestra , e con una 
voce grossa, orribile e fiera disse : Chi è là giù? 



BOCCACCIO. 4 2 g 

Andreuccio a quella voce levata la testa , vide 
uno, il quale per quel poco, che comprendere 
potè , mostrava di dover essere un gran baca- 
lare con una barba nera e folta al volto, e co- 
me , se del letto o da allo sonno isbadigliava , e 
stropicciavasi gli occhi. A cui egli non senza 
paura rispose: Io sono unfratello della donna 
di là entro; ma colui non aspettò che Andreuc- 
cio finisse la risposta, anzi più rigido assai, 
che prima disse : Io non so a che io mi tegno 
che io non regna là giù, e deati tante basto- 
nate, quanto io ti veggia muovere, asino fas- 
tidioso , ed ebriaco, che tu devi essere, che 
questa notte non ci lascierai dormire persona, 
e tornatosi dentro serrò la finestra. Alcuni de' 
vicini che meglio conocevano la condizion di 
colui, umilmente parlando ad Andreuccio 
dissero. Per Dio buon uomo vaiti con Dio non 
volere sta notte essere ucciso costì, vattene per 
lo tuo migliore. La onde Andreuccio spaven- 
tato dalla voce di colui, e dalla vista, e sospinto 
dai conforti di coloro , li quali gli pareva che 
da carità mossi parlassero, doloroso quanto 
mai alcuno altro e de' suoi danari disperato, 
verso quella parte, onde il dì la fanlicella se- 
guita, senza sapere dove s'andasse, prese la 
Via per tornarsi all' albergo, ed a se medesimo 
dispiacendo per lo puzzo, che a lui di lui ve- 



45o NOVELLE. 

niva, desideroso di volgersi al mare per lavarsi 
si torse a man sinistra, e su per una via chia- 
mata la ruga Catalana si mise, e verso 1' allo 
della città andando, per avventura davanti si 
vide due, che verso di lui con una lanterna in 
mano venieno, li quali temendo non fosser 
della famiglia della corte o altri uomini a mal 
far disposti , per fuggirli, in un casolare, il 
quale si vide vicino, pianamente ricoverò. Ma 
costoro, quasi come a quello proprio luogo 
inviati andassero , in quel medesimo casolare 
se n' entrarono , e' quivi P un di loro scaricati 
certi ferramenti che in collo avea , con 1' altro 
insieme gli cominciò a guardare, varie cose 
sopra quelli ragionando. E mentre parlavano, 
disse P uno, che vuol dire questo ? lo sento il 
maggior puzzo, che mai mi paresse sentire, e 
questo detto, alzata alquanto la lanterna esser 
ebber veduto il cattivello di Andreuccio, e stu- 
pefatti domandar chi è là ? Andreuccio taceva, 
maessiavvicinatiglisi col lume il domandarono, 
che quivi così brutto facesse. Alli quali An- 
dreuccio ciò che avvenuto gli era narrò in- 
teramente. Costoro immaginando dove ciò gli 
polesse essere avvenuto, dissero fra se , vera- 
mente in casa lo Scarabone buttafuoco fie slato 
questo, ed a lui rivolli, disse 1' uno : Duon 
uomo , come che tu abbia perduti i tuoi da- 



BOCCACCIO. 4J X 

nari, tu hai molto a lodare Iddio, che quel 
caso ti venne, che tu cadesti, né potesti poi 
in casa rientrare , perciò che, se caduto non 
fossi, vivi securo, che come prima addormen- 
tato ti fossi, saresti stato ammazzato, eco' da- 
nari avvresti la persona perduta , ma che giova 
oggimai di piagnere? tu ne potresti così ri- 
avere un danaro, come avere delle stelle del 
cielo, ucciso ne potrai tu hene essere, se colui 
sente che tu mai ne facci parola, e detto 
questo consigliatisi alquanto gli dissero. Vedi 
a noi è presa compassione di te , e perciò 
dove tu vogli con noi essere a fare alcuna cosa 
che a fare andiamo, egli ci par essere molto 
certi che in parte ti toccherà il valore di troppo 
più, che perduto non hai. Andreuccio siccome 
disperato rispose , che era presto. Era quel dì 
seppellito un Arcivescovo di Napoli chiamato 
niesser Filippo Minutolo, ed era slato seppel- 
lito con ricchissimi ornamenti, e con un rubino 
in dito , il quale valeva oltre a cinquecento 
fiorini d' oro , il quale costoro volevano andare 
a spogliare, e così ad Andreuccio fecer veduto. 
La onde Andreuccio più cupido , che consi- 
gliato, con loro si mise in via e andando verso la 
chiesa maggiore , ed Andreuccio putendo forte, 
disse l'uno : non potremmo noi trovar modo, 
che costui si lavasse un poco, dove che sia, che 



433 NOVELLE. 

egli non putisse così fieramente? Disse P altro 
sì, noi siam qui presso ad un pozzo , al quale 
suole sempre essere la carrucola, ed un gran 
secchione , andiamne là , e laveremlo spaccia- 
tamele. Giunti a questo pozzo trovarono, che 
la fune v' era , ma il secchione n' era stato le- 
vato, perchè insieme deliberarono di legarlo 
alla fune e di collarlo nel pozzo, ed egli là giù 
si lavasse, e come lavato fosse, crollasse la 
fune, ed essi il tirerebber suso, e così fecero. 
Avvenne che avendol costoro nel pozzo collato, 
alcuni della famiglia della signoria, li quali e 
per lo caldo, e perchè corsi erano dietro ad 
alcuno, avendo sete , a quel pozzo venieno a 
bere , li quali come quelli t due videro in con- 
tanente cominciarono a fuggire. Li famigliari , 
che quivi venivano a beremon avendoli veduti, 
essendo già nel pozzo Andreuccio lavato di- 
menò la fune. Costoro assetati posti giù lor ta- 
volacci , e loro armi, e loro gonnelle comin- 
ciarono la fune a tirare, credendo a quella il 
secchione pien d'acqua essere appiccato. Come 
Andreuccio si vide alla sponda del pozzo vici- 
no, così lasciata la fune con le mani si sfittò 
sopra quella. La qual cosa costoro vedendo, da 
subila paura presi , senza altro dire lasciarono 
la fune, e cominciarono , quanto più poterono 
a fuggire, di che Andreuccio si maravigliò 



boccaccio. 453 

forte, e se egli non si fosse ben attenuto, egli sa- 
rebbe infin nel fondo caduto,forse non senza suo 
gran danno, o morte ; ma, pureuscitone,eques- 
te armi trovate , le quali egli sapeva che i suoi 
compagni nonavevanportale,ancorapiù s'inco- 
minciò a maravigliare. Ma dubitando , e non sa- 
pendo che, della sua fortuna dolendosi , senza al- 
cuna cosa toccare, quindi deliberò di partirsi, ed 
andava senza saper dove. Così andando si venne 
scontrato in que' due suoi compagni , i quali 
a trarlo dal pozzo veniano, e come il videro 
maravigliandosi forte il domandarono, chi dei 
pozzo 1' avesse tratto. Andreuccio rispose, che 
noi sapeva , e loro ordinatamente disse , come 
era avvenuto, e quello , che trovato avea fuori 
del pozzo. Di che costoro avvisatisi come era 
stato , ridendo, gli contarono, perchè s'eran 
fuggiti , e chi stati eran coloro , che su Fa- 
veano tirato, e senza più parole fare, essendo 
già mezza notte n' andarono alla chiesa mag- 
giore, ed in quella assai leggiermente entra- 
rono , e furono all' arca , la quale era di marmo, 
e molto grande, e con lor ferri il coperchio , 
eh' era gravissimo, sollevaron tanto, quanto uà 
uomo vi potesse entrare, e puntellarono. E fatto 
questo commciòl'uno a dire.Chi entrerà dentro? 
A cui l'altro rispose. Non io. Nò io, disse co- 
lui, ma entrivi Andreuccio. Questo non farò, 

*9 



434 NOVELLE. 

disse Andreuccio , verso il quale amenduni 
costoro rivolti dissero. Come non v' entrerai, 
in fé' d' Iddio , se tu non v' entri , noi ti da- 
rem tante d' uno di questi pali di ferro sopra 
la testa , che noi ti farem cader morto. An- 
dreuccio temendo v' entrò , ed entrandovi 
pensò seco : costoro mi ci fanno entrare per 
ingannarmi , perciò che come io avrò loro 
ogni cosa dato , mentre che io penerò ad usci- 
re dell' arca , essi se ne andranno pe' fatti 
loro, ed io rimarrò senza cosa alcuna , e per- 
ciò s' avvisò di farsi innanzi tratto la parte 
sua : e ricordatosi del caro anello che aveva 
loro udito dire j come fu disceso, così di dito 
il trasse all' Arcivescovo, e miselo a se , e poi 
dato il pastorale , e la mitra e i guanti , e spo- 
gliatolo infino alla camicia , ogni cosa die' 
loro dicendo , che più niente vi avea. Costoro 
affermando che essere vi doveva 1' anello , gli 
dissero, che cercasse per tutto , ma esso ris- 
pondendo, che noi trovava , e sembianti fa- 
cendo di cercarne , alquanto gli tenne in as- 
pettare. Costoro, che dell' altra parte erano , 
siccome lui, maliziosi , dicendo pur che cer- 
casse, preso tempo tiraron via il puntello, 
che il coperchio dell' arca sostenea , e fuggen- 
dosi , lui dentro dell' arca lasciarono rinchiu- 
so. La qual cosa sentendo Andreuccio ? quale 



BOCCACCIO. 455 

egli allor divenisse, ciascun sei può pensare. 
Egli tentò più volte e col capo e colle spalle, 
se alzare potesse il coperchio, ma invano si 
affaticava , perchè da grave dolore vinto , ve- 
nendo meno, cadde sopra il morto corpo dell' 
Arcivescovo , e chi allora veduti gli avesse , 
malagevolmente avrebbe conosciuto chi più 
si fosse morto o V Arcivescovo , o egli. Ma poi 
che in se fu ritornalo , dirottissimamente co- 
minciò a piagnere , veggendosi quivi senza 
dubbio all' uno de' due fini dover pervenire y 
o in quel!' arca , non venendovi alcuni più ad 
aprirla , di fame e di puzzo tra vermini del 
morto corpo convenirli morire , o vegnendovi 
alcuni, e trovandovi lui dentro, siccome la- 
dro dovere essere appiccato. Ed in così fatti 
pensieri, e doloroso molto stando sentì per la 
chiesa andar genti , e parlar molte persone , 
le quali ( siccome egli avvisava ) quello anda- 
vano a fare , che esso co' suoi compagni avea 
già fatto, di che la paura gli crebbe forte. Ma 
poi che costoro ebbero Y arca aperta , e pun- 
tellata , in quistion caddero , chi vi dovesse 
entrare, e niuno il voleva fare: pur dopo lun- 
ga tenzone , un prete disse. Che paura avete 
voi? Credete voi che egU vi manuchi? I morti 
non mangian gli uomini , io v'entrerò den- 
tro io, e così detto , posto il petto sopra l' orlo 

»9- 



456 NOVELLE. 

dell'arca volse il capo in fuori , e dentro man- 
dò le gambe per doversi giuso calare. Andreuc- 
cio questo vedendo , levatosi, prese il prete per 
una delle gambe , e fé' sembiante di volerlo 
giù tirare. La qual cosa sentendo il prete mise 
uno slrido grande, e presto dell' arca sigitlò 
fuori. Della qual cosa tutti gli altri spaven- 
tati, lasciata 1' arca aperta, non altrimenti 
a fuggire cominciarono , che se da cento mila 
diavoli fossero perseguitati. La qual cosa veg- 
gendo Andreuccio lieto oltre a quello che spe- 
rava , subito si gittò fuori, e per quella via , 
onde ora venuto , se ne uscì della chiesa , e 
già avvicinandosi al giorno, con quello anello 
in dito andando alla ventura pervenne alla 
marina, e quindi al suo albergo si rabbatlè. 
Dovei suoi compagni, e l'albergatore trovò 
tutta la notte stati in sollecitudine de' fatti 
suoi. A' quali ciò , che addivenuto gli era , 
raccontato, parve per lo consiglio dell' oste 
loro, che costui incontanente si dovesse di 
Napoli partire. La qual cosa egli fece presta- 
mente , ed a Perugia toni ossi , avendo il suo 
investito in un anello , dove per comperar 
cavalli era andato. 



BOCCACCIO. 437 

Martellino infingendosi d y essere attratto 
sopra santo Arrigo fa vista di guarire ; 
e conosciuto il suo inganno 3 è battuto , 
e poi preso , ed in pericolo venuto d' esser 
impiccato per la gola ultimamente scampa. 

Spesse volte, carissime donne, avvenne, 
che chi altrui s' è di beffar ingegnato , e mas- 
simamente quelle cose , che sono da riverire , 
se con le beffe, e talvolta con danno solo s ? è 
ritrovato, il che, acciò che io al comanda- 
mento della reina obbedisca , e principio dia 
con una mia novella alla proposta , intendo di 
raccontarvi quello , che prima sventurata- 
mente, e poi fuori di tutto suo pensiero assai 
felicemente ad un nostro cittadino avvenisse. 

Era , non è ancora lungo tempo passato, 
un tedesco a Trivigi chiamalo Arrigo, il quale 
pover' uomo essendo, di portar pesi a prezzo 
serviva chi il richiedeva, e con questo , uomo 
di santissima vita , e di buona era tenuto da 
tutti , per la qual cosa , o vero o non vero , che 
si fosse , morendo egli , adivenne, secondo che 
i Trivigiani affermano , che nelP ora della sua 
mortele campane della maggior chiesa di Tri- 
vigi tutte, senza essere da alcuno tirate, comin- 
ciarono a sonare. Il che in luogo di miracolo 



438 NOVELLE. 

avendo, quest' Arrigo essere santo dicevano 
tutti ; e concorso tutlo il popolo della città 
alla casa nella quale il suo corpo giaceva , 
quello a guisa d'un corpo santo nella chiesa 
maggiore ne portarono , menando quivi zoppi, 
attratti, e ciechi, ed altri di qualunque in- 
fermità , o difetto impediti , quasi tutti doves- 
sero dal toccamento di questo corpo divenire 
sani. In tanto tumulto , e discorrimento di 
popolo avvenne che in Trivigi giunsero tre 
nostri cittadini , de' quali 1' uno era chiamato 
Stecchi , l'altro Martellino , ed il terzo Mar- 
chese , uomini, i quali , le corti de' signori vi- 
sitando , di contraffarsi, e con nuovi atti con- 
traffacendo qualunque altr' uomo li veditori 
solazzavano. Li quali , quivi non essendo stati 
giammai, veggendo correre ogni uomo si ma- 
ravigliarono , ed udita la cagione perchè ciò 
era , desiderosi divennero d' andare a vedere, 
e poste le loro cose ad un albergo , disse Mar- 
chese : noi vogliamo andare a vedere questo 
santo , ma io per me non veggio come noi vi 
ci possiam pervenire, perciò che io ho inteso, 
che Ja piazza è piena di tedeschi , e d' altra 
gente armata , la quale il signor di questa ter- 
ra , acciò che romor non si faccia , vi fa stare, 
ed oltre a questo la chiesa ( per quel che si 
dica ) è sì piena di gente, che quasi niuna per- 



ìjoccaccio. 43g 

sona più vi può entrare* Martellino allora , 
che di veder questa cosa desiderava , disse : 
Per questo non rimanga , che di pervenire in- 
sino al corpo santo troverò io ben modo. Disse 
Marchese, come? Rispose Martellino dicolti. Io 
lai contrafferò a guisa d' un attratto, e tu 
dall' un lato , e Stecchi dall' altro , come se 
io per me andare non potessi , mi verrete sos- 
tenendo , facendo sembianti di volermi là me- 
nare, acciò che questo santo mi guarisca : egli 
non sarà alcuno , che reggendoci, non ci fac- 
cia luogo, e lascici andare. A Marchese ed a 
Slecchi piacque molto il modo, e senza alcuno 
indugio usciti fuor dell' albergo tutti e tre in 
un solitario luogo venuti , Martellinosi stor- 
se in guisa le mani , le dita , e le braccia, e le 
gambe , ed oltre a questo la bocca, e gli oc- 
chi , e tutto il viso , che fiera cosa pareva a 
vedere, né sarebbe stato alcuno, che veduto 
V avesse , che non avesse detto lui veramente 
esser tutto della persona perduto, e rattratlo. 
E preso così fatto da Marchese , e da Stecchi , 
verso la chiesa si dirizzarono, in vista tutti 
pieni di pietà , umilmente , e per 1' amore 
d'Iddio domandando a ciascuno , che dinanzi 
lor si parava , che loro luogo facesse : il che 
agevolmente impetravano , ed in brieve ri- 
guardati da tutti , e quasi per tutto gridandosi 



44o NOVELLE. 

fa luogo, fa luogo _, là pervennero, ove il corpo 
di santo Arrigo era posto , e da cerli gentil' 
nomini , che v' erano d' attorno , fu Martel- 
lino prestamente preso , e sopra il corpo po- 
sto , acciò che per quello il beneficio della sa- 
nità acquistasse. Martellino , essendo tutta la 
eente attenta a vedere che di lui avvenisse, 
slato alquanto cominciò , come colui che ot- 
timamente far lo sapeva , a fare sembiante di 
distendere P uno de' diti, ed appresso la ma- 
no , e poi il braccio . e cosi tutto a venirsi dis- 
tendendo. Il che veggendo la gente , sì gran 
romore in lode di santo Arrigo facevano, che 
i tuoni non si sarieno potuti udire. Era per 
avventura un fiorentino vicino a questo luo- 
go, il quale molto bene conoscea Martellino, 
ma per Tessere così travolto,quando vi fu mena- 
to , non Pavea conosciuto , il quale veggendol 
ridirizzato, e riconosciutolo, subitamente co- 
minciòa ridere, ed a dire: Domine fallo tristo chi 
non avrebbe creduto, veggendol venire , ch'egli 
non fosse stato attratto da dovvero ? Queste 
parole udirono alcuni Trivigiani , li quali 
incontanente il domandarono, come? non era 
costui attratto? A' quali il Fiorentino rispose , 
non pkiccia a Iddio, egli è stato sempre diritto 
come è qualunque di noi , ma sa meglio , che 
altr'uomo ( come voi avete potuto vedere) far. 



BOCCACCIO. 44 1 

queste ciance di contraffarsi in qualunque 
forma vuole. Come costoro ebbero udito que- 
sto , non bisognò più avanti, essi si fecero per 
forza innanzi , e cominciarono a gridare : sia 
preso questo traditore , e beffatore d' Iddio , 
e de' santi , il quale , non essendo attratto, per 
ischernire il nostro santo e voi , qui a guisa 
d' attratto è venuto, e così dicendo il piglia- 
rono _, e giù del luogo, dove era il tirarono , e 
presolo per li capelli, e stracciatigli tutti i 
panni in dosso , cominciarono a dargli delle 
pugna , e de' calci , né parea a colui essere 
uomo, che a questo fare correa. Martellino 
gridava mercè per Dio, e quanto poteva, si 
ajutava : ma ciò era niente, la calca gli mul- 
tiplicava ogni ora a dosso maggiore : la qual 
cosa veggendo Stecchi e Marchese comin- 
ciarono fra se a dire , che la cosa stava male 
e di se medesimi dubitando, non ardivano ad 
ajutarlo, anzi insieme con gli altri insieme 
gridavano, che '1 fosse morto, avendo non 
dimeno pensiero tuttavia come trarre il po- 
tessero dalle mani del popolo, il quale fer- 
mamente V avrebbe ucciso , se uno argomento 
non fosse stato, il quale Marchese subitamente 
prese. Che essendo ivi di fuori tutta la fami- 
glia della signoria , Marchese come più tosto 
potè , n' andò a colui, che in luogo del po- 



442 NOVELLE. 

testa v T era , e disse mercè per Dio, egli è qua» 
un malvagio uomo, che m* ha tagliata la borsa? 
con ben cento fiorin d' oro , io vi priego , 
che voi il pigliate sì , che io riabbia il mio. Su- 
bitamente udito questo ben dodici detergenti 
corsero , là dove it misero Martellino era senza 
pettine carminato , ed alle maggior fatiche dei 
mondo, rotta la calca, tutto rotto , e tutto* 
pesto il trassero loro dalle mani, emenaronlo 
a palagio , dove molti seguitolo che da lui si 
tenevano scherniti ; avendo udito , che per ta- 
gliaborse era slato preso , non parendo loia 
aver alcun altro più giusto titolo a fargli dar 
la mala ventura , similmente cominciarono a 
dire a ciascuno , da lui essergli stata tagliata 
la borsa , le quali cose vedendo il giudice del 
podestà _, il quale era un ruvido uomo , pre- 
stamente da parte menatolo sopra ciò lo inco- 
minciò ad esaminare.Martellinorispondea mot- 
teggiando quasi per niente avesse quella presu- 
ra :di che il giudice turbato, fattolo legare alla 
colla parecchie tratte delle buone gli fece dare, 
con animo di fargli confessare ciò , che coloro- 
dicevano , per farlo poi appiccar perla gola. 
Ma poi eh' egli fu in terra posto , domandan- 
dolo il giudice se ciò fosse vero, che coloro- 
incontro a lui dicevano, non valendogli il 
dire di no , disse : Signor mio t io son presto 



BOCCACCIO. 443 

a confessarvi il vero , ma fatevi a ciascun 
che mi accusa, dire quando , e dove gli ta- 
gliai la borsa , ed io vi dirò quello, che io avrò 
fatto, e quel che no. Disse il giudice, questo 
mi piace , e fattine alquanti chiamare , l'un 
diceva , che gliele avea tagliata , otto di eran 
passati, V altro sei, 1' altro quattro , e alcuni 
dicevano quel dì slesso. Il che udendo Martel- 
lino disse : signor mio , essi mentono tutti per 
la gola , e che io dica il vero , questa pruova 
ve ne posso dare , che così non fossi io mai in 
questa terra entrato , come io mai non ci fui, 
se non da poco fa in qua : e come giunsi per 
mia disavventura andai a vedere questo corpo 
santo, dove io sono stato pettinato , come voi 
potete vedere : e che questo , che io dico, sia 
vero, ve ne può Air chiaro l'ufficiai del signo- 
re , il quale sta alle presentagioni , ed il suo 
libro , ed ancora 1' oste mio : perchè , se cosi 
trovate , come io vi dico , non mi vogliate ad 
istanza di questi malvagi uomini straziare, 
ed uccidere. Mentre le cose erano in questi 
termini, Marchese, e Stecchi, li quali avevano 
sentito., che il giudice del podestà fieramente 
contro a lui procedeva, e già l'avea collato, 
temetter forte seco dicendo: Male abbiam pio» 
cacciato : noi abbiamo costui tratto della pa- 
della j, e giitatolo nel fuoco : perchè con ogni 



4±4 NOVELLE. 

sollecitudine dandosi attorno, e l' oste loro ri- 
trovato , come il fatto eia gli raccontarono. 
Di che esso ridendo, gli menò ad uno Sandro 
Agolanti , il quale in Trivigi abitava , ed ap- 
presso al signore aveva grande stato , ed ogni 
cosa per ordine dettagli con loro insieme ii 
pregò , che de' fatti di Martellino gì' incre- 
scesse. Sandro dopo molte risa andatosene ai 
signore , impetrò che per Martellino fosse 
mandato , e cosi fu. Il quale coloro che per 
lui andarono , trovarono ancora in camicia 
dinanzi al giudice, e tutto smarrito, e pau- 
roso forte , perciò che il giudice niuna cosa in 
sua scusa voleva udire , anzi per avventura 
avendo alcuno odio ne' Fiorentini , del tutto 
era disposto a volerlo fare impiccar per la 
gola , e in niuna guisa rendere il voleva al si- 
gnore, in fino a tanto , che costretto non fu di 
renderlo a suo dispetto. Al quale poi che egli 
fu davanti , ed ogni cosa per ordine dettagli, 
porse preghi , che in luogo di somma grazia 
via il lasciasse andare, perciò che infino che 
in Firenze non fosse , sempre gli parrebbe il 
capestro aver nella gola. 11 signore fece gran- 
dissime risa di così fitto accidente ; e fatta do- 
nare una roba per uomo , oltre alla speranza 
di tutte e tre , di così gran pericolo usciti y 
sani , e salvi se ne tornarono a casa loro. 



BOCCACCIO. 445 

NOVELLA Vili. 

Nastagio degli Onesti amando una de" Tra- 
versare , spende le sue ricchezze senza^ 
essere amato. T^assene pregato da' suoi a 
Chiassi , quivi vede cacciare ad un cava- 
liere una giovane } ucciderla 3 e divo- 
rarla da due cani. Invita i parenti suoi 
e quella donna amata da lui ad un de- 
sinare y la qual vede questa medesima 
giovane sbranare , e temendo di simile av- 
venimento prende per marito Nastagio. 

Come la Lauretta si tacque , così per co- 
mandamento della reina cominciò Filomena. 
Amabili donne come in. noi è la pietà com- 
mendata, così ancora è dalla divina giustizia 
rigidamente la crudeltà vendicata , il che ac- 
ciò che io vi dimostri , e materia vi dia di cac- 
ciarla del tutto da voi, mi piace di dirvi una 
novella non men di compassion piena , che 
dilettevole, i 

In Ravenna antichissima città di Romagna 
furon già assai nobili e gentili uomini, tra 
quali un giovane chiamato Nastagio degli 
Onesti per la morte del padre di lui, e d' un 
suo zio senza stima rimaso ricchissimo. Il quale 



44 6 NOVÉLtE. 

( siccome de' giovani avviene ) essendo senza 
moglie s' innammorò d'una figliuola di messer 
Paolo Traversaro giovane troppo più nobile , 
che esso non era, prendendo speranza con le 
sue opere di doverla trarre ad amar lui , le 
quali, quantunque grandissime, bellee laude- 
voli fossero , non solamente non gli giovavano, 
anzi pareva , che gli nocessero, tanto cruda e 
dura e salvatica gli si mostrava la giovinetta 
amata, forse per la sua singolar bellezza, o 
per la sua nobiltà sì altiera e disdegnosa dive- 
nuta , che né egli , né cosa , che gli piacesse, le 
piaceva. La qual cosa era tanto a Nastagio gra- 
vosa a comportare, che per dolore pili volte 
dopo molto P essersi doluto gli venne in disi— 
dero d' uccidersi. Poi pur tenendosene , molte 
volte si mise in cuore di doverla del tutto la- 
sciare stare , o se potesse, d'averla in odio , co- 
me ella aveva lui. Ma in vano tal proponi- 
mento prendeva , per ciò che pareva , che 
quanto più la speranza mancava, tanto più 
multiplicasse il suo amore. Perseverando adun«- 
que il giovane e Dell' amare e nello spendere 
smisuratamente, parve a certi suoi amici e pa- 
renti , che egli sé , e '1 suo avere parimente 
fosse per consumare , per la qual cosa più volte 
il pregarono, e consigliarono, che si dovesse 
di Ravenna partire, e in alcun altro luogo per 



BOCCACCIO^ 44^ 

alquanto tempo andare a dimorare, per clo- 
che cosi facendo, scemerebbe l'amore, e le 
spese. Di questo consiglio più volte beffe fece 
Nastagio, ma pure essendo da loro sollieiuto , 
non potendo tanto dir di no, disse di farlo, e- 
fatto fare un grande apparecchiamento, come 
se in Francia, oin Ispagna, o in alcun altro 
luogo lontano andar volesse, montato a ca- 
vallo, e da suoi molti amici accompagnato di 
Baverina uscì, e andossene ad un luogo fuor di 
Ravenna forse tre miglia, che si chiama Chiassi, 
e quivi fatti venir padiglioni , e trabacche disse 
a coloro , che accompagnato F aveano , che 
quivi star si volea, e che essi a Ravenna se ne 
tornassono. Attendatosi adunque quivi Nasta- 
gio, cominciò a fare la più bella vita e la più 
magnifica, che mai si facesse, or questi , e or 
quegli altri invitando a cena, e a desinare, 
eome usato s'era. Or adivenne, che venendo- 
quasi all' entrata di maggio essendo un bellis- 
simo tempo r e egli entralo in pensiero della 
sua crudel donna, comandato a tutta la sua 
famiglia, che solo il lasciassero per più potere 
pensare a suo piacere, pù-de innanzi pie' se 
medesimo transportò pensando in fino nella 
pigne ta. Ed essendo già passata presso che la 
quinta ora del giorno, ed esso bene un mezzo 
miglio perla pigneta entrato, non ricordan- 



MS NOVELLE, 

dosi di mangiare né d' altra cosa, subitamente 
gli parve udire un grandissimo pianto , e guai 
altissimi messi da una donna, perchè rotto il 
suo dolce pensiero, alzò il capo per veder, che 
fosse, e maravigìiossi nella pigneta veggendosi, 
e oltre a ciò davanti guardandosi ^ vide venire 
per un boschetto assai folto d' albuscelli e di 
pruni, correndo verso il luogo, dove egli era, 
una bellissima giovane ignuda , scapigliala e 
tutta graffiata dalle frasche e da' pruni, pia- 
gnendo e gridando forte mercè , e oltre a questo 
le vide a fianchi due grandissimi e fieri ma- 
stini, li quali duramente appresso correndole 
spesse volte crudelmente, dove la giugnevano, 
la mordevano,e dietro a lei vide venire sopra un 
corsiere nero un cavalier bruno , forte nel viso 
crucciato con uno stocco in mano, lei di morte 
con parole spaventevoli e villane minacciando. 
Questa cosa ad un' ora maraviglia e spavento 
gli mise nell'animo, e ultimamente compas- 
sione della sventurata donna _, dalla qual nac- 
que disidero di liberarla da sì fatta angoscia 
e morte , se lo potesse. Ma senza arme trovan- 
dosi , ricorse a prendere un ramo d' albero in 
luogo di bastone , e cominciò a farsi incontro 
a' cani , e contro al cavaliere. Ma il cavaliere, 
che questo vide , gli gridò di lontano. Nastagio 
non t'impacciare , lascia fare a' cani e a me 



BOCCACCIO. 44g 

quello , che questa malvagia femmina ha me- 
ritato. E così dicendo , i cani presa forle la 
giovane ne' fianchi la fermarono, e il cavalier 
sopragiunto smontò da cavallo. Al quale Na- 
stagio avvicinatosi, disse : Io non so chi tu ti se', 
che me così conosci , ma tanto ti dico , che 
gran viltà è d' un cavaliere armato volere 
uccidere una femmina ignuda , e averle i cani 
alle coste messi , come se ella fosse una fiera 
salvatica , io per certo la difenderò , quant' io 
potrò. Il cavaliere allora disse : Nastagio io fui 
d' una medesima terra teco , e eri tu ancora 
picciol fanciullo , quando io , il quale fui 
chiamato messer Guido degli Anastagi , era 
troppo più innamorato di costei , che tu ora 
non sei di quella de'Travercari , e per la sua 
fierezza , e crudeltà andò sì la mia sciagura , 
che io un dì con questo stocco , il quale tu mi 
vedi in mano, come disperato, m'uccisi, e 
sono alle pene eternali dannato, né stette poi 
guari tempo, che costei la qual della mia 
morte fu lieta oltre misura, morì, e per lo pec- 
cato della sua crudeltà e della letizia avuta de' 
miei tormenti, non pentendosene, come colei, 
che non credeva in ciò aver peccato, ma me- 
ritato, similmente fu, ed è dannata alle pene 
dell' inferno, nel quale come ella discese, così 
ne fu e a lei e a me per pena dato , a lei di 



45o NOVELLE, 

fuggirmi davanti, e a me , che già cotanto Fa- 
mai, di seguitarla come mortai nimica, non 
come amata donna , e quante volte io Y ag- 
giungo, tante con questo stocco, col quale io 
uccisi me , uccìdo lei , e aprola per ischiena , 
e quel cuor duro e freddo , nel qual mai 
né amor né pietà poterono entrare , con 
V altre interiora ( siccome tu vedrai incon- 
tanente ) le caccio di corpo , e dolle mangiare 
a questi cani. Né sta poi grande spazio , ch'ella 
(sì come la giustizia eia potenzia d'Iddio vuole) 
come se morta non fosse slata, risorge, e da 
capo incomincia la dolorosa fuga, e i cani, ed 
io a seguitarla , e avviene , che ogni venerdì in 
su quest' ora io la giungo qui, e qui ne fo lo 
strazio, che vedrai, e gli altri dì non creder 
che noi riposiamo, ma giungola in altri luoghi, 
ne' quali ella crudelmente contro a me pensò 
o operò, e essendole d'amante divenuto nimi- 
co , come tu vedi, me la conviene in questa 
guisa tanti anni seguitare, quanti mesi ella fu 
contro a me crudele. Adunque lasciami la di- 
Tina giustizia mandare ad esecuzione, né ti vo- 
lere opporre a quello, a che tu non potresti 
constrastare. Nastagio udendo queste parole 
tutto timido divenuto, e quasi non avendo 
pelo addosso, che arricciato non fosse , tiran- 
dosi addietro , e riguardando alla misera gio- 



BOCCACCIO. 45 '1 

vane, cominciò pauroso ad aspettare quello 
che facesse il cavaliere. 11 quale finito il suo ra- 
gionare a guisa d' un cane rabbioso con lo 
stocco in mano corse addosso alla giovane, la 
quale inginocchiata , e da' due mastini tenuta 
forte gli gridava mercè , e a quella con tutta 
sua forza diede per mezzo il petto , e passolla 
dall' altra parte , il qual colpo come la giovane 
ebbe ricevuto, così cadde boccone sempre pian- 
gendo e gridando, e il cavaliere messo mano 
ad un coltello , quella aprì nelle reni, e fuori 
trattone il cuore e ogn' altra cosa d'attorno a 7 
due mastini il gittò, li quali affamatissimi in- 
contanente il mangiarono. Né stette guari 7 che 
la giovane ( quasi niuna di queste cose slata 
fosse ) subitamente si levò in pie' , e cominciò a 
fuggire verso il mare, e i cani appresso di lei 
sempre lacerandola , e il cavaliere rimontato 
a cavallo, e ripreso il suo stocco la cominciò a 
seguitare, e in picciola ora si dileguarono in 
maniera , che più Nasi agio non gli potè vedere. 
Il quale avendo queste cose vedute, gran pezza 
stette tra pietoso e pauroso, e dopo alquanto 
gli venne nella mente questa cosa dovergli 
molto poter valere, poi che ogni venerdì avve- 
nia, perchè segnato il luogo, a' suoi famigli se 
ne tornò, e appresso, quando gli parve, man- 
dato per più suoi parenti e amici , disse loro. 



452 NOVELLE. 

Voi tu' avete lungo tempo stimolato , che io 
d' amare questa mia nemica mi rimanga , e 
ponga fine al mio spendere, e io son presto di 
farlo, dove voi una grazia m'impetriate, la 
quale è questa, che venerdì , che viene, voi 
facciate sì , che messer Paolo Traversali 
e la moglie e la figliuola , e tutte le donne 
lor parenti , e altre chi vi piacerà , qui sieno 
a desinar meco. Quello , perchè io questo 
voglia, voi il vedrete allora. A costor parve 
questa assai picciola cosa a dover fare e a Ra- 
venna tornati, quando tempo fu , coloro invi- 
tarono , li quali Nastagio voleva, e come che 
dura cosa fosse il potervi menare la giovane da 
Nastagio amata, pur \' andò con V altre insie- 
me. Nastagio fece magnificamente apprestare 
da mangiare, e fece le tavole mettere sotto i 
pini d'intorno a quel luogo , dove veduto aveva 
lo strazio della crudel donna , e fatti mettere 
gli uomini e le donne a tavola , si ordinò, 
che appunto la giovane amata da lui fu posta a 
sedere di rimpetto al luogo , dove doveva il 
fatto intervenire. Essendo adunque già venu- 
ta l'ultima vivanda , e il romore disperato 
della cacciata giovane da tutti fu comin- 
ciato ad udire. Di che maravigliandosi forte 
ciascuno , e domandando , che ciò fosse > 
e niun sappiendol dire , levatisi tutti diritti r 



BOCCACCIO. 455 

e riguardando che ciò potesse essere, videro la 
dolente giovane , e 'l cavaliere, ed i cani , né 
guari stette, che essi tutti furon quivi tra loro. 
Il romore fu fatto grande e a' cani e al cava- 
liere , e molti per aiutare la giovane si fecero 
innanzi. Ma il cavaliere parlando loro , come 
a Nastagio avea parlato , non solamente gli 
fece indietro tirare , ma tutti gli spaventò , e 
riempiè di maraviglia , e facendo quello, che 
altra volta aveva fatto, quante donne v' avea 
(che ve ne avea assai , che parenti erano stale 
e della dolente giovane e del cavaliere, e che 
si ricordavano e dell' amore e della morte di 
lui ) tutte cosi miseramente piangevano, co- 
me se a se medesime quello avesser veduto 
fare. La qual cosa al suo termine fornita, e 
andata via la donna e '1 cavaliere, mise cos- 
toro , che ciò veduto aveano , in molti e varj 
ragionamenti , ma tra gli altri , che più di 
spavento ebbero fu la crudel giovane da Nas- 
tagio amata , la quale ogni cosa distintamente 
veduta avea , e udita , e conosciuto che a se, 
più che ad altra persona che vi fosse , queste 
cose toccavano , ricordandosi della crudeltà 
sempre da lei usata verso Nastagio , perchè 
già le parea fuggir dinanzi da lui adirato, e 
avere i mastini a fianchi , e tanta fu la paura , 
che di questo le nacque 7 che acciò che questo 



454 NOVELLE. 

a lei non avvenisse , prima tempo non si vide 
( il quale quella medesima sera prestato le fu ) 
ch'ella, avendo 1' odio in amore tramutato, 
una sua fida cameriera segretamente a Nasta- 
gio mandò. La quale da parte di lei il pregò , 
che gli dovesse piacer d' andare a lei , perciò 
eh' ella era presta di far tutto ciò che fosse 
piacer di lui. Alla qual Nastagio fece rispon- 
dere , che questo gli era a grado molto , ma 
che dove le piacesse con onor di lei voleva il 
suo piacere, e questo era sposandola per mo- 
glie. La giovane , la qual sapeva , che da al- 
trui , che da lei rimaso non era, che moglie 
di Nastagio slata non fosse, gli fece rispon- 
dere, che le piacea, perchè essendo essa me- 
desima la messaggiera al padre e alla madre 
disse, che era contenta d'essere sposa di Na- 
stagio , di che essi furon contenti mollo , e la 
domenica seguente Nastagio sposatala , e fatte 
le sue nozze , con lei più tempo lietamente 
visse. E non fu questa paura cagione sola- 
mente di questo hene , anzi sì tutte le ravi- 
gnane donne paurose ne divennero , che sem- 
pre poi troppo più arrendevoli a piaceri degli 
uomini furono, che prima state non erano. 



boccaccio. 455 

Un cavaliere dice a madonna Oretta di por- 
tarla con una novella a cavallo ; e mal- 
compostamente dicendola } è da lei pregato 
che a pie la ponga. 

Egli non è ancora guari , che nella nostra 
città fu una gentile , e costumata donna , e 
ben parlante , il cui valore non meritò che il 
suo nome si taccia : fu adunque chiamata Ma- 
donna Oretta , e fu moglie di M esser Geri Spi- 
na. La quale peravventura essendo in conta- 
do , come noi siamo , e da un luogo ad un al- 
tro andando per via di diporto insieme con 
donne , e con cavalieri , li quali a casa sua il 
dì avuti avea a desinare ; ed essendo forse la 
via lunghetta di là onde si partivano, a colà 
dove tutti a pie d'andare intendevano , disse 
uno de' cavalieri della brigata : Madonna 
Oretta , quando voi vogliate , io vi porterò 
gran parte della via che ad andare abbiamo , a 
cavallo , con una delle belle novelle del mon- 
do. Al quale la donna rispose : Messere , anzi 
vene priego io molto, e sa ramini carissimo. 
Messer lo cavaliere, al quale forse non istava 
meglio la spada allato , che '1 novellar nella 
lingua , udito questo , cominciò una sua no- 
cella , la quale nel vero da sé era bellissima : 



456 NOVELLE. 

ma egli or tre , e quattro, e sei volte replican- 
do una medesima parola, ed ora indietro tor- 
nando , e talvolta dicendo , Io non dissi bene, 
e spesso ne' nomi errando, un per altro po- 
nendone , fieramente la guastava : senzachè 
egli pessimamente , secondo le qualità delle 
persone , e gli atti che accadevano , proffere- 
va. Di che a Madonna Oretta , udendolo , spes- 
se volte veniva un sudore , ed uno sfinimento 
di cuore , come se inferma fosse , e fosse stata 
per terminare. La qual cosa poiché più soffe- 
rir non potè , conoscendo che il cavaliere era 
entrato nel pecoreccio . né era per riuscirne , 
piacevolmente disse : Messere , questo vostro 
cavallo ha troppo duro trotto : perchè io vi 
priego che vi piaccia di pormi a pie. Il cava- 
liere, il quale peravventura era molto meglio- 
re intenditore , che novellatore, inteso il mot- 
to , e quello in festa , ed in gabbo preso , mise 
mano in altre novelle , e quella che comin- 
ciata avea , e mal seguita , senza finita la- 
sciò stare. 



i 



boccaccio. i5r 

i 

Cisti fornajo con una sua parola fa ravve- 
dere riesser Gerì Spina d' una sua trans- 
curata domanda. 

Avendo Bonifacio papa , appo il quale 
inesser Gerì Spina fu in grandissimo stalo ? 
mandati in Firenze certi suoi nobili araha- 
sciadori per certe sue gran bisogne ? essendo 
essi in casa di messer Geri smontati , ed egli 
con loro insieme i fatti del papa trattando ; 
avvenne , che che se ne fosse cagione , mes- 
ser Geri con questi ambasciadori del papa tutti 
a pie , quasi ogni mattina davanti a santa 
Maria Ughi passavano , dove Cisti fornajo il 
suo forno aveva , e personalmente ìa sua arte 
eserceva. Al quale quantunque la fortuna arte 
assai umile data avesse , tanto in quella gli era 
stata benigna , che egli era ricchissimo dive- 
nuto , e senza volerla mai per alcuna altra 
abbandonare , splendidissimamente vivea , 
avendo, tra l'altre sue buone cose, sempre 
i migliori vini bianchi , e vermigli . che in 
Firenze si trovassero , o nel contado. II qual 
Veggendo ogni mattina davanti all' uscio suo 
passar messer Geri , e gli ambasciadori del 
papa , ed essendo il caldo grande , s' avvisò 
che gran cortesia sarebbe il dar lor bere del 

20 



458 NOVELLE, 

suo buon vin bianco : ma , avendo riguardo 
alla sua condizione , ed a quella di messer 
Gerì , non gli pareva onesta cosa il presu- 
mere d' inv ilarìo , ma pensossi di tener modo , 
il quale inducesse messer Geri medesimo ad 
invitarsi. Ed avendo un farsetto bianchissimo 
in dosso , ed un grembiule di bucato innanzi 
sempre , li quali più tosto mugnajo , che for- 
naio , il dimostravano , ogni mattina in su 
l'ora eh' egli avvisava che messer Geri con gli 
arabasciadori dovesser passare, si faceva da- 
vanti all' uscio suo recare una secchia nuova , 
e stagnata d'acqua fresca , ed un picciolo or- 
cioletto Bolognese nuovo , del suo buon xin 
bianco, e due bicchieri , che parevan d'arien- 
to , sì eran chiari : ed a seder postosi , come 
essi passavano, ed egli, poiché una volta, 
o due spurgato s'era, cominciava a ber si 
saporitamente questo suo vino, che egli n'areb- 
be fatto venir voglia a' morti. La qual cosa 
avendo messer Geri una , e due mattine ve- 
duta , disse la terza : Cliente è? Cisti, è buono? 
Cisti , levato prestamente in piò , rispose : 
JYlesser sì; ma quanto, non vi potre' io dare 
ad intendere , se voi non assaggiaste. Messer 
Geri , al quale o la qualità del tempo , o af- 
fanno , più che l'usato , avuto, o forse il sa- 
porito bere che a Cisti vedeva lare , sete avea 



BOCCACCIO. 459 

generata , volto agli ambasciadori , sorriden- 
do , disse : Signori , egli è buon che noi assag- 
giamo del vino di questo valentuomo : forse 
che è egli tale , che noi non ce ne peni eremo: 
e con loro insieme sen' andò verso Cisti. Il 
quale fatta di presente una bella panca venire 
di fuori dal forno , gli pregò che sedessero , 
ed alli lor famigliari , che già per lavare i bic- 
chieri si facevano innanzi , disse : Compagni , 
tiratevi indietro, e lasciate questo servigio fare 
a me , che io so non meno ben mescere , che 
io sappia infornare , e non aspettaste voi 
d' assaggiarne gocciola. E così detto , esso 
stesso, lavati quattro bicchieri belli, e nuo- 
vi, e fatto venire un piccolo orcioletto del 
suo buon vino , diligentemente die bere a 
messer Gerì , ed a' compagni. Alli quali il 
vino parve il migliore che essi avesser gran 
tempo davanti bevuto : perchè , commendatol 
molto , mentre gli ambasciadori vi stettero, 
quasi ogni mattina con loro insieme n'andò 
a ber messer Geri. A' quali , essendo espediti , 
e partir dovendosi, messer Geri fece un magni- 
fico convito , al quale invitò una parte de' più 
onorevoli cittadini , e fecevi invitar Cisti : il 
quale per ninna condizione andar vi volle. 
Impose adunque messer Geri ad uno de' suo 
famigliari , per un fiasco andasse del via di 

20. 



4;6<5 NOVELLE. 

Cisti , e di quello un mezzo bicchier per uomo 
desse alle prime mense. Il famigliare , forse 
sdegnato perchè niuna volta bere aveva po- 
tuto del vino , tolse un gran fiasco ; il quale 
come Gisli vide , disse: Figliuolo , messer Gerì 
non li manda a me. Il che raffermando più 
•volte il famigliare , né potendo altra risposta 
avere, tornò a messer Geri, e sì gliele disse. 
A cui messer Geri disse : Tornavi , e digli , che 
sì io : e se egli più così ti risponde , doman- 
dalo, a cui io ti mando. Il famigliare tornato, 
disse : Cisti , per certo messer Geri ini manda 
pure a te. Ai qnal Cisti rispose : Per certo , 
figliuol , non fa. Adunque , disse il famigliare , 
a cui mi manda ? Rispose Cisti : ad Arno. 
Il che rapportando il famigliare a messer Geri, 
subito gli occhi gli s'apersero dello intelletto, 
e disse al famigliare: Lasciami vedere che fiasco 
tu vi porli ; e vedutol , disse : Cisti dice vero ; 
e dettogli villania , gli fece torre un fiasco con- 
venevole. Il qual Gisti vedendo , disse : Ora so 
io bene che egli ti manda a me ; e lietamente, 
gliele empiè : e poi quel medesimo dì , fallo 
il botlicello riempiere d' un simil vino , e fat- 
tolo soavemente portare a casa di messer Geri, 
andò appresso, e trovatolo , gli disse : Messere 
io non vorrei che voi credeste che il gran 
fiasco stamane m' avesse spaventalo : ma pa- 



BOCCACCIO. 46i 

rendomi che vi fosse uscito di mente ciò che 
io a questi dì co' miei piccioli orcioletti v' ho 
dimostralo , cioè , che questo non sia vin da 
famiglia , vel volli stamane raccordare. Ora , 
perciocché io non intendo d' esservene più 
guardiano, tutto ve P ho fatto venire : fa tene 
per innanzi come vi piace. Messer Gerì ebbe 
il don di Cisti carissimo , e quelle grazie gli 
rendè che a ciò credette si convenissero: e sem- 
pre poi per da molto F ebbe , e per amico. 



FINE, 



INDICE 

DELLE NOVELLE 

Cogli argomenti } e nomi degli autori, 



Albergati Capacelli. 

Guardarsi dai piccoli falli. i 

Amalteo Gio. Battista. 

Franccschin da Noventa invola un cavallo a 
inesser Jeronimo Rigino , e lo -vende a lui 
medesimo , e vassene e coi danari e col ca-< 
vallo. 5 1 8 

Bandello Matteo. 

Prodezza mirabile d' una giovanetto in servare 
la patria contro i Turchi _, dalla signoria dì 
Venezia magnificamente rimei itala. 674 

J^arj e bei motti con pronte risposte dati a tempo, 
esser bellissimi _, e giovare spesse Jiate. 5^q 

Tomasone Grasso usuraio grandissimo fa pre- 
dicare contro gli usurai per esser cosi solo 
a prestare ad usura a Milano. 585 

Una simia essendo portata una donna a seppel- 
lire j si veste a modo della donna quando 
era inferma } e fa fuggire quelli di casa. 5gi 



( 464 ) 

Bàrgagli Scipione. 

Dopo grave e lunga inimicizia nata fra due nobi- 
lissime famiglie sanesi 3 l'uria de" 1 Rinaldini ? 
V altra de'' Tegolei 3 un giovane della prima , 
chiamato Uguccione _> nel concorrere ad una 
festa di campagna , vide a caso , e s" 1 inna- 
morò di Antilia , unica fglia e bellissima 
d' Ambrogio Tegolei , la quale contempora- 
neamente divenne accesa d' amore verso il 
giovane de'' Rinaldini 3 varj funesti accidenti 
che accaddero in questo scambievole amore z 
infine da un savio medico fu con una inge- 
gnosa invenzione disposto Ambrogio ad ac- 
cordare la figlia in moglie ad Uguccione 3 dal 
quale parentado ne nacque la riconciliazione 
fra quelle due famiglie 3 e gli amanti rimasero 
consolati e contenti» 5-25 

Bigolina Giulia. 

Novella raccontata nelV amenissimo luogo di 
Mira bello. 296 

Boccaccio Giovanni. 

Federigo degli Alberighi ama e non è amato x 
e in cortesia spendendo si consuma 3 e riman- 
gli un sol falcone } il quale non avendo altro 3 
dà a mangiare alla sua donna y venutagli 
a casa 3 la quale ciò sappiendo, mutata d'ani- 
mo j il prende per marito e fallo ricco. 699 

Bergamino con una novella di Primasso 3 e dello 
abate di Clignì > onestamente morde uiuu 



( 465 ) 
avarìzia nuova venuta in messer Can detlà 
Scala. 4o£ 

^Andreuccio di Perugia venuto a Napoli a com- 
perar cavalli _, in una notte da Ire gravi ac- 
cidenti soprapreso , da tutti scampato con un 
rubino si torna a casa sua. 4,6 

Martellino infìngendosi (V essere attratto 3 sopra 
S. irrigo fa vista di guarire , e conosciuto 
il suo inganno è battuto > e poi preso } ed in 
pericolo venuto d* essere impiccato per la gola 
ultimamente scampa. 457 

JVastagio degli Onesti amando una de 3 7 7 ra-- 
versari spende le sue ricchezze senza essere 
amato. V ossene pregato da' suoi a Chiassi ; 
quivi vede cacciare ad un cavaliere una gio- 
vane e ucciderla j e divorarla da due cani. 
Invita i parenti suoi e quella donna amata da 
lui ad un desinare , la qual vede questa me- 
desima giovane sbranare , e temendo di simile 
avvenimento prende per marito Nastagio. 445 

Un Cavaliere dice a madonna Oretta di portarla 
con una novella a cavallo ; ma malcomposta- 
mente dicendola 3 è da lei pregalo che a pie la 
ponga. 455 

Cisti fonia jo con una sua parola fa ravvedere 
Messer Geri Spina d y una sua transcurata do- 
manda. 457 

Bramieri Luigi. 

Ilbuon Diavolo % 82 



( 466 ) 

// ricco Indiano, 8$ 

La Beneficenza delicata. 98 

U Oppressore punito* 1 o4 

Doni Francesco. 

In Portogallo due cavalieri hanno nemicizia 
mortale fra loro. Uno di essi , benché in- 
giuriato j non potendo vendicarsi dell' altro , 
%li uccide il padre ed un fratello. Il re ban- 
disce che sia arrestato ovunque lo scellerato. 
Questi j incerto della vita per tutto j si pre- 
senta al suo nemico perchè V uccida piul.'osto 
che vedersi strangolato dal manigoldo. Egli 
invece di ciò 3 V accompagna in luogo sicuro > 
ed ottiene dal re un salvo condotto per richia- 
marlo e sfidarlo a battaglia. Comparisce } lo 
vince , gli dona la vita , e gli ottiene anche 
dal re il perdono. 291 

Erizzo Sebastiano. 

Carlo Magno ristora al fuoco 3 ove egli si scal- 
dava un soldato ch'era per morirsi di fred- 
do > e gli dà il proprio luogo , il quale riavuta 
il vigore , lo ringrazia con prudentissime pa- 
role. 24o 

Eduardo } re d' Inghilterra , intesa la morte del 

figliuolo vittorioso , a tempo che rendeva 

ragione j niente si turbò j poscia datone avviso 

alla regina 3 quella a pazienza conforta. 248 

Nella presa che i soldati veneziani fecero di 
Sndrna , conducendo una femmina cattiva ' > 
ella abbracciando la sepoltura del m'arilo y 



(46 7 ) 
e non volendo lasciarla } è da un soldato 
uccisa. 255 

Alfonso deliberatosi di andare a vedere Terra 
Santa , e nel viaggio contro sua voglia ac- 
compagnato dalla moglie , vengono assaliti 
da alcuni Arabi 3 V uno de' quali è dalla mo- 
glie ucciso y gli altri uccisa lei si fuggono. 
Alfonso in una selva di datteri dopo molto 
pianto le dà sepoltura. 265 

Timocare fatta congiura d' uccidere Nicocle 
tiranno , è discoperto dal compagno. Condan- 
nato alla morte 3 è nella prigione visitato 
dalla moglie _,la quale astutamente lo salva > 
rimanendosi in iscambio di lui. Inteso il fatto 
il principe le perdona 3 condannando i guar- 
diani alla morte. 274 

Fiorentino Ser Gio. 

Come nacque parte Guelfa e parte Ghibellina , 
e come il maledetto seme venne e cominciò in 
Italia. 28 1 

Democrate di Ricanati delibera di dare una 
caccia d* animali selvaggi a certi signori fo- 
restieri. Muore di questi un'orsa grossissima* 
Alcuni masnadieri fanno disegno di rubare 
Democrate. Un di loro si veste della pelle di 
essa j e messo dagli altri in una gabbia, si 
presenta a Democrate 3 fingendo y che gli 
mandi quest'orsa un Albanese suo amico. La 
notte introduce i compagni. Al romore accorre 
un fante x e va a raccontare che V orsa 



( 468 ) 

è fuori della gabbia, h, uccisa , ed attor si scuo- 
pre l'infelice masnadiero. 286 

Gironi Robustiano. 

L 3 Intolleranza della domestica suggezione. 106 
Gozzi Gasparo. 119 

La Borboltona. 122 

II Tesoro, 125 

Il Ladro punito. 129 

i55 

i58 

Sogno. i4i 

. i44 

Lòdoli Francesco. 

// vecchio Ballerino. 56 

// Dottore e V Asino. 65 

Chìomponia , o V isola de' Monchi. 6G 

Democrito ed un suo scolaro. 68 

Magalotti Lorenzo. 

Gli amori innocenti di Sigismondo _, conte d'Ar- 
co j con la principessa Claudia Felice d' Ins- 
pruch. 167 

Macchia velli Niccolò. 

Belfagor Arcidiavolo è mandato da Plutone 
in questo mondo con obbligo di dover prender 
mogliere. Ci viene >la prende j e non potendo 
soffrire la superbia di lei , dina meglio ritor- 
narsi in inferno , che ricongiungersi seco. 208 

Padovani Girolamo. 

La Modestia* 11 



C 46 9 ) 

Parabosco Girolamo. 

Tomaso promette ventìcinque ducati a un no- 
taj'o , che lo consiglia come dee fare per non 
restituire alcuni danari mal tolti 3 e poscia 
dal nota jo ricercato dei venticinque ducati , 
contro, di lui si prevale del consiglio che contro, 
gli altri dato gli avea. 5g 7 

Rota Vincenzo Padovano. 

// fgliuolo d' un oste si fugge di casa , e ton 
sua industria arricchisce. Dopo molti anni 
vi ritorna senza darsi a conoscere. I suoi 
genitori, per rubarlo _, lo uccidono , e quel che 
poscia loro avviene. x43 

Sacchetti Franco. 

Messer Bernabò y signore di Milano comanda 
a uno abate che lo chiarisca di quattro cose 
impossibili } di che uno mugnajo , vestito 
de' panni dello abate , per lui le chiarisce in 
forma , che rimane abate 3 e V abate rimane 
mugnajo. 22 5 

Guido Cavalcanti , essendo valentissimo uomo , 
e filosofo , è vinto dalla malizia d'un fan- 
ciullo. 22 3 

A Giotto dipintore è dato un polve se a dipin- 
gere da un uomo di picciolo affare. Egli fa- 
cendosene scherne , lo dipinge per foi ma , 
che colui rimane confuso. 2 5 

Messer Valore de' Buondelmonti è conquiso 
e rimaso scornato da una parola } che un 
fanciullo gli dice , essendo in Romagna. 255 



1 



7PJÌ / ? 



■ I 



■1